Vanni Santoni.
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I fratelli Michelangelo.
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Parte 4.
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2019. Mondadori Libri, MILANO.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
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      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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CAPITOLO 7.
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Quando Cristiana finisce di parlare alla Canon,  da molto tempo che il conto  l davanti a lei; l'oste anzi le passa adesso davanti portandone un altro, segno che intanto  arrivato qualcuno, che si  sistemato in veranda e che ha avuto a sua volta modo di cenare. Per quanto non ci siano che due tavoli occupati, adesso ha l'aria agitata, e guarda l'orologio.
Che ci vuole fare, dice tornando verso di lei dalla veranda, eran l'undici e volevo chiude' la cucina, ma di questi tempi... Che fo, li mando via? Dice vien la crisi, ma qui gli  da un po' che c'... Avessero almeno rimesso su lo skilift!
Ma se gi quando ero piccola, dice Cristiana allungando il collo e scorgendo, da un angolo del vetro della porta che divide sala e veranda, una capoccia scura, con la sfumatura alta e un accenno di chierica che sembrerebbe proprio, anzi  certamente, quella di Louis, la neve veniva per una settimana, due...
Ma c' i cannoni, oggid. Dovevan fare di qua, di l, e 'un fanno nulla. Lo sa cosa porterebbe gente, ma davvero? Riaprire il Casin! Era proprio l dove abita il sor Michelangelo, sa?
O le case chiuse, dice Cristiana, con l'oste che annuisce senza intendere l'ironia; poi si alza, perch nota che anche Louis si sta alzando, ed ecco anche, alta quanto la sua spalla, la testa pi piccola e proporzionata, coi capelli neri dai riflessi quasi azzurri, di Rudra. Cristiana indica i settanta euro lasciati sul piattino, sopra la scritta a pennarello su un pezzo di carta oleata che dice 67, si mette il giubbetto e va verso i fratelli. Quando arriva alla porta divisoria si ferma, protetta dall'oscurit relativa della sala, e li guarda. Louis sta dicendo qualcosa, e con una certa foga. Rudra annuisce. Conoscendo Rudra, pensa, dopo essere andato a prenderlo in albergo e averlo invitato a cena,  capace di aver mangiato primo e secondo senza dire una parola. Aspetta, cos' quella, pensa vedendo il residuo di un osso di bistecca anche sul piatto pi a destra, Rudra ha ordinato della carne?
Le cose si erano svolte proprio a quel modo, con Rudra che, dopo aver corso fino a Vallombrosa e da l fatto pure degli stacchi veloci in alto, fino al Paradisino, era rientrato verso l'hotel, aveva salutato Wendig che insegnava l'impugnatura alla cinese a Martino - Conosci il tuo nemico! -, era andato in bagno, aveva spostato una grossa tegenaria dalla vasca fuori dalla finestra, aveva lottato con un diffusore che prima aveva tossito due spruzzi gialli e poi era passato dal gelido al rovente e ritorno prima che lui giungesse a un difficilissimo equilibrio tra le due vecchie manopole, si era finalmente fatto la doccia, si era asciugato, si era cambiato mettendosi un'altra maglia felpata identica alla prima ma leggermente pi pesante, aveva raggiunto l'Hotel Abetina, era entrato nell'asfittica hall dall'odore di disinfettante, si era presentato come il fratello di Louis Michelangelo e si era fatto dire in quale camera era, aveva bussato una volta, in modo non insistito ma netto, e quando Louis gli aveva aperto ostile, con ingenuit disarmante lo aveva invitato a cena, e allora Louis si era tolto la cicca di bocca, ci aveva pensato un poco e alla fine aveva detto Bah, perch no, era rientrato in camera per spegnerla, aveva messo il segno al libro lasciato aperto sul letto, si era tolto la vecchia maglia dell'Inter (Zamorano, 1+8) che aveva addosso, si era infilato i jeans e una polo ed era uscito con lui. E, s, erano andati da Gualtiero e si erano sistemati direttamente in veranda, anche perch dentro era cos buio da sembrare non aperto al pubblico, e l'oste, prima ancora che entrassero, gli era andato incontro e aveva detto: Che vu' fate qui, voi due? Vi stanno aspettando!
Chi ci starebbe aspettando?, aveva detto Louis avanzando fino alla zona illuminata, con Rudra subito dietro.
L'oste a vederlo era rimasto interdetto: Chiedo scusa, chiedo scusa. Errore mio. Al buio vi avevo scambiati per due... amici di amici.
Si pu mangiare, s?, aveva detto ancora Louis.
Certo, per carit, per carit, e con una certa concitazione li aveva fatti sedere l in veranda, senza osare confidenze come quelle che si era preso con Cristiana ed Enrico.
Avevano mangiato in silenzio, spezzando il pane con le mani perch l'oste non solo gli aveva portato un mezzo filone senza prima tagliarlo ma aveva pure dimenticato il coltello, e solo a un certo punto del secondo - Ho le ultime due bistecche, ve le porto? - Louis aveva parlato e aveva detto Comunque, se c' di mezzo un'eredit, mi piacerebbe fare tutto pulito, veloce. In questo momento ne ho bisogno, mica mi nascondo. C' un mio amico che se la sta passando male, ma male davvero, e sono l'unico che pu aiutarlo. Quindi non voglio beghe, anche a costo di rinunciare a qualche soldo.
Rudra aveva scrollato le spalle. Non era chiaro cosa intendesse, ma Louis lo aveva preso per un segno di assenso. Poi per, e questo accadeva proprio un attimo prima che Cristiana allungasse il collo, Louis aveva messo una mano sul braccio di Rudra:
Aspetta!, aveva detto, non senza sentire il modo in cui il bicipite di Rudra si era irrigidito senza bloccarsi, una reattivit controllata, da persona abituata allo scontro.
Cosa c'?
Vedi quei due? Anzi quei quattro, chi sono gli altri...
Quelli l fuori col borsone?
Loro. E quelli due passi dietro di loro, aveva detto indicando col mento altre due figure, mai viste prima: un tipo tozzo, brizzolato, e un ragazzone di due metri per un centinaio di chili con un giubbetto di jeans troppo corto, che gli camminava accanto con la bocca mezza aperta.
Aha?
 un po' che li tengo d'occhio. I primi due, dico. Il nasone e quell'altro imbecille che sembra Slash dei Guns N' Roses. Secondo me vogliono fare qualche numero.
Del tipo?
Rubare. Se non rapire: parlavano di un ingegnere.
Ma il babbo...
Era emerso alla mente di Louis uno dei rarissimi incontri tra sua madre e suo padre, all'edicola del Ponte di Mezzo. Lei che lo tirava via e l'edicolante che diceva Arrivederci, ingegnere. A forza di sentirlo presentare da sua madre come regista, Louis se n'era dimenticato.
Che idiota! Andiamo Rudra, andiamo!
Dove vuoi portarmi?, dice Nicoletta, lasciando che Enrico la prenda per mano.
Ora ti faccio vedere, e risalgono velocemente le curve, e se la tira fin quasi all'Abetina - Ma vuoi andare in albergo? -, fino alla proda in cui, sotto al primo brano di bosco, aveva scorto quella struttura Liberty con le finestre istoriate.
Guarda l sotto!
Cos'?
L'Acquabella! Il pi grandioso tra gli hotel dell'epoca d'oro di questo posto.
Allora un po' lo conosci, qua.
Ci andavano i miei compagni di liceo, l. La notte, con le torce, sai tipo I Goonies. Io ci sono andato solo una volta, alla fine che potevi trovare? Una storta alla caviglia, al massimo.
Che serioso. Per ci porti me.
Con una ragazza  diverso, c' una dimensione romantica.
Sei carino, parli proprio come...
Come?
Uh, come... un libro stampato.
Hm. Vieni, passiamo di qua. Attenta,  pieno di rovi.
Fra tanti abbozzi di sentiero che dal bordo della strada scendono nel folto, Enrico non ha dubbi di aver azzeccato quello giusto, quasi imponendo a un vaghissimo ricordo di adolescenza di manifestarsi perentorio, ed  cos: dopo una doppia serpentina e un albero caduto per la neve o il vento, le cui radici estirpate, alte pi di un uomo, lanciano una sagoma inquietante nel buio, irta di corna o teste come un'idra o una chimera, ecco un primo spiazzo tra i rovi, bordato di felci, dove s'incrocia il residuo di un vialetto a ghiaino, ed ecco, una dozzina di passi pi in l, la figura simile a un castello nelle dimensioni, ma aggraziata, quasi leziosa, nelle rifiniture, dell'Acquabella, col suo cortile punteggiato di sbuffi d'alloro e il fitto degli abeti e dei douglas dietro, e la luna, fin l invisibile dietro le nubi, che adesso spunta a colpire i ghirigori delle vetrate, a sfiorare le merlature.
Si vanno a mettere proprio sotto l'edificio, dove verdeggia un residuo di prato invaso di bocche di leone, alcune fattesi gi soffione. Si stendono, e lei poggia il capo nell'incavo della spalla di lui, e nella schiarita che si allarga ecco anche le stelle, i primi rami delle costellazioni, e l'impressione  che tutto il cosmo sia l dove stanno, circondato dall'oscuro degli alberi, un rifugio per i viventi odorante di resina e sorvegliato da quella forma turrita dietro.
Stappiamo la bottiglia?, dice Enrico. Gi!
Cosa?, dice Nicoletta guardando Enrico con una tenerezza un poco ironica.
Non abbiamo il cavatappi. Dammi una scarpa.
Una scarpa?
Posso? E prendendole piano la caviglia le sfila una delle Superga, liberando, avrebbe potuto dire, il piede candido alla luce degli astri. Si alza, sbolla via la stagnola dal collo della bottiglia, la ficca nella scarpa all'altezza del tacco e sbattendola una, due, tre volte sul tronco dell'albero pi vicino, fa venir fuori il sughero, ancora due colpi e ne  uscita quasi met; la afferra coi denti, ed eccola stappata.
Questa poi...
Tecniche valdarnesi, dice Enrico, d un sorso e gliela porge, lascia che Nicoletta beva e si mette di nuovo accanto a lei. Sorge ora su di loro il braccio enorme di una costellazione, non  che l'Orsa ma la sensazione, per entrambi,  di star entrando in un nuovo segno zodiacale, ancora sconosciuto. Ristanno ancora un po' cos, finch  Nicoletta, quasi a voler spezzare un'intensit addirittura eccessiva, trascendente loro stessi, ad alzarsi, ad andare verso l'edificio per osservarlo: a notare, su una finestrella pi bassa, un cartello arancione.
Guarda, dice a Enrico.
Vendesi! Chiss quanto coster.
Il prezzo di un castello.
Di un castello falso. Neogotico, andava di moda a fine Ottocento...
E cosa ci fai se lo compri? Mica puoi abitarci.
Enrico sta per dire Be', tu e Antonio Michelangelo vivete a Villa Fortuna, ma si censura, l'ombra del padre gi cos incombente che evocarla avrebbe potuto quasi materializzarlo l, cos dice: Potresti trasformarlo in un resort per matrimoni.
Pensi gi al matrimonio?, ride lei. Quanti anni hai?
Ventisei, non sono proprio piccolo.
AAAH!
Che c'?
I capelli! Mi  passato un pipistrello vicino.
 una leggenda, quella dei pipistrelli nei capelli... Cosa ridi, ancora?
Sei carino, non mi era capitato un appuntamento cos da quando avevo quindici, no, quattordici anni.
Allora Enrico si sposta col busto e la bacia, piano, sulle labbra. Lei gli pianta negli occhi uno sguardo bianco, poi si fa avanti, gli cinge la nuca e lo bacia pi profondamente, ma sempre con leggerezza, e con un palpito che, vista la situazione e il rapporto, si potrebbe dire, quasi di parentela che li lega, sarebbe stato facile valutare ipocrita e strabordante malizia. Ma non  cos,  chiaro che accade per una necessit reale e superiore, allo stesso modo in cui, nel petto di Enrico, il cuore non batte cos forte per la sfida lanciata al padre mai visto, elemento che pure aveva fatto trascendere il suo infatuamento in un bulicame di desideri che ora esplodono fusi in un'unica e incontrollabile passione, no: gli batte cos perch si  innamorato, e il dato sordido, quello beffardo e quello psicanalitico hanno solo velocizzato gli eventi, li hanno colorati di una luce vermiglia, hanno esasperato il desiderio in lui come in lei, ma gi al momento del loro secondo incontro, dopo il minuscolo incanto del primo, si era, davvero, innamorato di lei, e come il sole la vedeva senza guardarla; e anche poco prima, al loro terzo incontro, ancora una volta lui un poco ansimante, in movimento, di nuovo lei ferma e un filo ironica, si erano trovati con una naturalezza che era gi quella dell'ineluttabilit: la complicit di chi in qualche modo sa, e al tempo stesso spera, di essere avviato a qualcosa di precipitevole, travolgente e tanto forte da far s che l'elemento peccaminoso, la violazione di un tab, non sia che una nota ulteriore di colore. Ma  poi un tab?, si chiede Enrico baciando e baciando Nicoletta, stringendola e toccandola, eccoli a terra che si abbracciano senza far caso all'umido dell'erba, non  forse quell'uomo a fare qualcosa di innaturale, e io a rimettere ordine? Quanto poco conta che sia stata la situazione messa su da Antonio ad averli portati fin qui, rispetto all'entit della passione che li attacca ai sensi e al cuore - e all'entit, pure, delle loro solitudini: al modo in cui queste sembrano potersi coprire a vicenda? Si stanno gi togliendo i vestiti di dosso, quando  Enrico a gridare e schizzare su inorridito.
Che c', dice Nicoletta, poi nota che sul marciapiede di mattonelle zigrinate a onde ci sono un paio di ragnetti, di quelli con le zampe lunghe. Non mi dire che hai paura, dice, e chinandosi su di essi (sono, in effetti, una piccola colonia, cinque in tutto, no sei) li soffia via.
Non  paura. Mi fanno... schifo.
Ma certo, dice lei abbracciandolo. Ma quanto sei carino? Ha paura dei ragni, piccino.
Diciamo impressione.
Vuoi che ci spostiamo? Tra l'altro ho la schiena zuppa.
Guarda che l'Hotel Abetina fa schifo forte, sorride Enrico, cos, in quel modo che vuole dire, soltanto, Ho un milione di cose da dirti e vorrei dirtele tutte, e non ce n' una che sia possibile esprimere senza cadere nel melenso o nell'esagerazione, e del resto c' una cosa che dice invece a lui il sorriso di lei, ed  che tutto di Enrico, tutto ci che  possibile acchiappare coi sensi,  gi diventato una necessit fisica.
Ma no, intendevo in villa. E quindi, all'irrigidirsi di lui, Ci sono dodici camere, e poi Antonio dorme al terzo piano, nella stanza che d sul bastione esterno.
Una simile profferta, che sfidava deliberatamente la sorte, ha del malizioso. Forse, pensa Enrico, Nicoletta ha intuito la mia tensione verso l'incontro: verso un incontro individuale, esclusivo, con questo padre mai visto, o forse ha le sue ragioni per farlo; certo  che quando ci si lancia in iniziative del genere, quando si corrono certi rischi,  sempre anche per il pericolo, e quindi la voglia, di essere scoperti... Ma  con spirito innocente che Nicoletta ed Enrico, tenendosi la mano come bambini al primo appuntamento a imitazione di quelli dei grandi, e allo stesso tempo come se quel tenersi per mano esistesse da sempre, e da sempre, con tutto ci che prometteva, fosse inevitabile, risalgono il sentiero fino alla strada principale, superano l'Hotel Abetina, Enrico che comunque lancia un'occhiata in alto, per vedere se ci sono finestre accese (non ce ne sono), passano oltre la fonte di Santa Caterina trovandovi un luogo gi in qualche modo loro, uno spunto di complicit, e infatti si fermano a baciarsi, prima di procedere verso la Villa.
Sicura?
Sicura. Guarda che se vuoi chiedermi di lui, puoi. Mica  un tab.
Non voglio.
Poi, superato il Saltino senza dirsi pi niente, in un silenzio che a Enrico pare davvero troppo prolungato, lui azzarda:
Com' che vi siete conosciuti?
Me ne aveva parlato qualcuno.
S?
Una mia amica di Firenze. Credo avesse cominciato a insegnare meditazione facendo delle ospitate a un seminario, una roba che teneva un professore di filosofia di l, uno un po' fuori. Ma in vari giri era gi famoso, del resto La Sultana  un po' un film di culto, no?
Dici?
Be', per l'Italia era avanti, allucinato com'! Alla comune Immaginaria ogni anno fanno un ciclo con quello, Il serpente di fuoco e La montagna sacra. Noi conoscevamo due ragazzi che erano gi stati da lui, a San Donato in Fronzano, un altro era tornato da qualche settimana, cos ci dicemmo: Perch no, e ci andammo anche noi.
Ma che facevate?
Cosa vuoi che facessimo? Ci si alzava alla mattina quando si alzava lui, si faceva il saluto al sole e poi si meditava con lui. Anche tre, quattro ore. Poi si faceva colazione, poi il pranzo, si dava una mano a sbrigar le robe. Al pomeriggio e alla sera ognuno faceva quello che voleva.
E lui?
Lui niente.
Non vi diceva nulla?
Nulla. Anzi se qualcuno gli chiedeva un consiglio, si arrabbiava, gli diceva: Va' che non te l'ha ordinato il dottore di star qua. Si capiva da quello, che era uno serio. Quando siamo arrivati io e i miei amici, in casa ci abitavano un dodici persone, c'era pure uno che era scappato dagli Hare Krishna, sai l a San Casciano, in quel momento gli stavano rimettendo in sesto la casa.
Li sfruttava?
Macch. Lui non voleva neanche, poi alla fine li aveva lasciati fare. Mi hanno raccontato che quando aveva cominciato a stare l a meditare, tre anni fa, la casa era mezza diroccata, neanche c'era l'elettricit.
Se ne  andato per quello?
Perch gli hanno rifatto la casa? No, no. Un tre, quattro mesi fa, l'ho visto con questi occhi, raccoglie un chiodo da terra e si mette a disegnare con quello, su una delle lastre di rame che dovevano rivestire il tetto. Inizia a farlo ogni pomeriggio, e alcuni si mettono a far lo stesso, altri dicono che non  un buon segno.
Tu?
Io niente, in quel periodo curavo l'orto che avevamo messo su. Al mattino tutto procedeva regolare. Ma si vedeva che era inquieto. Forse disegnare lo inquietava, per disegnava sempre di pi, tant' che il tetto non fu ricoperto. Poi a fine maggio  arrivato un gruppetto da un ecovillaggio delle Marche. Avevano con s uno zaino pieno di bottiglioni di plastica. Ayahuasca, gi preparata, dal Per. Hanno chiesto ad Antonio se voleva condurre lui la cerimonia. Lui ha guardato quelle bottiglie marrn e ha detto di s. Non ha cantato n niente, ma  stato dietro a tutti e non ha n vomitato n  andato una volta sola al bagno.
Aspetta, cos' questa cosa? Sarebbe lo yag di Burroughs?
Dai, la medicina amazzonica. La purga!
Cio un beverone svalvolante.
Se vuoi metterla cos. Ma il punto  la cura, mica gli svarioni. In ogni caso era leggera. Niente a che vedere con quella che bevvi una volta in Brasile. Pensa che al mattino ci siamo addormentati! La sera dopo, cena leggera, riso in bianco, e torniamo a letto. La mattina ancora dopo, fatta la meditazione, Antonio ci caccia.
Come?
Giuro. Si alza e dice: Va bene, andatevene. Tutti. Raus. Non ti dico le scene. Uno di Perugia si  messo pure a piangere: Padre, non ci abbandonare, e lui: Non sono tuo padre, imbecille. Quelli che erano l da pi tempo gli hanno fatto capannello intorno, gli hanno parlato. Ma Antonio niente. Ci ha passato in rassegna, poi ha detto, senza urlare, ma duro: Non avete sentito? Raccogliete i vostri stracci e sparite.
Quelli obbediscono, e anch'io raccolgo le mie cose, ma quando cominciano a uscire dal giardino decido di rientrare. Lo trovo in bagno, nudo, che si sta tagliando via la barba. Non hai sentito?, mi dice dal riflesso nello specchio. Cos vado ospite per un po' da quella mia amica di Firenze. Una volta provo a tornare a San Donato in Fronzano in bus ma niente, trovo la casa sbarrata. Poi vedendo un cartello che indica Vallombrosa, mi torna in mente che quando stavamo l, nell'ultimo periodo, aveva parlato varie volte al telefono con qualcuno di quel posto, di una Villa Fortuna, Non  che vi occorre un casiere per l'estate... Mi dico: prima di tornare a Torino o, non sia mai, a Quercidea, proviamo. Vengo qua e, niente, ce lo trovo. Senza cappa n sandali: vestito, boh, diciamo da prof.
E ti prese?
Mi prese s.
Come fidanzata.
Sotto sotto era quello che volevo, allora.
Non disse niente sul perch vi aveva cacciati?
Mi disse solo che, se proprio volevo stare, potevo, perch io, almeno, non gli ricordavo i suoi figli. Ma qui le cose sono cambiate alla svelta: ha preso ad andare sempre dall'abate, a lavorare tutto il tempo alle incisioni, per non parlare del pezzo che mi ha fatto stamane! O del fatto che vi ha convocati tutti senza che io ne sapessi niente, dice Nicoletta, e si ferma quando sopra di loro si staglia l'angolo della villa, a getto sulla rocca e sulla strada.
Vedi, gli dice poi, si pu entrare sia da sopra che da sotto. Noi entriamo da sopra, per l'ingresso di servizio, cos nessuno pu vederci. Neanche dalla torretta. Quattro delle camere, poi, sono al piano terra.
Qua  dove dormii i primi tre giorni, continua Nicoletta guidandolo nel buio e nell'odore di umido fino a una grande camera, quasi una camerata, solo che i tre letti matrimoniali, distanti tra loro, hanno testiere Liberty e sovraccoperte di vecchio broccato, una nera intessuta d'oro, una bord e una verde intessuta d'argento.
In teoria sono per gli ospiti, mentre il terzo piano  quello in uso, il secondo non lo utilizziamo proprio.
C' un grosso candelabro a olio tra i primi due letti, anzi  proprio una menorah, nota Enrico:
Che ci fa quella cosa l?
In che senso?, dice Nicoletta mentre la raggiunge e ne accende uno, due, tre bracci.
 una lampada rituale ebraica. Simboleggia il cespuglio in fiamme e...
Ah ma qua  pieno di robe strane, dice lei accendendo anche gli altri quattro. Aspe'. Nicoletta raggiunge la stufa a gas che c' vicino alla porta, la accende, poi esce e dopo poco rientra con un bronzetto tra le mani: una statuina cornuta, alata. Visto? Questo stava di l, nella camera piccola. Terribile, no, il diavoletto?
Non  un diavoletto.  un bafometto.
Oh be'. Bafometto, diavoletto... Vieni qua, dice Nicoletta, e dopo aver buttato l'idolo sul letto nero spinge Enrico su quello bord e gli sale sopra e comincia a baciarlo. Stanno l cos per un po', a toccarsi e baciarsi, senza correre, in quella stanza sfarfallante per le candele, poi Nicoletta, rimasta frattanto in mutande, chiede a Enrico se non vuole un po' di vino.
Gi! Lo abbiamo dimenticato all'Acquabella.
Lo berranno i ragni. O i pipistrelli. Qua ne abbiamo. Vuoi?
All'annuire di Enrico, Nicoletta esce nuovamente dalla stanza, zompettando sull'impiantito a moduli quadrati di marmo bianco e nero:
Non ti muovere.
E chi si muove, pensa Enrico, steso, a torso nudo ma con ancora i pantaloni addosso - i pantaloni e i calzini, in effetti: subito se li sfila, li butta oltre il terzo letto e poi si assesta, le braccia dietro la testa, godendo del tepore che comincia a uscire dalla stufa con un soffio roco. Sul soffitto s'intravvede l'ombra di un affresco raffigurante chiss che scena campestre, ormai sbiadito e corrotto sui bordi dalle infiltrazioni; in un angolo, ineludibile, un ragno. Ma i ragni, negli angoli in alto delle vecchie case ci sono sempre, e in genere non si muovono di l, pensa Enrico, e intanto con l'immaginazione sale al piano successivo, si figura stanze sontuose ma abbandonate, con gli arredi coperti da lenzuola e le imposte chiuse o socchiuse, e da l poi sale al terzo, alle stanze di Antonio Michelangelo, se lo immagina a letto, pensa che se si prendesse lui le libert che suo padre si  preso con chiunque, potrebbe anche salire, cercarlo, svegliarlo anzi buttarlo gi dal letto, magari fargli una sfuriata, rischiare di finire per abbracciarlo... Nicoletta rientra con una bottiglia di vino e due coppe di vetro pesante e verdastro, tintinnanti e fresche di risciacquo.
Brunello? Vi trattate bene.
Se non lo fai in Toscana! dice lei, ed Enrico pensa che potrebbe aggiungere qualcosa, una notazione, un'arguzia, ma non lo fa per non sporcare il momento: di nuovo non  il caso di mettere in mezzo quell'uomo, la cosa potrebbe riposizionare anche loro, trasformarli in intrusi, in fedifraghi... Nicoletta versa due coppe abbondanti e si siede sul letto, dietro di lui, stringendogli i fianchi con le cosce. Una decina di minuti pi tardi, dopo aver bevuto, essersi baciati, aver discusso le pi fantasiose ipotesi su come avrebbero potuto essere i primi padroni della villa, quelli che se l'erano fatta costruire e ci avevano vissuto prima che diventasse un casin, essersi annidati profondamente sotto le lenzuola, essersi baciati ancora e lungamente, ecco che ritrovano quella sintesi profonda - e forse, se avevano ritardato un atto che avrebbe potuto gi aver luogo, era proprio perch intendevano, in modo pi o meno conscio, riportarsi all'interno di quella bolla d'incanto puro, a dispetto dell'inquilino della torretta al terzo piano e di qualunque altra considerazione, e adesso, lo sentivano con il cuore e la mente e lo sentivano coi corpi, ci erano tornati: lo sentivano nel sapore delle loro bocche e nella sensazione compiuta eppure elettrizzante, piena e insaziata, che gli dava il contatto delle loro carni; eccoli che si tolgono di dosso vicendevolmente gli ultimi vestiti e prendono a baciarsi e leccarsi avvinghiandosi e rotolandosi sotto alle lenzuola del letto bord, ed  allora, proprio quando l'amplesso  inevitabile e la sua posticipazione di qualche secondo solo l'ultimo delizioso tormento che si concedono, insomma proprio mentre stanno per cominciare a scopare con un trasporto che l, in quel momento, avrebbero detto mai sperimentato da alcuno nel mondo, li interrompe un rumore improvviso e fortissimo, come di un crollo.
Cos' stato?
Nicoletta si alza sulle ginocchia, liberando i loro corpi da quel contatto intimo. Anche lei sembra allarmata.
Sar venuto gi uno scaffale in cucina, o nelle cucine.
Eh?
S, insomma, in cucina o in laboratorio. In quelle grandi, Antonio tiene il laboratorio d'incisione.
Poi un altro botto, un rumore di vetri che si spaccano, e un urlo certamente umano, un Ahia! seguito da un mugugno lamentoso. Enrico e Nicoletta si rivestono senza perdere tempo con la biancheria, poi le scarpe, veloce, Enrico prende la torcia, Nicoletta il bafometto.
Che fai?
Se ci sono i ladri. Per colpirli!
Come in Cluedo col candelabro...
Che bello Cluedo! A me piaceva la Signora Pavone.
Enrico sorride: che elemento... Poi gli scappa un Ma non  meglio, forse, svegl-
Andiamo, su, taglia Nicoletta.
Enrico spinge il tappo nella bottiglia di vino, la impugna e la soppesa valutandone il potenziale come mazza, lui che non ha mai tirato neanche a un cane. Spinge ancora meglio il tappo nel collo, poi raggiunge, correndo, Nicoletta, che si  gi avviata nel corridoio buio e apparentemente infinito, e insieme svoltano l'angolo; si sente un altro rumore, un'altra botta come la prima ma pi attutita.
Al laboratorio, dice Nicoletta, e infila per una porta diversa dalle altre, pi spessa, di legno bianco, che si affaccia su un breve corridoio. A sinistra c' una porticina semiaperta che d su un cesso, e a dritto un'altra porta come la precedente. Enrico la supera, si fa avanti, la boccia di vino in una mano; con l'altra spinge la porta, che fa resistenza. Allora d una spallata robusta, e la porta si apre, facendo rotolare supina la cosa che la ostruiva. Un corpo. Il grosso corpo di un individuo sconosciuto, un ragazzone che avresti detto alto un paio di metri, a occhio svenuto, di certo col naso spaccato, dei brutti baffi di sangue e un cellulare, forse caduto di tasca, accanto. Pi in l, appoggiato a una specie di pressa, che cerca di rimettersi in piedi, un ometto brizzolato, dall'aria incarognita, con un occhio nero e una chiave inglese in mano. Ma ci che pi li meraviglia  vedere, in fondo alla grande stanza odorante d'imbiancatura, Rudra e Louis, spalle contro spalle, impegnati in un vero e proprio combattimento: perch ci sono altri due intrusi nella stanza, un tipo col nasone e gli occhi fissi, da serpe, con una mazza da baseball in pugno e l'aria a un tempo sconsolata e determinata, e un ragazzo alto, magro e riccio, con stivaletti da rocker, che si  tolto una roncola dalla cintura e la brandisce, incerto se utilizzarla o no. Non paiono accorgersi del loro arrivo, o almeno non possono farlo, perch in quello stesso momento l'ometto con la chiave inglese riparte verso Louis, e cos anche quello con la mazza, mentre il capellone alla fine si decide e avanza verso Rudra con in mano quell'arnese da potatura:  meglio se non me la fai usare, dice, ma la voce tradisce la paura di usarla, quella cosa con cui si pu ben scannare un essere umano.
Uh mamma, la beidana!, dice Nicoletta.
Poi esplode lo scontro: l'uomo con la chiave inglese e quello con la mazza attaccano in contemporanea Louis, che blocca la chiave ma si becca una legnata tra capo e collo dall'altro. Rudra, staccatosi di un passo, affronta quello col pennato, ed Enrico, che tutto ci che sa di scontri lo sa dai fumetti e dai romanzi, pensa che uno con un'arma del genere non lo puoi sottovalutare, devi colpirlo subito, duro, nel muso, ma Rudra invece scarta di lato, la guardia alta a proteggersi il volto, e vibra un calcio basso, all'altezza del ginocchio. Il tizio si piega un poco, e allora Rudra si sposta ancora pi di lato e gliene d un secondo, dietro al ginocchio, e poi con l'altra gamba una ginocchiata pi alta, nel diaframma. Il capellone sembra sputare tutta l'aria che ha in corpo e cade culo a terra. Rudra allora si volta verso Louis, che intanto ha preso l'ometto per il collo e lo sta strangolando, ma sta anche per beccarsi un'altra mazzata, anzi se la becca, sbam, bella piena dietro alla testa prima che Rudra possa intervenire, ma a quel punto per Rudra  facile afferrare il polso della mazza, aprire il braccio del nasone verso l'esterno costringendolo a voltarsi a mezzo e mollargli uno, due, tre destri in faccia. Louis solleva l'ometto, che sgambetta e si fa cianotico, e lo scaglia di nuovo contro la pressa. Una brutta botta, sul fianco, di quelle che possono spappolarti la milza o il fegato. Il capellone guarda, ma solo per un attimo, la roncola a terra, poi si alza e si getta di corsa verso la finestra, la scavalca, ed  l, poich quello la urta, che Enrico e Nicoletta si accorgono che dietro c'era Cristiana che filmava, il tipo la urta e lei sembra riconoscerlo... Puccio?, dice, ma quello se ne scappa zoppicando, mentre Cristiana, come chiamata dal loro sguardo, si accorge a sua volta di quei due in fondo alla stanza, Enrico con una bottiglia di vino tenuta per il collo e Nicoletta abbracciata a lui mentre con l'altra mano stringe una figurina puntuta, a occhio un bronzetto. Ma non c' tempo per inquadrarli con lo zoom, perch anche il nasone ora esce dalla finestra, e con quei suoi occhi da rettile, pur ridotti a due susine livide, la guarda sconcertato, come se fosse la prova stessa del loro essere caduti in una trappola, e poi si d, raggiungendo l'amico e anzi superandolo per aiutarlo a scavalcare la ringhiera.
L'omino brizzolato, stringendo i denti per il dolore, alza i palmi con un'espressione d'imbarazzo, e con molta cautela, a passetti, come incoraggiando tutti ad approvarlo, come a spiegare che adesso se ne va, che ne ha buscate e se ne va zitto, giusto cos, in fondo non  successo niente, no?, comincia a indietreggiare. E tra i fratelli Michelangelo, e ancora tra loro e Nicoletta, c' una testura di triangolazioni che si conclude con l'alzata di spalle di lei e l'ometto che viene lasciato guadagnare la finestra. Cristiana, senza staccarsi dalla macchina, scavalca a fatica il davanzale, quasi cade con macchina e tutto, ma entra a sua volta nella stanza. Solo a quel punto si ricordano del tipo svenuto, l vicino alla porta. Spero di non avergliela data troppo dura, quella capocciata, dice Louis mentre recupera un secchio da sotto un lavabo di pietra e lo riempie.
La secchiata gelida ha l'effetto previsto e il tipo, con un'espressione idiota resa pi grottesca dal naso sanguinante voltato di lato, proprio un naso di profilo in mezzo alla faccia come in un quadro cubista, si sveglia tirando il fiato con la bocca. Poi si guarda intorno, si rende conto di essere steso lungo sul pavimento, riconosce il pizzo e la faccia di Louis tra le cinque (o meglio tra le quattro pi un obiettivo) che lo guardano da sopra, e la faccia di Louis dice:
Scommetto che tu sei Sergione.
Che... Che mi volete fa'?, dice quello con una voce bambinesca.
Ti uccidiamo, dice Louis. A meno che non ci dici subito cosa siete venuti a fare qui.
Quello sbianca. Poi balbetta... Era... Ero... Cio, a me m'ha chiamato Marek...
Insomma?
No, era... Pe'... Pe' i quadri, no? Pe' i quadri e i quattrini...
Cio volevate fare una rapina.
Sergione fa una smorfia, poi annuisce.
E perch avevate le armi?
Le... No, noi no, quella era un'idea di Puccio... Poi osa: Posso... Posso anda'?
No.
Come!
Ho cambiato idea, ti uccidiamo lo stesso.
Vedendolo sbiancare e quasi svenire di nuovo per la paura, Louis sorride: Scherzo, brutto mongolo. Levati dal cazzo, marsch!, e quando quello si ferma a raccogliere il telefonino gli molla pure un calcione nel culo. Poi si accorge di Cristiana:
Non ci credo! La vuoi spegnere quella cosa?
Cristiana arretra, continuando a filmare.
Dai, Cri, dice Rudra aprendo le mani.
Cristiana arretra ancora un po', abbassa la camera e mostrando bene il gesto la spegne.
Dammi la scheda, dice Louis.
Buoni, su, si intromette Enrico. Vi pare il caso di litigare fra noi? Poi porge la mano a Rudra, cercando di risultare quanto pi neutro possibile: Piacere, Enrico.
Rudra.
Sar il caso di avvertire nostro padre?, dice poi rivolgendosi a tutti.
Se non si  gi svegliato, dice Louis.
Antonio non si sveglia, dice Nicoletta. Vedendoli poco persuasi, aggiunge: negli ultimi tempi lavora fino a tardi. Oltretutto dorme come un macigno. Se provi a svegliarlo, si limita a cambiare sogno. Giuro! Poi, un poco imbarazzata per quel dettaglio intimo, taglia: Comunque, non  il caso.
Ma chiamare gli sbirri, no?, dice Enrico, e tutti gli altri lo guardano come se fosse impazzito.
Per forse, dice Rudra, il babbo andrebbe svegliato davvero. Cio, questi gli sono entrati in casa.
Chiss cosa credevano di trovare, dice Nicoletta.
Avranno pensato che fosse ricco, dice Cristiana, e subito le arriva uno sguardo preoccupato da Louis.
Poi Enrico dice: Ma s, dai, andiamo a chiamarlo, guarda che casino.
No, dice Nicoletta. Non sapevo niente di questa convocazione, ma adesso credo di capire. E siccome non voglio essere in debito, custodir la sua volont.
I fratelli Michelangelo si guardano.
Tanto pi, dice Louis quasi fra s, che potrebbe essere il suo ultimo desiderio.
Che dici!, fa Nicoletta.
Dico che potrebbero essere i suoi ultimi giorni di vita. Louis guarda i fratelli, paiono perplessi: Dalla lettera che mi ha scritto..., e subito nota che Rudra e Cristiana tirano il fiato, con una faccia che significa Ok questo non sa che tipo  quell'uomo. Enrico e Nicoletta, pure, si scambiano uno sguardo, poi  lui a parlare:
Penso che abbia ragione Nicoletta. Non dovremmo neanche essere qui. S, va bene, non mi guardate cos. Lo so: io meno di tutti voi. 'Sti qua avranno visto un vecchio e una ragazza in una villa cos e si saranno detti: Facciamoceli! Magari hanno pensato che avessero dei soldi...
Volevano rubare le incisioni, dice piano Cristiana, e intanto con la camera va verso tre pannelli appoggiati a bordo stanza.
L'abate le ha portate giusto ieri, dice Nicoletta, Antonio deve mandarle a una galleria, e poi ha appena fatto il pezzo nuovo...
Va bene, dice Enrico, niente polizia. Tanto, nel caso nostro padre volesse fare una denuncia, abbiamo pure il filmato. Ora la cosa migliore mi sa che  davvero andarcene a letto. Ognuno al proprio albergo, dice guardando Nicoletta, che resta impassibile, e di tutto questo, magari, parleremo domani. Ne avremo di cose di cui parlare, no? Gli altri tre ci pensano un poco, poi Rudra  il primo a dare la buonanotte, e se ne esce dalla finestra come i ladri. Vado anch'io, dice Cristiana, e lo segue. Louis pare pi incerto; confuso, quasi. Mette la testa sanguinante e bozzuta sotto al rubinetto del lavabo di pietra, la scuote schizzando goccioline come un grosso cane e dice  andata bene che non abbiamo ammazzato nessuno, poi raccoglie una per una le armi e le ficca nel lavabo, prende la mazza da baseball, prende la chiave inglese, ma quando arriva alla roncola, quando si piega per raccoglierla, nota il pannello appoggiato alla parete, un pannello di legno lungo tre metri dove dei grandi fogli sono fissati uno accanto all'altro a comporre una sola panoramica, un'incisione raffigurante un inferno terribile, tutto buche nella terra nera: in una, demoni simili a mosconi fondono monete e le versano in bocca ai dannati con dei paioli; in un'altra, diavoli cornuti obbligano dei malcapitati seduti a una tavola imbandita a mangiare piattate di merda e chiodi; accanto, altri demoni, lunghi come insetti-stecco, agganciano ai genitali e ai capezzoli e alle lingue le dannate e i dannati e li fanno penzolare, mentre tutto intorno, fuori dalle buche, si dipanano orrori dei pi variegati e, cosa inusuale per un inferno, c' anche il pubblico, allineato e coi volti atteggiati a ingenua edificazione, come in certi disegnetti medievali di martir, mentre c' chi viene divorato da serpenti e chi da mastini, chi bolle in un calderone e chi arrostisce in gratella, mentre da uno sbuffo di fiamme pi grande spuntano solo volti urlanti e in una specie di bosco spinoso altri demoni innalzano forche e ruote di carro, mentre dietro si ergono mucchi di cadaveri bianchi come quelli dei campi di sterminio, e Louis guardando quei dannati, che gli paiono avere tutti i suoi occhi, essere tutti lui, guardandoli mentre raccoglie quella roncola da terra, ha l'impressione di esserci finito davvero, all'inferno. Lo fa riscuotere il dolore alla nuca che inizia a montare sul serio, allora butta di nuovo la testa sotto l'acqua fredda e la roncola nel lavabo; poi, dopo aver controllato alla finestra che Rudra e Cristiana non siano pi in vista, dice: A domani, e se ne va. Enrico chiude la finestra e poi le persiane dietro di lui, sorride a Nicoletta:
E vabb. Vado, dai. E le d un bacio a fior di labbra, lei che indietreggia un poco ma si lascia toccare.
Che cucine, per!, dice ancora, ma Nicoletta ha gi la testa altrove e dice, come fra s: Sono fatte sul modello di quelle dell'Abbazia...
Ma in questo posto  proprio tutto fasullo?, dice Enrico, e a questa seconda osservazione Nicoletta non risponde neanche: gli accarezza appena il viso, la mente ormai del tutto addentro ad altri pensieri, e lo guida senza dir niente verso la porta sul retro.
Nicoletta che chiude la porta dietro le spalle di Enrico, che mette la sbarra; Nicoletta che ci pensa un poco, poi scende nuovamente nelle cucine, raccoglie le armi deposte da Louis nel lavello e le ripone in un vecchio armadio pieno di padelle di rame, prende il bronzetto che aveva appoggiato su un fornello e lo riporta nella sua stanza, dopodich va in camera, rif il letto e poi soffia sulle candele della menorah. Sale al secondo piano, lo attraversa e prende le scalette aggiuntive, a chiocciola, che portano direttamente al piano successivo della torre d'angolo esagonale: alla stanza sudest, la stanza da letto di Antonio Michelangelo, e sua.
E lui  l, la sola canottiera nera su quel corpo secco, asciutto, come di legno, che dorme supino, le braccia aperte, con la coperta su una sola gamba. La stella. Alterna sempre quella postura e quella del cercatore, disteso sul fianco e con le mani protese in avanti. Quando Nicoletta gliel'aveva fatto notare, spiegando che a ogni posizione erano legati certi tratti del carattere, lui aveva subito derubricato quella teoria a sciocchezza; poi si era fatto comunque dire quali erano. Era sorprendente, trovava lei stessa sorprendente, che un uomo cos anziano fosse cos attraente. Non che avesse pregiudizi verso gli uomini pi vecchi, era stata con un paio sui cinquanta, ma cinquanta non erano settantasei, quasi settantasette. Antonio Michelangelo muove le dita di una mano, mormora qualcosa, cambia posizione, si scopre. Allora Nicoletta gli va vicino, gli si mette accanto, ma senza abbracciarlo o far aderire come sempre il proprio corpo alla sua schiena:
Sei sveglio?
Non viene a risponderle che un fremito, quasi impercettibile. Lei lo guarda, sente che sta sognando; lo accarezza sulla spalla e si vede distante, ormai lontanissima. E pensa allora che ancora un'ultima cosa, per quell'uomo insondabile, la far: ascolter, nonostante tutto, cosa avr da dire il mattino dopo, cosa le dir di fare, sempre che le dica di fare qualcosa, e lo far, prima di andarsene per sempre.
Antonio Michelangelo camminava nel buio, un buio denso e nero; il mondo tutto intorno, immerso in quella tenebra, pareva finito in un pozzo di pece. Riusciva a orientarsi soltanto perch la strada gli era nota, e conosceva a memoria ogni variazione nella conformazione del suolo, l'asfalto di Firenze, quello della statale, la salita tutta curve, l'Abbazia e infine il Saltino e la villa. Da l, poi, un ultimo e brevissimo pezzetto di sterrata che tagliava gi il giardino dell'edificio, delimitato direttamente dal sottobosco. Antonio accelerava il passo, fino ad arrivare alla porta della villa. Da l giungeva alle sue orecchie un basso mormorio. Appoggiava una mano sullo stipite di pietra e lo trovava tiepido: esposto al sole, tratteneva il calore e per questo erano frequenti i ragni che vi si piazzavano, le zampe a raggiera, a godere dell'ultimo tepore riflesso del giorno. Eccone uno, infatti, proprio sopra la sua mano; e anche la sua mano, ossuta, adusta, dalle dita lunghe, la destra, e quindi ancor pi magra in quanto meno utilizzata da lui mancino, di quelle mani che erano sempre state celebrate come belle: ora la sua mano era un altro ragno su quel pilastro, che adesso notava essere verde. Marmo verde... Come aveva fatto a non accorgersene? Era a San Miniato al Monte, altro che Villa Fortuna, era dal matrimonio con Beatrice che non ci tornava... Antonio spingeva allora il portone, trovando i cardini fluidi, come oliati da poco, ed entrava. L'interno per non sembrava quello di una chiesa. Il soffitto era a travi, ma non erano le travature colorate, da tempio indiano, del soffitto di San Miniato: erano travi a vista, da casa in campagna o in montagna, potevano essere, anzi erano, le travi del tinello del Postino, dove andavano in villeggiatura prima di comprare l'appartamento al residence... Quando per dal corridoio spuntava Cristiana, adolescente, con in mano un portacandele, e la luce illuminava i dettagli della cucina, riconosceva invece il rustico impostato da Beatrice proprio in quell'appartamento, le stoviglie di rame che lei aveva portato dalla vecchia casa dei suoi genitori, e quelle, pure originali, ma pi povere, della casa di San Donato in Fronzano, che mille volte lui aveva detto che avrebbe portato, senza farlo mai. Attorno alla fiammella, la luce faceva un rosone, mentre Cristiana gli sorrideva con un entusiasmo beato, la smorfia che faceva da piccola, quando con Rudra scovavano un insetto o aracnide o miriapode in giardino o sotto un vaso e, di fronte al disgusto ostentato apposta dagli adulti, si crogiolavano in un Visto che bello?
Ora lo guidava attraverso uno stanzone vetusto in cui spiccava il focolare spento, sormontato dall'unico elemento che non fosse desolatamente popolare: una mensola di noce. Adesso capiva! Era la casa avita, quella in cui era cresciuto con Abramo, quella in cui Beppe li rincorreva col paletto, quella in cui gli aveva spaccato il naso con un manrovescio, quella in cui aveva proibito a suo fratello di frequentare la ragazza che faceva le pulizie a casa del farmacista dicendo Noi non siamo a servizio di nessuno, la casa in cui era morto bestemmiando (e sua moglie, invece, esalando un soffio tutto di gola...). Eccoli infatti, laterali, come in una pala. Come nella Pala di Castelfranco? No, come gli angeli della Madonna del Parto, come se avessero appena aperto un sipario: eccoli indicare una collezione di anforotti di terracotta, vasi e caraffe di vetro di varie dimensioni, alcune piene di miele, altre vuote, c'era anche l'alambicco con cui per un po' aveva distillato acquavite dall'idromele, una zangoletta di rame con una composizione di fiori secchi, sigari di mazzasorda e ovari di papavero, un'urna d'alluminio luccicante e poi un grosso barattolo di vetro, col tappo a chiusura ermetica, gommata, di quelli che tenevano quattordici chili di miele.... Ora ricordava! Era l che l'avevano messa, quella volta che l'aveva catturata assieme a Cristiana con i retini da farfalle. Il vetro era polveroso, ma si poteva intravvedere qualcosa sul fondo. Voleva dire a Cristiana di avvicinarsi, con quella candela, ma non c'era pi nessuno l intorno, e la scarsa luce che rischiarava ancora la stanza non si capiva da dove venisse. Antonio faceva scattare il tappo con un pop e tutto intorno si spandeva un odore di cacio stanto. In fondo c'era qualcosa di flaccido e grinzoso, simile a un palloncino sgonfio o a una mamma dell'aceto. Che tristezza, vedere la Luna ridotta a quella cosina bianchiccia e floscia, visto com'era agitata una volta... Matta! Certe risate, a catturarla!
Babbo, che fai?, lo interrompeva la voce di un bambino. Rudra? Stava davanti alla porta dello scannafosso, ma aveva qualcosa di strano. Gli era sembrato lui, eppure il suo non era il viso gentile, quasi troppo limato, di Rudra: quella faccia con gli zigomi alti e gli occhi neri, piccoli, rotondi e luccicanti, non gli apparteneva del tutto, anzi per niente... Quella faccia era la sua, anzi la sua da piccolo, o meglio quella di uno sconosciuto che somigliava a lui da piccolo: Enrico, forse?, pensava mentre quello si voltava e infilava nella serratura dello scannafosso una chiave piatta di quelle che si usavano negli anni Settanta, quando ancora non si erano diffuse le porte blindate con le chiavi a doppia mappa, simili a croci di Lorena... Guarda, diceva il bambino, e spalancava la porta. Spalancava la porta e nella casa entrava il giorno. Di pi: erano fuori, pensava ora Antonio mettendosi una mano sugli occhi abbagliati, Guarda, guarda il Sole!, ma lui doveva voltarsi per la troppa luce, e vedeva allora una figura femminile, di spalle, al centro della stanza. Beatrice? No, i capelli erano neri neri... Nicoletta? Ora si voltava: era Aurelia, che lo guardava severa. In braccio teneva un bambino, un piccolo Louis (o era Rudra?) che porgeva una manina verso di lui e scopriva i denti, e i denti erano aguzzi come quelli di una fiera... Antonio urlava, ma solo nel sogno: l a Vallombrosa-Saltino, Nicoletta lo vede solo dare un singulto teso, gli accarezza la faccia riarsa, poi gli molla uno di quegli spintoni pi forti che in genere lo portano verso i suoi rari momenti di sonno tranquillo, ancorch sempre abissale. Ma il colpo gli fa solo biascicare una domanda: Era Rudra?
Non mi racconti com' andata?, dice Cristiana a Rudra mentre camminano verso il Saltino.
L'hai visto, com' andata.
Come avete fatto a capire che quelli volevano rapinare il babbo?
Puoi spegnere quella cosa?
Ti ci metti anche tu? Ho avuto la fortuna di beccare questo imprevisto e tu mi boicotti?
Ora, boicottare.
Spenta. Insomma?
Insomma niente. Quel tipo, Louis cio, si era accorto che quelli bazzicavano intorno alla villa, oggi, non so, li aveva spiati...
Ma hai capito chi erano?
In che senso?
Non il grosso, non il piccolo, gli altri due. Puccio e il Nanni.
Rudra guarda Cristiana interrogativo.
Sono di qui. Quando avevo, non so, quindici o sedici anni, io ci uscivo, con Puccio, dice Cristiana, e nota, mentre procedono, che nonostante l'ora dal ristorante giunge una luce, e che c' una figura dietro la persiana del secondo piano; appena si volta a guardare, la luce si spegne. Comunque, ti  tornato a galla il cattivo, aggiunge.
Rudra non risponde. Poi, arrivati che sono davanti al Grand Hotel, dice:
Non mi  tornato a galla niente. Li abbiamo seguiti, poi appena hanno forzato la finestra, siamo corsi dentro anche noi. Quelli si sono gelati, ma Louis gli  andato addosso, e a quel punto che fai? Chi l'avrebbe detto che quella lettera avrebbe portato tutti questi casini.
Era chiaro che quella lettera avrebbe portato casini.
Questo  quello che speravi tu.
E c' ancora domani!
Mah.
Dai, buona notte.
Cristiana attraversa i corridoi del Grand Hotel; sbircia, prima di prendere le scale, la sala delle colazioni, in cui solo un tavolino  apparecchiato, mentre il resto  tutto accatastato in fondo; entra in camera con un pensiero che si impone sugli altri, anche su quello del giorno successivo e degli eventi che porter con s: scaricare le schede memoria della Canon sul computer, ed ecco che lo fa. Poi si scola - ma s - la lattina di Moretti che assieme a una Fanta e tre campioncini di liquore costituisce la dotazione del frigobar e si infila a letto con un certo metodo. Neanche sa cosa far di tutto quel girato, di quelle foto, ma ora  dentro, dopo un sacco di tempo  dentro a un lavoro e la notte vera, quella del ritorno con le vele nere, per un po' non  solo spinta pi in l ma appare proprio su un altro piano di esistenza.
Due curve pi avanti, Rudra  il secondo a raggiungere la propria stanza. Lo fa salendo nel buio, sicuro come un animale rinselvatichito, senza far troppo caso ai rumori di una partita di tennis che arriva dal campo, all'implausibilit di una partita in notturna; lo fa superando la hall dove, nella luce bassa di un piccolo abat-jour rosso, s'intravvede Wendig, che parla con qualcuno, abbassando la testa e piegando un po' le ginocchia, come si farebbe con un bambino, ma non  Martino l'interlocutore, bens il nano vestito da alpino: tira dritto pure davanti a loro e infila le scale. Chiss Mats cosa sta facendo in questo momento, pensa Rudra, ma  difficile essere veramente preoccupati per uno che, essendo fuori posto ovunque,  ovunque anche a suo agio. In bagno si accorge di avere le nocche sbucciate: quel terzo cazzotto, dato sullo zigomo. Si lava i denti, poi segue una linea di pensiero vaga, quando avevano preso possesso della camera, Mats aveva stappato una lattina dal frigo bar... Apre il frigo e, s, ci sono tre microscopiche bottigliette di liquore, J&B, Fernet Branca, Rabarbaro Zucca. Va sul Fernet, lo porta al lavandino, lo versa sulle nocche, non fa una piega per il bruciore, sciacqua, si mette a letto. Si mette a letto e l'ultima cosa che gli incrocia la mente, come un'interferenza,  una delle ultime scene tra il babbo e la mamma, lei che strepita: Non mi toccare, sei un violento! Lui che dice: Ma se ti ho sfiorata appena. E lei: Sei un violento! E lui: Ma se non ti ho mai toccata! E lei: A me, no! Di me, di Rosa, tu non sai niente, capito, niente! Rosa? No, ma io con te chiudo, chiudo davvero...
Qui si chiude baracca!, dice la vecchia dell'Abetina a Enrico. Anche il cliente di ieri, quel suo amico, se n' andato!
Non  un mio amico,  mio fratello.
O' che siete tutti fratelli? Anche quell'altro che  passato, quello basso, ha detto di essere il fratello.
Credo avesse una camera da un'altra parte.
Dai Wendig? Boni quelli!
Credo all'Abbazia.
Gi! Ci mancavano i frati a farci concorrenza! Sa cosa ho sognato l'altro giorno? Che ci mandavano gli immigrati. A noi sa. Mica a loro, che chiacchieran tanto!
Guardi, non mi sento benissimo, dice Enrico, e prende la sua chiave numero 4 mentre quella dice Ma se gl' i' ritratto della salute, e sale in camera. C' l'enormit di quanto appena accaduto, quattro ladroni riempiti di botte mentre Antonio Michelangelo dormiva tre piani e mezzo sopra, eppure non c' tempo per guardare la faccenda in prospettiva, per pesare il senso dei comportamenti suoi e dei suoi fratelli, anzi non ce n' proprio la possibilit, perch su tutto incombe ormai il domani... E Nicoletta? Quanto c' dentro? Viene difficile pensarla schierata con Antonio... Magari invece Antonio Michelangelo vuole solo vedere i suoi figli, anche se in quel caso, a me che non mi ha mai visto avrebbe potuto dedicare anche pi tempo, chiamarmi a parte... Ma quanto sarebbe ridicolo contestarglielo? Ormai che ce la siamo bevuta fino a questo punto! Lo contestassero i miei figli a me, avrei pronta la Parabola dei Lavoratori della Vigna: piglia e porta a casa. Probabile che neanche li abbia, pensieri del genere, oppure davvero deve morire e lasciar qualcosa, proprio come spera quell'altro...
Mentre Enrico pondera, gi da un po' di tempo Louis ha raggiunto l'Abbazia, ma non ancora la cella. Col dolore alla testa che comincia a montare, cosa vuoi dormire, e per di stare in giro per il paese, rischiando di incontrare di nuovo uno dei suoi fratelli, o peggio quelli che avevano menato, non ne ha voglia. Avrei dovuto picchiarli pi duro, pensa Louis, e poi: S, bravo. Come se non ce l'avessi gi, un disgraziato sulla coscienza. Vero  che se da zero hai fatto uno, fare due  sempre meno duro, molto meno duro... Certo, Rudra, l, mi  venuto dietro subito, anche a lui non pareva vero di spaccare qualcuno di botte... Forse quel qualcuno? E per fra tutti, se c'era uno gi macchiato, uno che avrebbe potuto, dovuto farlo, quello sono io... Con simili, nebulosi pensieri a sporcare le aspettative sul giorno successivo e quasi a coprire l'idea, la possibilit stessa della svolta, Louis entra nel primo perimetro dell'Abbazia, non una luce se non quella del faretto di sicurezza che fa bianca la stradella fino al secondo portone, e non trova pace nell'orto, prima, n nel cortile, poi; guarda con una smorfia poco convinta la porticina che getta sulle scale secondarie per le celle, e poi, con maggior convinzione, il portone della chiesa abbaziale. Tanto  chiuso, si dice, e per lo spinge, e scopre che  aperto; che, in virt delle sparse fiammelle sui portacandele votivi, e del loro riverbero sul dorato degli arredi, la chiesa  un covo di luce ambrata. Difficile, una volta dentro, non voltarsi, almeno, verso la cappella delle confessioni, trovandone il cancello, pure, aperto; e addirittura, nel confessionale propriamente detto, la tenda viola del vano centrale tirata, come se vi fosse, ora, qualcuno dentro. Qualcosa di nuovo da confessare, del resto, adesso ce l'ho. E riempire di botte dei ladri non  che un peccato veniale rispetto a immaginare, anche solo immaginare, il parricidio... Forse anche rispetto all'aver lasciato un amico in mano alle guardie... E Rmi? Vogliamo parlare di lui?  passato cos poco tempo e non me ne frega gi pi niente... Che dio sarebbe quello che sacrifica un Rmi per portarmi a... Calma, calma, stai delirando... Chiss che ne penserebbe Carlo... Meglio andare a letto... A che ora ha detto, poi, il vecchio? Le otto e venti? Mi chiedo come fa, quel Rudra, a essere cos tranquillo. Perch  qui, se come mi ha detto a cena non crede ci siano soldi in ballo, n ha niente da dire a quell'uomo. Cosa ha pensato lui, quando gli  arrivata la lettera.
...
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...
CAPITOLO 8.
...
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RUDRAYA?A
Vad r det brevet, Ronja?
...
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Guarda.  strano.  una lettera di mio padre.
Aha? E cosa dice?
Mah, di andare a trovarlo.
Da quanto non vai?
Anche lui non fa che spostarsi. Comunque diversi anni. Cio, in effetti non lo vedo dal nostro matrimonio.
Allora fai bene ad andare.
Non  solo quello, mi invita nel posto in cui facevamo la villeggiatura da piccoli...
Aha?
S, con Cristiana, e pure i miei fratelli. E a quanto sembra, pure un fratello ulteriore.
Ulteriore?
S, come si dice... Ytterligare. Uno di cui non sapevo nulla. Non che Louis lo conosca, eh.
Non vuoi andare?
Di base, no. Ma leggi, dice cose strane, fissa un giorno preciso, mi ha preso pure un albergo. Non vorrei fosse successo qualcosa.
Caro Rudra, sento che  addirittura dall'istante del tuo concepimento che covo questa lettera... Oj, che tono! Dal concepimento, niente meno!
Vieni concepito alla fine di marzo dell'anno 1980, mentre alla TV, dimenticata accesa in soggiorno, scorrono immagini dello scandalo calcioscommesse, di una lista di oggetti sequestrati dai Carabinieri dopo l'irruzione in un covo delle BR a Genova, del ritrovamento della tomba di Talpiot. Cosa accade nei giorni successivi, si sono trovati i termini per descriverlo. O almeno, tu ne troverai nel primo manuale di biologia che ti passer per le mani vent'anni pi tardi; altri vengono da pi lontano.
Alcuni spermatozoi si installano nel muco cervicale. Altri trovano rifugio nelle cripte delle pareti vaginali, o meglio sono le cripte a risucchiarli per poi espellerli nuovamente.
Il bagno di prostaglandine crea una corrente; nel frattempo quei girini ciechi si lasciano dietro il colesterolo e ottengono la capacitazione.
Tra i capaci, uno, quello a cui devi met del tuo codice genetico, quell'uomo dimezzato e ridotto a vibrione, realizza la tensione essenziale cui  votato. Lungi dal mito machista della grande corsa, quei girini osservati per la prima volta nel 1677 dallo scienziato dilettante Antoni van Leeuwenhoek vengono trasportati passivamente dalle contrazioni dell'utero e poi degli ovodotti: quello che fa lui, non il pi forte o rapido ma solo quello prescelto dal caso,  agitarsi disperatamente, aiutando a volte quella suzione:  lui, tra i molti, a sbattere infine sul grande pianeta, e l'acrosoma in cima alla sua testolina subito rilascia i suoi enzimi cominciando a sciogliere la parete.
Ci troviamo nel buio dell'ampolla tubarica di Beatrice Santi, nata il 6 settembre del 1954 a Firenze da Sofia Bardini e Giovanni Santi, unitasi nel 1975 con rito religioso ad Antonio Michelangelo nell'alta chiesa di San Miniato al Monte, nel lampo di marmo e oro che guarda e genera Firenze, sotto una luce che ad Antonio pare proprio la conferma di certe parole pronunciate due anni prima a lei, La mia vita finora non  stata altro che errori, ma ora, ora sar tutto limpido e lucente, e Cristiana infatti era venuta, prima di te, da quella stessa ampolla, a sigillare la promessa.
Siete disposti ad accogliere con amore i figli che Dio vorr donarvi e a educarli secondo la legge di Cristo e della sua Chiesa? Lo sguardo ironico di Beatrice di fronte a quelle parole per lei vuote; quello sornione di Antonio, teso a richiamare la spiegazione che le aveva dato per quella scelta, Tra l'autorit dello Stato e quella degli dei riconosco solo la seconda...
Il gamete femminile sta generando i 23 cromosomi.
L'ovocita chiude le porte:  il blocco della polispermia. Solo uno  ammesso: perde la coda. Forato che  il guscio, comincia una dialettica frenetica in lingua quadridecimale, A T C G, 46 cromosomi, ci siamo. 1.200.000 pagine da 2500 caratteri l'una sognano la tua genesi, divinano l'inoltrarsi della visione nel trave del nervo, scrivono la forza con cui ti sbarazzerai di membra fatte a misura dei vermi, la gioia che ti forger di argilla e linfa e metallo.
Avr un fratellino?
S, Cristiana.
Quindi saremo quattro.
Beatrice che guarda Cristiana con uno strano lampo: possibile che a tre anni abbia capito di Aurelia e Louis dai suoi discorsi con Antonio? No, non intende quattro fratelli, si riferisce certo a noi, alla famiglia, deve essere cos:
S, saremo quattro, piccola.
Cristiana non dice niente.
Alla terza settimana sei identico a un pollo o a un maiale presi nello stesso penoso momento; la notocorda, il tubo neurale, il tubo cardiaco...
Passi da urocordato a cefalocordato, ricapitoli la filogenesi passando da spina dorsale a colonna vertebrale.
Sei Matsya, il pesce. Sei Kurma, la tartaruga. Sei Varaha, il cinghiale. Sei Narashimha, il leone. Sarai Vamana, il nano, e Parashurama, l'uomo selvaggio. Sarai Rama. Sarai Krisna, Balarama? Sarai Kalki...? Attraverso la pancia, per ora, ti si versa l'ossigeno.
Alla quarta settimana c' di nuovo una coda, poi rientra. Una continua battaglia contro le code: animo, Vamana.
Sesta settimana, il tuo cuore a due camere pulsa a centocinquanta battiti al minuto, roba da coniglio, da lepre. Nell'acqua, c' il fuoco.
Da embrione a feto:  qui che si forma l'anima, o che entra? Oppure  una trasmissione, e quello il momento in cui cominci a riceverla?
Sei capace,  la dodicesima, di muovere tutte le parti del corpo; passano le settimane, molli calci sulle pareti della pancia di Beatrice Santi in Michelangelo. Fuori, lo si reputa adorabile.
Sei tre chili esatti, entri nel mondo alle 7,23 del 29 novembre 1980. Entri urlando, ma smetti subito. Poco, dice il dottore, ha urlato poco, questo bambino.
Etichettato e grinzoso vieni posto tra le braccia di Beatrice. Non ha perso molto sangue, sta bene ed  bella, sudata com', con qualche capello appiccicato in fronte.
Lasciato l'ospedale c' il rientro da Ponte a Niccheri, il passaggio in auto davanti al grande cartello FIRENZE nero su fondo bianco, non puoi vederlo, ancora neanche distingui le cose, neanche distinguerai la mamma, per un po'.
Tre giorni: ti giri verso la voce, e sai che quella voce viene dalla stessa fonte da cui viene il latte.
Sette giorni: distingui la fonte del latte, ne valuti la distanza. Cominci a concepire lo spazio dalla distanza che ti separa dalla mammella.
Dieci giorni: sei ancora mezzo cieco eppure riconosci la mamma dal viso.
A due settimane riconosci anche gli occhi e i capelli neri di quell'uomo che sta sempre vicino alla mamma e ha un odore diverso e una mammella probabilmente disgustosa.
A sei settimane stabilisci che puoi fidarti di entrambi.
Fuor di ci, nero e bianco  tutto quel che vedi; arrivano poi il rosso, l'azzurro, l'oro, ti raggiungono, offrono una breve visione del disegno che sta oltre le linee della ragione, e che sfuggir di nuovo. Lo vedi dispiegarsi, distorcersi; allunghi la piccola mano a quelle possibilit infinite, pensi te stesso nel disegno, oltre le linee.
Ti  stato dato il nome Rudra, che viene ritenuto impegnativo, e anche un po' buffo, ma meno buffo del primo vagliato, che era proprio Rama. La mamma infatti ti chiama Rudy. Gli altri seguiranno. Rudra uscir solo quando ci sar da farti un rimprovero. Vedi, Rudra...
Vieni posizionato tra poteri definiti: c' la mamma, c' il babbo e c' Cristiana.
A tre anni, sfiorando l'aureo debole di una maniglia d'ottone della casa di via Benedetto Varchi dici: Ho tre anni.
Cristiana sa tutto.
Non sa niente, ti dici, quando hai tre anni e mezzo e lei sette e ti spinge in una pozza invece di rispondere a quello che le chiedi, ovvero: Esiste Ges?
Lo chiedi al babbo, la risposta  Se non esistesse, a maggior ragione sarebbe opportuno dargli retta.
Non ti  chiaro cosa intenda, allora lo chiedi alla mamma, se esiste: Certo che no, dice, alzando gli occhi solo un attimo dal suo libro.
Si parla di un bambino. Il discorso, teso, ravvicinato, tra il babbo e la mamma, ha luogo mentre Cristiana  a ginnastica, una delle rare volte che non ha finto di avere mal di pancia. Tu giochi in fondo alla stanza, in un angolo, ma ascolti. Si parla di un bambino, ed  naturale che presti attenzione, chi altri pu essere quel bambino, se non tu?
Aurelia, dice il babbo, si  offerta di tenere il bambino.
Chi  questa Aurelia? Ti fa paura l'idea che una persona che non conosci, una persona che non  la mamma o il babbo ti possa tenere...
Non se ne parla nemmeno, non siamo mica... dice la mamma, poi il suo sguardo si incrocia, lungamente, con quello del babbo. Il babbo stringe le labbra, alza le sopracciglia. Ma... Quindi, a Milano?, dice la mamma.
Cristiana fa le scenette. I grandi la adorano, con quegli occhi castani cos grandi e quella capacit di parlare come un'adulta in miniatura, e quella di imparare a memoria qualunque poesiola e recitarla con un'intensit d'interpretazione che li intenerisce e al tempo stesso li fa sbellicare. Sviluppa proprio un suo repertorio, che va dalle preghierine imparate a scuola (da quella bigotta della maestra, come dice la mamma) alle poesie per bambini rimediate nei vecchi sussidiari trovati nei fondi, fino a filastrocche oscene che in genere vengono stoppate a met ma permesse quando c' qualche ospite di quelli pi spiritosi. C':
San Giuseppe col suo manto
del silenzio grande santo
fu prescelto dal creatore
per badare al redentore
e:
E tutti grideremo
viva la man gentile
di bimba signorile
che pratica virt
e anche:
La befana vien di notte,
come fanno le mignotte
porta doni ai pi piccini,
ai pi grandi fa i pompini.a
Tu per hai le domande. Le domande di Rudra, in casa se ne fa addirittura categoria. Nascono una volta in cui a tavola chiedi: Ci sto immaginando?
Il babbo e la mamma si guardano, sorridono, alzano le sopracciglia in un rimpallo di sguardi che  un decidere chi debba rispondere, alla fine  lui a dire, con un gran sorriso: Forse!
Cristiana assiste un po' perplessa alla scena. Tu non capisci bene cosa sia accaduto ma ogni volta che ti viene un altro dubbio suscettibile di generare simili reazioni, non aspetti un momento a esternarlo: Cosa non ? Come si chiama il mondo? In seguito arriver anche Rattayan a suggerirtene: Il tempo  fatto di attimi? I numeri esistono? Perch c' qualcosa?
Un giorno chiedi al babbo cosa significhi relativo. Lui ti spiega che  il contrario di assoluto, cio qualcosa che si riferisce, e si pu definire, solo rispetto ad altre cose.
Quindi noi siamo relativi?
S, certo, vedi, siamo io, tu, Cristiana, la mamma...
No, dico, la nostra esistenza,  relativa?
Io mi chiedo da dove arrivi questo bambino, dice il babbo fra s. L'esistenza relativa...
Siamo nell'ontologia, dice la mamma mentre gira il sugo per la pasta.
Perdinci, siamo nella teosofia, nel Vedanta... Il babbo ti guarda e scuote la testa.
 vero, dice piano alla mamma, che alla sua et Cristiana gi leggeva, eppure, ogni tanto, questo bambino...
a. Cantata senza che Cristiana, o tu, foste edotti del reale significato dell'ultimo lemma, spiegato dai genitori come sinonimo molto volgare di bacio a ventosa.
La vita  luminosa e armonica. Siete quella che comunemente si direbbe una famiglia felice. Almeno fino alla prima litigata, che arriva a Vallombrosa, durante la seconda estate che passate l, quando il babbo porta te e Cristiana sull'aliante. Ha fatto amicizia col padrone della scuola, che sembra felicissimo di conoscerlo, di potergli parlare. Un giorno se ne fa dare uno - Se ho il brevetto? Ma secondo te! Ero ufficiale in aeronautica, te l'ho raccontato, no? - e vi porta in volo tra Secchieta e la Croce del Pratomagno, ma il brevetto non ce l'ha e l'aliante gli sfugge e Cristiana lo capisce anche se lui non lo ammette e state finendo chiss dove, ma alla fine il vento gira e il babbo riesce ad atterrare alla meno peggio sotto Massa Nera, spaccando un'ala dell'aliante su un abete. L la mamma si infuria davvero. Ma non solo: guarder sempre anche voi con sospetto, come se avesse capito che in quell'uomo c' qualcosa di fuori posto, che voi potreste aver ereditato.
Un giorno, sotto Natale, la zia Fiammetta, la moglie del fratello della mamma, con quello sbuffo di capelli rossastri, ti chiede se diventerai un ingegnere come tuo padre. Tu fai di no col capino e prendi e spacchetti il regalo che ti porge. Speri in un robot, trovi un orologio. Delusione. Poi, quando gli zii si mettono a sentire Cristiana che recita una poesia, chiedi alla mamma:
Posso non diventare niente?
Domanda di Rudra!, dice lei, sottovoce, e ti passa le dita tra i capelli.
Posso?
Non interrompere tua sorella...
Alejandro, il collega del babbo, invece per Natale ti ha regalato dei libri illustrati. Forse sono un po' pi da grandi, dice la mamma vedendo che dopo averli sfogliati una volta li hai gi messi da parte. Di uno, Il segreto di Masquerade, si appropria subito Cristiana. Non  l'unico a frequentare la casa: per qualche anno viene anche gente da Roma, quando si sa che devono arrivare alcuni di loro, la mamma prepara la casa anche tutto il giorno.
Chi  quello che viene stasera?, chiedi a Cristiana un sabato che la mamma ha comprato pure le candele e i fiori.
Un amico del babbo, un regista famoso, dice lei senza alzare gli occhi dal computer. In casa sono arrivati i computer, li ha portati il babbo dal lavoro. Cristiana ha fatto un figurone a scuola mostrando dei disegni fatti con un programma e messi su carta con la stampante. A te il computer interessa solo per qualche giorno. Molto meglio il cortile interno di casa, con i ragni e le formiche. Ora che non c' pi Cristiana a ucciderle con la lente o a buttarle nella tela dei ragni, hanno aperto due nuovi formicai. Solo una volta, visto che Cristiana non c' pi a farlo, la prendi tu, una formica, e la butti nella tela, ammirando lo scatto del ragno verso di lei, il suo avvolgerla di tela come un fuso fino a farne un bozzolo.
Sotto la Befana parlano di nuovo del bambino, il babbo si arrabbia, dice alla mamma Ti ricordo che per un bel po' non l'ho neanche riconosciuto!
Bella forza, non si poteva!
Pensi molto a quelle parole. Valuti se chiedere a Cristiana, che per  tutta presa a disegnare, e non lo fai. E poi hanno detto bambino, mica bambina...
Mamma, chiedi qualche sera pi in l, prima di dormire, il babbo mi ha riconosciuto?
Rudra, ma come ti viene in mente una cosa del genere? Certo, piccolo...
La mamma  scesa dal babbo, nel laboratorio. Tu li ascolti dal cortile, su cui d l'unica finestrella della stanza.
Devi proprio venderlo?
Oh, Beatrice. Bello vederti qua sotto.
Non puoi limitarti a produrlo per noi?
Ne sono venuti tre quintali, quest'anno.  un po' tanto per noi, anche togliendo i barattoli che regaliamo. E poi la gente me lo chiede.
Penseranno che abbiamo bisogno di arrotondare.
Guarda che se c' una cosa in cui  brava la gente,  fare i conti nelle tasche altrui. E che sono passato a dirigente lo sanno benissimo. Tanto pi che...
Cosa?
Tanto pi che da quest'anno non vender solo il miele. Guarda. Mostra alla mamma una cornicetta di legno; dentro, sette piccole ogive di cera grezza. Lei corruga un po' le labbra, il suo modo per intendere che non  impressionata. Poi si sforza e chiede cosa siano.
Pappa reale. Direttamente dall'alveare. Vedi la goffratura?  la sua stessa celletta. Veridico toccasana per i fanciulli, dice poi con una voce scherzosamente pubblicitaria.
Potresti metterne un po' da parte per i nostri fanciulli.
Gi fatto, cosa credi. Ho qua una decina di espositori da sette celle ciascuno, dice, e apre il vecchio Singer del laboratorio. Va fatto un ciclo di una al giorno per un paio di settimane, massimo un mese.
Non avevi cominciato a insegnare a incidere a Cristiana? Dedica del tempo anche a quello, almeno serve a qualcosa. E non tenere fuori Rudra.
 piccolo, e poi non gli interessano queste cose.
Quando il babbo esce dal laboratorio vai a guardare le cellette della pappa reale.
Il giorno dopo stai correndo per casa buttando all'aria tutto, la mamma ti ferma, ti d un bacio, poi scende dal babbo, Ma cos'ha oggi questo bambino? Il babbo ti ferma, ti guarda in faccia, ci pensa un po', poi dice: Te lo dico io cos'ha, e apre il frigo.
Rudra! Ti sei mangiato tutta la pappa reale.
Fai cenno di s e scappi di corsa, via da quei due che sorridendo scrollano il capo.
La settimana dopo ti beccano che sei montato su una sedia per accedere al frigo:
Rudra!
Che ha fatto stavolta?, dice il babbo.
Non ci credo, sta mangiando quel... Dai qua!
Ma cosa?
Quel burro, l, che ha portato Alejandro dall'India!
Il ghi?!
Con le mani!, grida la mamma, e tu pi lesto di lei scappi, le passi tra le gambe e corri via per casa.
Be', se non altro tutte quelle calorie le sfoga, ridacchia il babbo dallo studio.
Forse andrebbe mandato a fare sport.
In quei giorni compaiono Ponsacco e Rattayan. Si manifestano nel cortile dietro casa. Ponsacco sorride, la faccia tonda e sorniona, la maglietta a righe gialle e rosse, le guance rubizze. Rattayan  cupo; pi riflessivo, porta una camicia azzurrina a quadretti, abbottonata fino al collo.
Il babbo ti guarda dalla finestra del laboratorio, mentre parli con loro. Ti guarda strano. C' affetto, anzi amore, ma anche un'espressione di straniamento, come quella di chi non riesce a venire del tutto a capo di qualcosa.
Fai due mesi di vacanze? Beato te, ti dice Lapo, l'unico bambino dell'asilo con cui ti sei trovato. Lui vive oltre piazza Alberti, in un punto dove Firenze lascia il posto a una campagna mezza guasta; a volte, quando non ha visite, la mamma ti porta a giocare da lui. La sua casa  pi grande della vostra ma molto, molto pi disordinata, e lui in vacanza ci va solo una settimana, da sua nonna che ne passa due in albergo a Chianciano Terme. Ti racconta che a Chianciano  noiosissimo ma  bello perch ci sono un sacco di scorpioni. A Vallombrosa, dove andate in agosto, non ci sono scorpioni (solo una volta ne hai trovato uno, morto) ma moltissimi ragni e cavallette (alcune, color sabbia, hanno l'interno delle ali rosso oppure blu) e scolopendre e onischi - si chiamano cos, ti ha spiegato il babbo, quelli che la gente chiama porcellini - sotto ogni vaso. L'altra vacanza  al mare ad Ansedonia, a luglio, sotto il dominio incontestato della mamma. I bambini del mare ti stanno antipatici, inoltre l non puoi giocare con Cristiana come in montagna: i gruppi sono divisi per et e i grandi non stanno mai con i piccoli. Allora stai con Ponsacco e Rattayan. A Vallombrosa vengono pi di rado, forse perch ci sono quella tutta fasciata e l'uomo con la barba bicolore e il nano e il prete pazzo e la donna col foulard. A Vallombrosa si fanno passeggiate oppure si sta in giardino. Il babbo gira la piccola rotella verde nel pozzetto e gli innaffiatori automatici, che ti diverti a rincorrere, si fermano. Il profumo delle ginestre e dei ginepri si spande in nube. Tutto il tempo del mondo e delle cose ti sta davanti, e nello stesso momento senti di stringerlo, di averlo in te. Capisci qualcosa. Qualcosa di vero. Non sai esprimerlo adesso, n saprai esprimerlo quando da grande ci ripenserai. Ma lo capisci, e infatti stavolta domande non ne fai.
Qualche giorno pi tardi ti trovano che piangi. Davanti hai il pongo che ti hanno regalato gli zii, che sono passati a trovarvi. Dieci barre, bianco, giallo, arancio, rosso, rosa, viola, blu, verde, marrone e nero. Hai mescolato tutto in una palla violacea, petrolina, che  stato bello poi aprire in due, come una pagnotta, trovandovi dentro il mlange dei vari colori, in gore e isole. Poi per sei scoppiato a piangere.
Rudra, ma che hai?, chiede la mamma.
Non torna pi indietro.
Eh?
Il pongo.
Forse hai ragione tu, questo bambino  un po' strano, dice la mamma al babbo con un sorriso scherzoso, mentre ti culla e ti consola. Ne compreremo un altro, dice, ma tu la guardi dal basso, ancora col broncio, perch non ha mica capito, cosa c'entra comprarne un altro.
(Il giorno dopo la palla finisce nelle mani di Cristiana, che ci fa una madonnina, Ma come sei brava, dice la mamma; Cristiana che poi la mette in cortile e le scioglie la testa concentrandoci i raggi del sole con la lente d'ingrandimento, Ma che fai?!, dice la mamma, ma sotto sotto le scappa un sorriso.)
Fai amicizia con gli altri bambini del palazzo, o meglio la mamma ti obbliga a farlo, ti spinge ad andare l e parlarci, anche se tu non vorresti. C' Nicola, c' Sergio e c' l'altro Sergio.
Nicola dice bucciaio per robot. Solo dopo anni capirai che  la crasi di robot (pronunciato alla francese, rob) d'acciaio, Jeeg che si fa regola generale. Jeeg, la testa che ha bisogno di qualcuno che le getti i componenti.
Sergio ha molti Micronauti, vengono da suo fratello pi grande. Sono di plastica pi pesante rispetto ai giochi che hai tu, gli arti che si combinano con le calamite, proprio come a Jeeg.
L'altro Sergio  agile. Ti sfida a lanciarti dal muretto in fondo al cortile, lo avete scalato e ora, da l sopra, ti sembra veramente troppo alto. Sergio si lancia. Stai l impalato. Se non hai il coraggio di fare questo, ti dice da sotto, come potrai diventare un acrobata? Pensi che non hai mai detto di voler diventare un acrobata, ma ti lanci. Atterri bene. Ti stupisci di non esserti fatto niente.
Al pomeriggio ormai giochi sempre con loro, anche perch se sei a casa vengono a chiamarti. Preferivi quando in cortile giocavi da solo.
Ogni anno la mamma preferisce un po' di pi Ansedonia a Vallombrosa. La mamma preferisce Ansedonia cos tanto che per convincere il babbo ad andare una settimana pi tardi a Vallombrosa, parla del Mostro di Firenze (non ti  chiaro perch se questo Mostro  di Firenze, non lo tema l a Firenze), cita e ricita la storia dell'aliante. Ma tu e Cristiana preferite Vallombrosa. Tu per gli animali e le piante, lei all'inizio perch gioca con te all'aperto, poi perch l ha pi amici. Un giorno il babbo, quando ancora era tutto montagna, passeggiate, piante, animali, e non c'era un luogo del Saltino e di Vallombrosa che non volesse visitare pi volte, dove non venisse fermato da chiunque vi trovasse, cosa che destava in te un'ammirazione sterminata, eppure destinata a scemare col sopravvenire del suo disinteresse per tutte queste cose (fatte salve le api, che erano per addomesticate e ti interessavano meno), a Cristiana fa addirittura uccidere una vipera che incontrate durante una passeggiata. La colpisce in mezzo, a spezzarla, poi lascia che sia lei, col suo bastone, a colpirla sulla testa. La cosa ti spiace molto, e molto ci ripensi, sebbene sul momento invidi tua sorella per la designazione di adulta che il fatto comportava. Al mare, come animali, ci sarebbero le arselle, che per sono quasi sempre vuote oppure impossibili da aprire senza romperle, e i paguri, che per sono rari. Una volta la mamma, mentre giochi sulla battigia, ti dice, intuendo la tua domanda in arrivo, che veniamo dal mare, che la vita si  sviluppata l, ma la cosa non ti convince. A te piace di pi la terra, infatti anche l la cosa pi interessante  la sabbia, quei vermicelli che vi si possono trovare. Un poco d'interesse per il mare ti viene quando una notte il babbo e altri adulti della spiaggia fanno la sciabica, che  una cosa che vi dicono di non dire, perch  vietata, anche se poi sarete in cinquanta l sulla spiaggia di notte. Viene portata una rete al largo con un patino e poi tirata, e nella rete c' di tutto, pesci da fare sulla griglia, ma anche meduse, raganelle, barattoli, alghe marce, la ruota di una macchina... Ma la sciabica da solo non puoi farla e per quanto ti piacciano le meduse e anche i bacarozzi rossi che si possono trovare filtrando la sabbia profonda, il mare non dava quello che promettevano i libri illustrati - dov'erano le stelle marine? Dove i cavallucci? Gli anemoni? - mentre la terra manteneva le promesse: ecco i ragni e le cavallette e le scolopendre; ecco i nidi di vespe; il raro e quindi prezioso moscon d'oro; l'ancor pi raro cervo volante; le piante velenose e quelle dotate di pungiglioni o uncini; ecco anche le serpi: la vipera, il biacco, la biscia, il cervone, che si possono distinguere dal manto; tutto pi frequente e interessante. E poi in spiaggia c' Angi, una specie di bagnino-tuttofare che pugnala palloni e caccia urlacci e (si diceva) una volta prese a sberle un ragazzino che era entrato nel suo laboratorio. Cos sei contento quando comprate una casa a Vallombrosa. Anche perch ad Ansedonia ce l'avete gi: viene dai genitori della mamma. A te dispiace lasciare la casa del Postino, dove andavate in affitto, ma il cantiere, dove stanno costruendo il residence del quale far parte la vostra casa, ha altre attrattive. Ci sono stecche di mattone, a interi mucchi, che si possono usare per tirare colpi di karate; ci sono forassiti da far vorticare e usare come fruste; ci sono ciuffi e gomitoli di cavi elettrici che formano fruste ancora pi micidiali; ci sono piante strane, arbusti con lunghi fiori a pannocchia e girasoli rinselvatichiti, piante che provano a riprendersi quel fianco sventrato di montagna e che  divertente falcidiare col bastone o con i cavi elettrici. Ci sono vespe e calabroni, da cui bisogna stare attenti a non farsi pungere. E dalla terra ribaltata sono venuti fuori millepiedi e scolopendre e vermi come non ne hai mai visti, oltre a moltissime cavallette con le ali colorate, e a volte anche merli selvatici che arrivano in picchiata e se le mangiano. Da quando c' da seguire il procedere dei lavori, le passeggiate sono pi spesso dal Saltino verso il cantiere (a volte anche oltre di esso, fino a Massa Nera) che verso Vallombrosa. Vallombrosa che il babbo ama ancora, e che per comincia a preferire di sera, quando vi porta a vedere le stelle, a scovare i pianeti tra di esse e nominare le costellazioni, a scherzare con Cristiana sulla possibilit di prendere la Luna con un retino:  vero, babbo, che  un palloncino? Certo, ma, beninteso, fatto di formaggio! Ridevate, e poi al dieci agosto, ma a volte anche il nove e l'undici, c'era la cascata di stelle cadenti, da guardarsi rigorosamente al pratone. Di giorno, ormai, il babbo la trova insopportabile per tutti quelli che, in un barlume di rilancio visto dalla localit con la riapertura del bar, e poi rapidamente estintosi, ora vengono a fare pic-nic nei boschi intorno al Pratone e all'Abbazia.
Guardate che roba, dice un giorno a Cristiana che gli cammina accanto e a te piccolo sulle sue spalle, parlandovi, al solito, come foste adulti, mentre raggiungete il pratone armati degli aerei di carta realizzati a casa: La foresta, le pendici della foresta, il punto da cui i frati cominciarono a piantare, a seminare, sono diventati un ospizio, ma che dico ospizio: un lazzaretto! Guardate che situazione, quello si  portato la sdraio. Quello il lettino, addirittura!
Cristiana non ascolta, ma schizza e salta in giro, fa amicizia con una bambina col naso a punta. Tu chiedi di scendere dalle spalle. Non ti allontanare troppo... Guardate che situazione, dice il babbo mentre tu vai a scovar larve e coleotteri tra le radici degli alberi. Bottigliette, piattini di plastica, pure gli assorbenti! Forchette di plastica, mozziconi, linguette di lattina a centinaia... Del resto se a questa gente si danno pure i tavoli! Cos' questo rumore? Ecco, ci mancavano le moto da cross! Da domani si comincia ad andare a funghi, gi nel bosco, pace se ancora non ci sono, e pace se la mamma dice che siete ancora piccoli. Bambini, andiamo, su. Cristiana! Dai!
Uscite in strada. Passa l'uomo con la barba bicolore, con la sua ciambella sottobraccio.
Babbo, perch quel signore ha una ciambella?
Quale signore?
 passato di l.
Non c'era nessuno, dice Cristiana.
Passa sempre da questa strada. Ha con s una ciambella da mare.
Non so, Rudy, chiss: forse ha le emorroidi.
Cosa sono le emorroidi?
Cristiana: Una cosa nel culo.
A sei anni vai a scuola. Il babbo  contrario a mandarti un anno prima, dice che  un'idea piccoloborghese. Guadagnare un anno, e rispetto a cosa? La mamma pondera, poi finisce per concordare. I tuoi amici del pomeriggio per non sono compagni di classe - in classe, in effetti, non leghi con nessuno -, ma i soliti bambini del cortile, oltre a Lapo, da cui ti fai portare quando la mamma pu.
I tuoi si stupiscono dei tuoi risultati scolastici. Non sei il primo della classe, e neanche il secondo o il terzo. Stai in mezzo. Ne parlano spesso. Sono contenti quando, durante una visita di Alejandro, ti appassioni all'I-Ching, tirate assieme le monete e fate gli esagrammi, che sono profezie. Ma su cosa? Questo lo decidi tu. Cos' l'ultimo che hai tirato, uno yang? Allora, vediamo... Li - L'aderente (il Fuoco)...
Nei giorni successivi ti regalano altri libri di tutti i tipi e pure i tarocchi ma, niente, ti interessava solo quello. Non sei come Cristiana che ormai legge pure i libri di psicologia della mamma, di cui tu guardi al massimo le rare figure.
Gli anni passano, il cantiere procede; le case non sono ancora del tutto finite ma tante sono le famiglie che vanno gi su per le vacanze di Pasqua, compresa la vostra. Il babbo ha provato pure a piazzare delle arnie al Paradisino, anche se dice che quelle api l stanno meglio pi in basso. Alcuni babbi, siccome l'impresa non ha ancora portato via l'escavatrice e c' qualche sacco di cemento avanzato, hanno l'idea di improvvisare una piscina. Vengono dal tuo, a chiedergli un parere, Che ne pensa, ingegnere, e lui dice: Fate come vi pare. E poi, dopo una mezz'ora, a voi due che giocate in giardino, Venite ragazzi, andiamo a vedere cosa fanno quei mentecatti. Quei mentecatti scavano una buca rettangolare, fanno una gettata di cemento, la lisciano con delle travi e il giorno dopo, quando  asciutto, la riempiono con la canna. Attaccano il tubo da duecento metri proprio al pozzetto del vostro giardino, perch la vostra  l'ultima casa prima del boschetto. L'acqua, messa dentro senza n sistemi di scolo n niente,  gelida, ha un che di sporco e ha gi cominciato ad attirare le vespe (cosa che per te  senz'altro positiva), ma c' entusiasmo nell'aria, tutti hanno portato i bambini, alcuni gi in costume da bagno. Al primo approccio, il figlio dei Pandolfini scivola, batte una capocciata sul bordo e finisce in acqua. Non si  fatto neanche troppo male - al pronto soccorso gli metteranno cinque punti -, ma quel sangue che si allarga nell'acqua fa impressione. I babbi decidono che  pericolosa. Ai bambini viene proibito andarci e diventa un luogo off-limits del residence.
Quando tornate su il mese successivo, la prima cosa che fai  andare l. Trovi la piscina popolata di muschi e alghe; passa anche una libellula. Alla sera, per poco non pesti un rospo. Ci vai ogni volta che salite per il fine settimana, e assisti al crescere di una colonia di rospi. Quando tornate in agosto per la villeggiatura, hai paura che gli altri bambini l'abbiano scoperta, che abbiano ucciso i rospi. Invece hanno obbedito: non ci  andato nessuno, e dato che sta oltre l'ultima casa, cio la vostra, e oltre un canalone dove erano stati buttati gli inerti avanzati dal cantiere, e oltre ancora un primo boschetto di castagni, fuori insomma dai percorsi che dal villaggio si inoltrano gi verso le piste dei cercatori di funghi, da tutt'altra parte rispetto all'unico vero sentiero, che sale verso Massa Nera, e al lato opposto dalla strada per il Saltino e Vallombrosa,  stata dimenticata. Non sar riscoperta: Cristiana, dopo che il babbo di un altro bambino ha tirato in mezzo lei e altri in una partita, ha cominciato a fare la master a Dungeons & Dragons, che a te annoia a morte, ha coinvolto quasi tutti gli altri ragazzini e sembri rimasto l'unico ancora interessato a giocare fuori. L'ecosistema cresce. Ora ci sono anche dei piccoli pesci. Come ci sono arrivati? Forse, ti saresti detto poi, erano soltanto girini, che immaginavi come pesci solo perch ti piaceva troppo l'idea. Qualunque cosa siano, se la nuotano, e sul pelo stanno sospese le mosche d'acqua e gli insetti pattinatori; a volte scatta un piccolo coleottero nuotatore, che scoprirai chiamarsi dittisco. Intorno si trovano altri animaletti, inusuali rispetto a quelli che becchi normalmente in giro. Cos ogni giorno, ogni singolo giorno, vai l.
Quando tornate per un fine settimana d'autunno, la paura  che il primo freddo abbia ucciso tutto. Questo aveva detto il babbo, che aveva capito che ci andavi e ti aveva comprato due libri, uno sui coleotteri, l'altro sugli anfibi, della stessa serie dei suoi sui funghi e sulle piante medicinali - gli unici, tra tutti quelli che c'erano in casa, a interessarti. Non ti ci affezionare, tanto quando gela muore tutto, aveva detto. Ho perso due alveari l'anno scorso, stupido io a non volerli spostare. Non ha ancora spento il motore della macchina che sei gi corso oltre il limite del lottizzo, oltre il canalaccio degli inerti e attraverso la macchia dei castagni. La piscina non  ghiacciata. Ma  andata ancora peggio. Qualcuno l'ha riempita di terra. Ponsacco ti guarda comprensivo, Rattayan si morde il pugno. Tu piangi tutto il giorno.
Si parla ancora del bambino. Il babbo e la mamma sono agitati. Stavolta hai il sospetto che non si riferiscano a te, perch quando parlano della maestra, del fatto che ti ha dato solo Bene e non Molto bene o Benissimo (Cristiana non scende mai sotto il Benissimo), dicono Rudra e non il bambino.
Del resto, dice il babbo, sei tu che non ce lo hai voluto.
Il bambino? Scherzi?
A parte che non  pi un bambino, ha sedici anni adesso, ma lo sappiamo bene che non lo hai voluto per via di Cristiana e Rudra.
No, dice la mamma puntando il dito sul petto del babbo, questa non me la vendi, d'accordo, magari mi sembrava inopportuno...
Vedi?
E fammi finire un discorso, una volta! Mi sembrava inopportuno e non ho cambiato idea. Ma se tu avessi insistito avrei ceduto,  tuo figlio, perdio! La mamma alza la voce, non ha visto che sei dietro la porta, che ti sei fermato allo spiraglio e stai ascoltando.
Se avessi insistito! Questa  nuova davvero!
Da' retta, Antonio, sarai abituato a prendere in giro chiunque, ma con me non attacca: quella soluzione ti andava strabene, perch il bambino avrebbe interferito col tuo progetto.
Uh, adesso avevo pure un progetto! Il Grande Architetto dell'Universo, c'abbiamo.
Avevi un progetto, s. O ti sei dimenticato le stronzate che mi raccontavi? La mia vita fin qua  stata una serie di errori...
Mai proferii simili parole.
Ovvio, figurati se non la impacchettavi in qualche stronza cornice poetica: dicesti Una corda di pochezze.
Hai buona memoria.
Certo che ho buona memoria. Volevi ricominciare da zero, avevi questo sogno di farti una famiglia a modo, una famigliola da fare un figurone col mondo, e io ci sono cascata, me la sono ingoiata con tutto l'amo. Ce l'ho ancora qua, dice la mamma indicandosi la gola, proprio dove il babbo ha il pomo di Adamo, che quando gli chiedesti cos'era ti spieg che era il punto in cui al primo uomo rimase nel gozzo il morso di mela, e che sarebbe venuto anche a te, quando saresti stato grande... Qui, ce l'ho, dice la mamma, e la verit  che tu il bambino non ce lo hai mai voluto, qua dentro.
E se anche fosse? Tu non ce lo volevi. Forse non ero abbastanza motivato per combattere. Forse ero troppo preso dalla carriera. Forse l'errore fu non mettersi in mezzo subito, non prenderlo e allevarlo io, invece di lasciarlo a sua madre.
Quella spostata. Certo, era proprio adatta a tenere un bambino!
Non parlare di cose che non conosci.
Abbiamo visto che fine ha fatto.
Ascolta, Beatrice, se Francesca non fosse morta, sarebbe andato tutto liscio.
Tutto liscio! Vedi che problematizzi gi a livello semantico?
E parla come mangi.
Io! Ma ti sei mai sentito? E poi non deviare. Ne parli come di un problema, va bene cos?
 allora che entri, perch sai che entrando la mamma non parler pi cos al babbo e il babbo non parler pi cos alla mamma, infatti appena spunti tu si fermano subito, riprendono una posizione meno tesa e ravvicinata, il babbo fa per sedersi, la mamma fa un passo verso di te, Rudra, piccolo, cosa c'? E tutto, per oggi, si risolve con la richiesta di una Girella.
. . . . . . . . .
Cri-Cri?
Non vedi che sto ripassando a china questa mappa?
Posso chiederti una cosa?
Sentiamo.
Ma questo bambino...
Che bambino?
Il bambino di cui parlano sempre il babbo e la mamma... sono io?
Certo che sei proprio tonto.
Sono tonto?
Rudra, quel bambino  Louis.  un altro figlio del babbo, come la zia Aurelia.
Fissi Cristiana, non sei sicuro di aver capito, o forse la cosa ti sembra troppo grossa.
Guarda che il babbo e la mamma ce ne hanno parlato, dice lei. Hai gi dimenticato tutto? Poi, si dice fratellastro. E in ogni caso non star con noi. Ora lasciami lavorare.
A Vallombrosa, sulla strada che dal villaggio va a Cascina Vecchia e Massa Nera, scovi delle larve. Stanno su una quercia morta, anzi quasi morta visto che dal ceppo enorme e mozzo e marcio escono comunque diversi ramoscelli con le loro foglioline, e sono molto pi grosse di qualunque verme, larva o bacarozzo tu abbia finora trovato in giro, tanto grosse che se ne tieni una in pugno, spuntano la coda e la testina. Secondo il libro sono, sono proprio, larve di cetonia aurata, cio di moscon d'oro. Uscir un moscon d'oro? Prima c' la pupa, dice il libro. Tempo qualche giorno, ne rimane solo una. Tu le tieni d'occhio a pomeriggi interi ma le altre sono sparite e sul tronco ne rimane solo una. Per la pupa la fa. Si ferma e cristallizza in una spaccatura del legno. Dal libro impari tutto sulle pupe. Ne parli a cena. Secondo voi, chiedi ai tuoi genitori, la pupa  felice?
Sono tornate le Domande di Rudra, dice la mamma.
E l'albero? Ci hai pensato se  felice l'albero?, dice Cristiana, e scuote la testa.
Forse, pi che felice, sta meditando, ride il babbo.
L'idea non ti spiace.
Guardi la pupa meditare. Altrove, gli anni precedenti, avevi scoperto altre pupe, ma erano rimaste l, secche. Hai paura che accada anche alla tua. Che non si trasformi mai.
Lentamente, invece, gli organi si riassorbono e poi si sciolgono in un latte palpitante, che si trasforma a sua volta in nuovi organi, e un giorno, alla fine del mese, quando la tua paura  mutata in un'altra paura, quella di partire prima di veder accadere quella cosa, la pupa si apre, una zampetta esce e si libera da un pezzetto di membrana, e poi il moscon d'oro avanza, piano, fuori da quel residuo, il sole che si riflette di verde e d'oro sul suo guscio, e il guscio si apre sulla schiena e il moscon d'oro parte in volo, subito, verso il cielo, puntando verso quell'azzurro. Una mano sulla fronte per ripararti dal bagliore, lo guardi vorticare in aria, contro il giorno, con quel corpo pesante, spaziare in alto, sopra il villaggio e Cascina Vecchia e forse (non lo vedi pi) abbastanza in alto da scorgere Saltino e Vallombrosa, e Massa Nera, e forse le antenne di Secchieta e la Croce del Pratomagno, eccolo che torna, che fa un movimento a vortice attorno al ceppo dove  nato e si posa da qualche parte su un acero vicino. Ti sposti per cercare di scorgerlo. Dal ramo vedi volare via un merlo, e nel becco tiene quello che sembra proprio un moscon d'oro.
A otto anni ti viene la febbre. Per la mamma  influenza, anche se  perplessa per via dell'assenza di tosse o raffreddore. Ma s,  soltanto una febbre alta, di quelle che vengono a tutti i ragazzi piccini, dice il babbo. Dopo due giorni non  scesa, cos la mamma chiama il medico di famiglia. Arriva quell'uomo grasso e serioso: ti sonda, ti testa; sintomi, a parte la febbre, non ce ne sono. La gola non ha placche. S, dice alla mamma, credo che la sua diagnosi sia corretta. Febbre influenzale, dice. Passer. Cinque giorni e da trentanove e mezzo  salita a quaranta, la tachipirina la fa scendere al massimo a trentotto e mezzo, e giusto per qualche decina di minuti (buono per, lo sciroppo fragoloso). La febbre produce onde di deliri, sogni intensi, carichi, tutti sensazioni. Sensazioni esasperate, amplificate, ti senti le mani minuscole oppure enormi, come l'homunculus corticale nei libri di psicologia della mamma, senti intorno bolle o sfere, nere e opprimenti, che si avvicinano sempre di pi... Viene chiamato un altro medico, pure lui ne cava poco. La tachipirina non ti fa pi niente; neanche con altri farmaci, pillole da adulti da ingoiare e via, ti scende la febbre. Anzi, sale ancora di pi. Ti portano a Careggi. A partire da quel momento hai ricordi vaghi, sempre febbricitanti, di uno, due, tre ulteriori passaggi in ospedale, punture, analisi su analisi, un passaggio della zia Aurelia, che a sua volta ti visita. Un ricordo lo hai chiaro: il braccio pieno di buchi, un'infermiera che dice Questo bambino non ha pi vene. I giorni prendono un loro ritmo meno furioso, meno scuro, il tempo si organizza in gale, in ghirigori, ma la febbre non scende, e non  che il tuo corpo si abitui: semplicemente si rassegna. Ti riportano a casa. Le lenzuola sono sempre bagnate. La mamma ti accarezza la fronte, per ore, ore e ore. Il babbo entra nella stanza, a volte con Cristiana per mano. Ti dice Forza e coraggio, sorridendo, e per sotto quel sorriso vedi che ti guarda con una tristezza che non gli hai mai visto e non gli vedrai mai pi. Cristiana, forse imbeccata o forse no, ti porta un giornalino, un libretto, l'ultimo numero del Corrierino coi Ronfi e la Stefi. Ti pare che in quei giorni cos confusi passino anche Nicola, che ti lascia un piccolissimo (ma proprio minuscolo) robot, e il primo Sergio, che ti regala addirittura - sua mamma dietro che dice Daglielo su, e gli d una spintarella - Baron Karza, il micronauta nero. Viene anche l'altro Sergio, ma prima di dire qualcosa si mette a piangere e scappa. E torna la zia Aurelia, ti visita di nuovo, poi parla un po' con la mamma e pochissimo col babbo e se ne va. I sogni non smettono, anzi una presenza, prima vaga, latente, prende a manifestarsi. La preannuncia una specie di spettro, che hai l'impressione di veder passare in corridoio, una donna, estranea, trasparente: Castafior. Alza la gonna e da sotto spunta Tartagliana. Buond, dice. Parte piccolissimo ma a ogni passo verso di te diventa pi grande.  grasso, ridente, i capelli lunghi, come di stoppa, ha un cappotto col collo di pelo d'agnello. Tartagliana sempre l, Tartagliana che si avvicina sempre ma senza raggiungerti mai, e a volte vorresti quasi che ce la facesse, che ti raggiungesse e ghermisse o facesse cosa mai deve fare. Tartagliana con le zanne, Tartagliana che si moltiplica in tanti piccoli Tartagliana, un'aureola di Tartagliana attorno a Tartagliana. Ponsacco e Rattayan non si fanno vedere. Tartagliana  seduto sul termosifone quando senti il babbo e la mamma discutere fuori dalla porta su qualcosa, poi entrano e hanno un cartellone di bristol azzurro, con i nomi, in maiuscolo e di tutti i colori, andrea, francesca, nadia, dei tuoi compagni e delle tue compagne di classe, e sotto le firme di ciascuno, e in mezzo un'altra scritta, ritagliata su cartoncino rosso e incollata in modo da essere un po' in rilievo, con dei brillantini tutto intorno, che dice rudra rimettiti presto, Tartagliana ora non c' ma riappare quando il terzo medico, che  stato nel frattempo convocato da Padova, uno che ha fatto l'universit con la mamma, dopo averti visitato e guardato la lingua e fatto anche una foto, Su Rudy apri la bocca e stendi bene la lingua che facciamo una bella foto, questo medico con i capelli bianchi lunghi e gli occhiali con la montatura rossa dice Bea, ingegnere, venite un attimo fuori, e solo due o tre anni pi tardi Cristiana, che aveva voluto ascoltare anche lei, e a cui era stato intimato di non dirtelo assolutamente, ti avrebbe rivelato che aveva preso la mamma per la spalla e anche il babbo per un braccio e detto Certo bisogna fare altri controlli, non si pu parlare senza una biopsia del midollo, ma quella lingua bianca, con quello spacco in mezzo... e poi, abbassando ancora di pi la voce: Questo bambino potrebbe avere la leucemia. Quando rientrano in camera il babbo vacilla, si appoggia col gomito allo stipite della porta, cerca di sorridere ma gli esce una smorfia e gli scatta la palpebra di un occhio; la mamma  pi bianca del muro dietro e piange, poi si asciuga, si fa seria, ti abbraccia. Non ricordi se fecero uno dei loro summit, non sai cosa dissero a Cristiana, che ti guarda impietrita e stringe i pugni e deglutisce.
Poi, due giorni dopo, come se niente fosse accaduto, prima ancora di fare la biopsia, la febbre se ne va. Cala di colpo, ti tengono a casa ancora qualche giorno, ma niente, torna l'appetito, spariscono i sogni, Ponsacco e Rattayan tirano sassi, dalla corte interna, sui vetri della finestra. La biopsia viene fatta comunque: niente. Rientri a scuola accolto da un applauso. Il cartellone viene ripiegato e riposto in un armadio. Dopo altri tre giorni ti riammali e se la fanno tutti sotto, ma  solo una febbricola, salti un giorno di scuola, poi rientri, e da l sarai sano come un vitello, sempre.
Durante la malattia hai ricevuto un sacco di regali. Ma tra tutti il tuo preferito non  il Baron Karza, n il Castello Playmobil che ti hanno portato lo zio Mauro e la zia Fiammetta, e certo non l'enciclopedia per ragazzi che ti ha regalato la zia Aurelia. Ti affezioni, con un bel po' di stupore dei tuoi, perch mai avevi mostrato chiss quale attitudine alla musica, a un flauto. Un flauto andino, una quena, che ti ha regalato il collega del babbo, Alejandro.  fatto d'osso e decorato da tanti piccoli cerchietti che Alejandro ti ha spiegato essere incisi col fuoco. Non imparerai mai a suonarlo bene, ma lo suoni sempre: come un fischietto, o quasi, moduli giusto delle tonalit differenti grazie ai quattro buchi, finch un giorno torni a casa e lo trovi rotto, sul divano. Ci si sar seduto sopra qualcuno, dice la mamma senza alzare gli occhi dal suo libro, cos impari a lasciare le tue cose in giro per casa. Qualcuno. Chiedi a Cristiana, chiedi al babbo, chiedi di nuovo alla mamma. A nessuno risulta di essersi seduto sul flauto. Lo avrai rotto tu, osa dire la mamma. E comunque davi fastidio, dice il babbo. Non ti piace quell'e comunque. Ti fa pensare che allora c'era, un motivo per romperlo. Guardi il babbo con occhi inquisitor. Se vuoi fare qualcosa, dice, che sia suonare o altro, falla bene. Vuoi suonare? Ti mandiamo a scuola di musica. Altrimenti non ha senso.
Vuoi imparare a suonare, Rudy?, chiede la mamma. Tu fai di no col capo.
Un giorno che mostri a Nicola un ragno giallo che hai scovato, quello prende e senza neanche guardarlo lo pesta. Ci resti male, ma sei anche impressionato da quel gesto tanto brusco, foriero di un diverso rapporto col mondo. Cos, in cortile, negli infiniti pomeriggi, continui a giocare con lui (i robot hanno lasciato il passo al Subbuteo) oppure a Lupin III coi due Sergio. Uno fa Lupin, uno Jigen, tu Goemon. Si tratta per lo pi di far fuoco e prendere a spadate tizi immaginari correndo qua e l. Ponsacco ti guarda dal muretto e scrolla la testa, divertito da quel che fate; Rattayan a volte si unisce a voi, anche se non lo dici ai due Sergio. Ti dispiace che debba fare Fujiko, allora ti offri di fare Zenigata e dare la caccia agli altri, cos pu prendere Goemon lui. Ma quei giochi ormai ti annoiano, e preferisci quando la mamma ti porta da Lapo, l oltre via Aretina, da lui che ha i gatti e la balestra e i petardi e le stelline ninja.
Quell'anno, sei in terza elementare, ne buschi. Volevi solo riprenderti un robot da uno di quarta, cerchi di tirarglielo via dalla mano ma quello ti butta in terra e ti mette le mani nel viso. Due giorni dopo ne ribuschi. Quella  la prima volta che ti dicono finocchio. Non sarebbe successo per anni, e sicuro era un caso, solo un'altra parolaccia che quei bambini avevano imparato e volevano usare. Tuo padre vede il livido sullo zigomo, ti chiede che  successo. Glielo racconti.
Non c' nulla di male a essere finocchio, dice, non  neanche un insulto. Per, Rudra, se vuoi dartele almeno vai a jud. Lo dice cos, con l'accento in fondo. Non sei sicuro di voler dartele, ma a judo (la mamma, e chiunque altro, lo dice senza accento) ci vai, o meglio ti ci mandano, considerando il tuo alzare le spalle alla domanda Ci vuoi andare? un assenso rispetto ai no espressi di fronte a qualunque precedente proposta di attivit.
Non ti piace il judo, c' puzza di piedi, il maestro  uno scemo che vuole fare il simpatico a tutti i costi e gli scontri alla fine sono solo uno strattonarsi e al massimo farsi lo sgambetto. Nulla a che vedere con l'immagine che del judo danno i cartoni animati, dove  tutto un lanciare gente in giro. I bambini pi grandi, poi, hanno un vantaggio automatico. Quelli grassi, anche peggio. Soffochi sotto al Picchioni, uno che fa la quinta elementare e sar settanta chili. Hai voglia, a usare le mosse. Ride, grasso e biondo, mentre il maestro lo tira via dicendogli di non esagerare, e comunque lo sguardo di disprezzo lo ha per te.
Nicola un pomeriggio ti dice Ma scusa, se il judo non ti piace vieni a karate.
A karat? Ma lui neanche risponde, continua a dire karte.
Il karate  molto pi ganzo, dice, anche se la cosa migliore sarebbe il kung fu.
Be', per anche il ninjutsu... dici tu.
Il ninjutsu non esiste. Vieni a karate.
Vai a karate. Nicola lascia dopo sei lezioni, passa a nuoto, cerca di convincere anche te, dice che  uno sport pi completo. A te per piace, il karate. Ti piace fare i kata, e poi la palestra  pi bella ma soprattutto gli altri bambini sono scarsi e tutti della tua et o pi piccoli e non ci sono ciccioni che ti soffocano.
I pomeriggi cambiano, oltre che per gli allenamenti, quando ti giunge in dono non tanto una BMX - anche la bici da cross che avevi prima non era male - ma soprattutto l'autorizzazione paterna ad andare dove ti pare o quasi (Io alla sua et in bici andavo da San Donato a Firenze! Antonio, quando avevi la sua et, a Firenze la macchina ce l'avevano in dieci, dice la mamma, ma alla fine cede, a patto che tu non esca da Campo di Marte). Violi la consegna gi al secondo giorno, dato che vai, e andrai sempre, a casa di Lapo, e da casa sua vi lanciate verso San Jacopo al Girone, dove imperversa la campagna. Avete coltellini e shuriken (si chiamano cos, ti spiega, le stelline) e cartocci da cerbottana con aghi in cima, e intorno tutto un sistema di greppi da cui saltare, alberi da scalare, baracche da esplorare, cani alla catena oppure liberi, vecchi minacciosi da evitare, addirittura capre e un mulo (malato). Lapo rimedia due rami di tasso e tira su due archi. Si apre, improvviso, un senso della campagna: le competenze parziali acquisite al Saltino acquistano senso e si sviluppano, e altre gesta che mai ti sarebbero state permesse - scalare alberi, lanciare oggetti affilati, preparare bombe con la polvere pirica estratta da raudi e magnum e far saltare ceppi e muri a secco - conquistano il campo; Lapo se la cava meglio in tutto,  intelligente quanto Cristiana e pi forte e agile di te, lo batti solo in fuochi (l'unica cosa pericolosa concessa da tuo padre, che quando porta te e Cristiana a governare le api vi insegna ogni trucco in merito) e, via via che procedi con gli allenamenti, anche nella lotta.
Il bello  che l'anno dopo te lo ritrovi in classe alle medie. Fate coppia tutto il tempo, anzi fate proprio gruppo a s. Vi beccate vari nomignoli e curiosamente attacca quello desuetissimo del prof di italiano, Cidone e Clizio, solo perch i compagni, che come voi nulla sanno della sua origine, lo reputano pi buffo di altri. Cidone e Clizio, pi uniti di Ponsacco e Rattayan che, come fossero gelosi, non si manifestano pi. I pomeriggi pari (e dopo qualche tempo anche quelli del sabato e della domenica, sebbene tu noti che al babbo spiace un po' che non lo accompagni pi a curare le api), vanno tutti cos: in giro per la campagna (una volta arrivate pure a Compiobbi, finite a fare una partita a bocce contro i vecchi del circolo, e sempre ricorderai il senso di libert di quel pomeriggio, un pomeriggio in cui il mondo si presentava come qualcosa a vostra disposizione, pieno di possibili direzioni, e poco importa se sottovaluti le distanze e torni a casa alle nove passate, la mamma che ti fa nero in uno, due, tre cicli di cazziatoni, mentre il babbo dice: E basta, l'importante  che sia tornato e non si sia fatto male; un giorno bello come quello in cui i tuoi accettano di portare Lapo con te a Vallombrosa, e sei tu per una volta quello che conosce il territorio e detta i tempi e i modi dei giochi...) o, quando piove, a casa di Cidone, che  poi una campagna e s stante: oltre ai due giardini e all'orto, ha dei fondi immensi e pieni di utensili, gatti e ciarpame, pi un altro deposito fuori. La mamma non c', e non se ne parla; il babbo  un tipo strambo, con la barba nera e un berretto da pittore, che lavora in un'industria chimica del Valdarno, trascorre i pomeriggi dietro all'orto e dice una cosa sola, Fate poco casino, anche se in realt tollera livelli di casino impensabili per tua mamma, e pure per il babbo.
I pomeriggi dispari, invece, li passi tutti al dojo, e siccome non ti ammali mai, sei l'unico che non salta una sola lezione. Quello che ti piace dei maestri  che non tentano di fare i simpatici. C' il maestro-maestro, che  stato campione europeo per tre volte ed  fortissimo. Poi c' il vicemaestro Bonciani, che  grosso e un po' tonto, e per il maestro si fida di lui e stanno tutto il tempo a discutere di federazioni e regole per il kumite.
Vuoi mettere la semplicit che hanno alla Fesik? Un punto per l'ippon, mezzo per il waza-ari.
Nedo, tu sottovaluti l'intelligenza dei ragazzi, inoltre con 0.5, 1, 2 e 3 ci sono pi opzioni tattiche...
Cos ogni giorno. E poi c' il vicemaestro Stefano, che in realt  un vice-vicemaestro perch il Bonciani, anche se  tonto,  molto pi importante di lui. Stefano pensa solo alle ragazze e l'unica cosa che gli interessa  sapere se c'avete la fidanzata o no, oppure se ci sono tresche, o meglio ancora pateracchi da imbastire, tra maschi e femmine dei vari corsi.
 forte, questo bambino, sa, ingegnere?, dice un giorno il maestro al babbo che  venuto a prenderti in palestra.
Saranno i geni del nonno Pantalone, dice il babbo scozzandoti i capelli, con quel disagio che ha cominciato a mostrare nelle situazioni ordinarie, quando deve conferire con la gente fuori dal lavoro, partecipare alla realt - fare il babbo, insomma.
Il maestro non capisce, poi aggiunge:
Magari l'anno prossimo lo portiamo a qualche torneo.
Sa come l'ho ribattezzato?, interviene il Bonciani. Dio del fulmine! Vuol dire quello, no, Rudra?
Il babbo annuisce, un po' in imbarazzo, S, anche...
L'ho letto in un libro sul Kalari, conosce il Kalari? Arte marziale indiana. Antichissima!
Ne ho sentito parlare... Vieni, Rudra, andiamo, che altrimenti facciamo tardi a cena... Arrivederci...
Chiss se ci saresti mai andato, ai tornei, se non fosse accaduto quel che accadde alla fine delle vacanze tra la prima e la seconda media. Siete sul montagnone, un enorme ammasso di rena avanzato da qualche cantiere che avete stabilizzato bagnandolo a forza di secchiate d'acqua onde poi realizzarvi due salti per la bici.
Comunque... dice Lapo, lentamente, gli occhi bassi, mentre si gingilla con uno shuriken.
Dice solo quello, anche se non sta continuando nessun discorso e tu non hai detto niente. E s che di solito, quando siete solo voi due, parla, parla... Lo guardi. Ti guarda. Alla fine aggiunge:
... A settembre vado via.
In che senso?
Mio padre ha trovato un lavoro migliore a Ferrara. Poi dice sempre che la casa dei miei nonni  troppo grande per noi due soli, che si possono fare dei soldi vendendola a qualcuno che pu permettersi di ristrutturarla...
Ma a settembre quando?
Il primo.
L'1 settembre?
S.
Ma siamo il trenta agosto!
S. Sarebbe dopodomani.
Ah. Ma... E com' Ferrara?
Boh.
Ci avresti ripensato per un po' a quella domanda idiota, e al fatto che mentre la pronunciavi intuivi invece qualcosa che idiota non era: che in quei giorni con lui avevi ritrovato, e neanche te ne rendevi conto, un frammento di quel senso di verit che ti era sfuggito da piccolo. Servivano, dunque, gli altri? Ma non sei tipo da rimuginare, n c' troppo tempo per farlo, perch se l'anno appena trascorso mai avresti rinunciato a passare con lui tutti quei sabati e quelle domeniche, in quello a venire a riempirli ci pensano il maestro e i suoi vice, coi tornei.
Ti piacciono, i tornei. Quel partire alle prime luci del giorno, prendere l'autostrada e raggiungere posti come Grosseto, Biella o Altopascio, arrivarci quando il mattino ancora si sta assestando. Entrare in quei palazzetti sgombri, con l'eco e il freddo dell'alba ancora nell'aria, il pulviscolo che si intravvede nei raggi che scendono dai lucernari, i mucchi di trampolini di legno, l'odore del gesso che emana dalle parallele, dalle travi e da ovunque intorno. A volte il suono dei salti sui trampolini di qualche bimba della ginnastica, di quelle che hanno una maestra tutta per loro. E non  male neanche il dopo-torneo, quando i maestri vi portano a mangiare un panino gigante o, se ci sono nel posto in cui siete finiti, un hamburger o un hot-dog, con tanto di ketchup e senape, e Coca-Cola per tutti - roba che a casa non si  mai vista. Al primo torneo ti hanno accompagnato i tuoi, al secondo solo la mamma, a da l sei stato tu a voler andare col pulmino della palestra. I tuoi del resto capiscono fino a un certo punto questa tua crescente passione per lo sport, e dopo che hai sentito il primo Ohi ohi c' da portarlo al torneo..., hai deciso che  meglio se vai solo coi maestri.
Come fai a svegliarti cos facilmente alla mattina non si sa, dice Cristiana; lo dir per sempre.
Le altre squadre, bambini come voi. Ma avversari. Anzi: nemici. Mocciosi di merda, come dice il vicemaestro Stefano, anche quando sono pi grandicelli di voi. Guarda quello, dice, si  portato un robot, che bamboccio. Ridi, anche se pensi che quel robot  un Predacon, mica male.
Sei forte, sai, Rudy, dice il maestro dopo che ne hai spezzato, come dice lui, uno. Sanbon, cio tre punti, KO immediato, dopo tre secondi, un calcione di taglio, sul collo. Lo capisci dopo, che gli hai fatto male, perch quello rimane a terra e si contorce tutto. Pensi che non vorresti mai fare una figura del genere. Dibatterti cos, davanti a tutta quella gente. Una donna ti dice: Stronzo. Deve essere la mamma. Ti guarda con occhi cattivi, abbassi i tuoi. Lei si gira verso quella che ha accanto e dice: Certo che quel bambino  proprio stronzo.
Signora, non lo mandi a karate, se non vuole che ne buschi!, le dice ad alta voce il Bonciani. Il maestro gli d una botta in un fianco, come a dire Stai zitto. La madre fa finta di non sentire.
A scuola, seconda media, due di terza hanno da ridire su come ti muovi. Tu alzi le spalle, lasci che ti prendano in giro, domani andranno su qualcun altro, pensi, e infatti  cos. Come ti muovi? L'unico posto in cui viene davvero misurato il modo in cui ti muovi, rifletti in quei giorni,  la palestra, e a occhio ti muovi bene: ormai i compagni sono tutti pi scarsi di te, allora per riequilibrare cominci a menare col sinistro anche se sei destro. Sviluppi il sinistro. Diventi campione provinciale juniores.
Nei pomeriggi pari, adesso che Lapo non c' pi, vai al bar Italia per giocare a Street Fighter II, altro che Ultima, Monkey Island e gli altri giochi lentissimi a cui gioca Cristiana a casa. Blanka invoglia, Dhalsim  affascinante anche se davvero troppo lento, e poi senti il dovere di essere sempre e comunque Ryu (Ken, al massimo), che non solo fa karate ma pure stile shotokan come al vostro dojo, anche se non tutte le mosse corrispondono (in realt quasi nessuna). Al cassone ci sono quasi sempre tre ragazzini pi grandi, che ti prendono sempre in giro, ma l'attrazione per il gioco batte ogni altra considerazione. Anzi a volte, quando giocate, vi parlate in modo quasi normale. Il gioco, il rispetto che sia tu che loro avete per quei personaggi, per quelle mosse, per l'opportunit che ogni tanto si presenta di lanciare una palla di fuoco - Fagli la palla di fuoco! Fagli la palla di fuoco! - getta un ponte. Un giorno per uno di loro ti afferra per un orecchio, dice che sei un coniglio. Non usi il karate, e non tanto perch il maestro dice di non usarlo con chi non sa combattere (ci sarebbe d'altronde il Bonciani a far pari: Qualcuno pi grande vi d noia? Voi mettetegli un piede ni' muso e dopo si guarda chi ride...): il fatto  che neppure ti viene in mente. Trattieni a stento le lacrime. Quando ti lascia ed esci, immagini di prendere la catena della bici, rientrare, picchiarli. In realt la avvolgi sotto al sellino come sempre e pedali a casa. Oggi non sapresti pi dire chi fossero, dispersi nella memoria hanno preso altre forme, anche perch ora che vinci le prime gare ti mettono gli allenamenti tutti i giorni e al bar non ci vai pi.
L'anno dopo rivinci i provinciali, le gare sono a Viareggio e il babbo dice che stavolta riuscir a venirti a vedere, anche se ha molto lavoro. Lo vedi spuntare prima della tua semifinale, sugli spalti. Ti fa un fischio dei suoi. Tu alzi il pugno verso di lui e ti metti in posizione. Ottieni un sanbon secco su un ragazzo di l, un Pampaloni che, lo capisci subito, lo capisci dalla faccia sbruffoncella e non troppo decisa, non ha possibilit, ma tu ci vai duro lo stesso, cos impara a prendere gli altri sottogamba. Kakato geri: alla prima incertezza della sua guardia destra, che si abbassa al tuo fintare un pugno al torace, alzi la gamba sinistra sopra la testa e gli bombardi la faccia col calcagno; gli dice bene che fa in tempo a scostarsi almeno di un pezzetto, se lo prende fra spalla e collo, finisce per terra ma non al pronto soccorso. Sanbon! Bandierine blu per Michelangelo. Sollevi lo sguardo verso il babbo, lo vedi che... Cosa fa? Spinge indietro, dice di scostarsi a una donna, giovane, con una testa di ricci biondi...
Questo smette di mangiare la carne! A undici anni! E tutto quello che sai dire  Ne prendo atto.
La psicologa sei tu.
Che vorresti dire?
Se desideri trarne conclusioni, puoi farlo.
Le conclusioni sono anche troppo facili: i disturbi dell'alimentazione - perch di questo si tratta - sono espressione di un malessere. Ne vuoi un'altra, di conclusione? Non ti arrabbi mai.
Mi sembra un fatto positivo.
Qua basterebbe prendere una posizione. Fai il padre normale, per una volta.
Non c' nessuna posizione da prendere. Che dovrei fare? Ingozzarlo di fettine a forza?
Non giocare al superiore con me, Antonio Michelangelo. Lo vedo, sai, che Rudra ti mette, ti ha sempre messo, in difficolt.
Abbiamo caratteri diversi. Pu capitare.
A volte mi chiedo che valore ha, per te, questa casa. Questa famiglia.
Gi il fatto che me lo chiedi , se vogliamo, offensivo.
Se vogliamo... Sai cosa ti dico, invece di questa flemma calcolata, preferirei quasi che ti incazzassi a modino, una volta ogni tanto.
Ho smesso molto tempo fa.
Era vero che mai tu o Cristiana o vostra madre avevate sentito quell'uomo alzare la voce. Cos quanto accade l'anno successivo segna in qualche modo un'epoca.
Non ci credo, ma allora sei una cretina!
Cristiana resta l sulla soglia, impietrita.
Maremma zoppa, me l'aveva regalata mio fratello. Tuo zio! L'aveva... Non so neanche dove l'aveva presa, vedrai che l'aveva presa a un tedesco ucciso! Era la macchina con cui mi aveva insegnato a scattare le foto nel dopoguerra!
Scusa.
Scusa cosa?! Il babbo si volta di nuovo. Era una Leica IIId, di quelle con l'otturatore a tendina rosso! Sai quante ne esistono al mondo? Quattrocentoventisette. Forse adesso quattrocentoventisei, per colpa di una certa mentecatta!
Ha solo quindici anni, non dovevi dargliela.
S, certo Beatrice, mettitici anche tu, grazie. Quando Abramo me l'ha regalata avevo la stessa et, e non l'ho mai neanche graffiata!
Racconti sempre che tuo fratello  riapparso nel '46...
Cosa... Cosa vorresti dire, che ne avevo sedici? C'abbiamo la regina del puntiglio, c'abbiamo! Per cominciare, sono nato il primo ottobre, e quindi non li avevo ancora compiuti. Anzi, permetti, vieni un attimo di l. Tu resta qua, dice a Cristiana sulla soglia, mentre le passa accanto. Li sentite litigare dalla cucina:
Beatrice perdio, proprio tu. Proprio tu che me l'hai menata per anni con quella storia che i genitori, coi figli, devono tenere posizioni univoche... Ti rendi conto, dico ti rendi conto che quella macchina poteva valere...
Quanto?
Diversi milioni.
Addirittura.
 la IIId, non la IIIc, sono quelle prodotte durante la guerra, le prime con l'auto-tempo frontale...
Tieniti le supercazzole da ingegnere. Si pu sentire tizio, l, al negozio di ottica, per sapere quanto valeva davvero.
Non ha importanza quanto valeva.
Sembravi di un'altra opinione un attimo fa.
Ho capito, vuoi contraddirmi per forza. Valere, valeva. Ma il punto  che era un ricordo di Abramo.
Quanto la fai lunga.
Se fosse caduto il tuo, di fratello, dal tetto...
Avrei stappato uno spumantino. Scherzo eh. Povero Mauro...
Ti sembra il momento di fare battute? Cristiana ha perduto un oggetto di valore, sia affettivo, sia pecuniario, sia storico, e sembra quasi che la cosa ti diverta.
Farai la denuncia di smarrimento.
Cos i carabinieri me ne ritrovano due. Tre, magari!
Ha detto che l'ha lasciata sulla fontana quando si  fermata a bere.
Appunto:  passato qualcuno e se l' susinata.
Ho gli allenamenti, dici tu entrando nella stanza, qualcuno mi pu portare a Firenze?
Arrivi ai regionali. Spezzi tutti in scioltezza ma in finale perdi da uno proprio forte, che alla vostra et  gi un metro e settanta, E comunque ha tre mesi pi di te, a volte fanno la differenza, dice il maestro. Tu pensi che al momento di quel pugno, che ti ha preso per poco, eri distratto.
A casa, litigano. C' di mezzo il lavoro, il babbo ha cambiato azienda ma ora vuole lasciarla. La mamma non ci sta dentro coi nervi:
Ne ho fatto uno, di sbaglio, ma l'ho fatto grosso! Me lo diceva mia madre, me lo diceva! Cosa ti metti con uno che c'ha gi due figlioli, ma io niente!
Cosa c'entrano adesso i miei figli me lo devi spiegare!
Lo diceva, ma io niente! Dura come i sassi. Brava furba, s!
Nessuno ti ha obbligata.
Nessuno mi... Ma sentilo! Mi hai plagiata, perdio, ero una ragazzina!
Avevi ventisette anni quando ci siamo sposati.
Ne avevo ventuno quando ci siamo conosciuti. Ventun anni e tu eri un incantatore... Che potevo fare? Antonio Michelangelo, il grande Antonio Michelangelo, regista, scrittore, lanciato verso la dirigenza... E poi, pensa quant'ero scema, mi sembravi pure bello! Ha!
Dove li hai presi quei cigarillos?
Ma non rompere le palle, Antonio Michelangelo! Altro che piaga: quanto ero ottimista a chiamarti cos, da giovane! Sei un bluff, lo capisci? Un bluff! Ritratto di Beatrice come ninfa... Puah!
Era venuta bene quella serie.
 proprio vero, l'unica che ci ha visto giusto con te  tua figlia Aurelia. 'Sta balla di concio...
Falla finita con queste espressioni da contadina.
Dai retta, ciccio, io posso dire quello che mi pare, tanto il contadino resti tu.
A karate, il maestro si ammala. Diventa tutto secco, si esaurisce. Si fa un punto d'onore di continuare a seguirvi alle gare e poi, quando non ce la fa pi, di venire almeno al dojo, anche se  uno scheletro e atterrisce la gente. In un posto del genere, ci si aspetta di imbattersi in immagini di salute. Da voi, invece, trionfa la morte. Il vicemaestro Stefano bisbiglia: Con tutte le bombe che si  preso quando and ai Mondiali...
Primo, queste cose non dirle nemmeno, dice il vicemaestro Bonciani. Secondo, questo  un samurai: guardatelo, ragazzi, non vi spaventate, ma non dovete neanche impietosirvi.
Oh, a me fa troppa pena, dice Stefano, che ti devo dire, mi si stringe il cuore.
Ma il Bonciani niente: Questo  un samurai!, dice e va da lui e lo stringe alla spalla, Questo, questo  un samurai!, e il maestro che col sussurro che  diventata la sua voce dice: Dai Nedo, falla finita...
Quell'anno i regionali li vinci. Anche se in finale rischi, poi chiudi con una proiezione, una cosa che nel karate si vede rarissimamente. L'hai lanciato! Da non credere, l'hai lanciato!, dice il Bonciani, che intanto  diventato maestro. Arbitro, non facciamo scherzi!  tutto regolare! Oh, Stefano, ma l'hai visto?!
Era l'unica, dici piano, alzando le spalle, mi era venuto addosso.
L'anno prossimo, te lo dico io, andiamo ai Nazionali!
Prima liceo. Hai la fidanzata, Lea. O meglio,  Lea che ha te come fidanzato, visto che  lei a identificarti, sceglierti e prenderti. Non ti opponi perch non vedi buone ragioni per farlo. La assecondi in ci che detta, la baci alle panchine, vi aggirate nei pressi della scuola tenendovi per mano e dopo gli allenamenti vai da lei. Ti parla un sacco, dice che hai qualcosa che induce gli altri a parlarti, anche se stai sempre zitto, o forse proprio per quello. Intuisci che il tuo posizionamento nella scala sociale dell'istituto  cambiato. Avere la fidanzata in prima, a quanto pare, d status.
Lea ti accompagna anche al funerale del maestro, dove viene annunciato che la Federazione gli ha conferito il 7 Dan onorario. Come ti vede, il vice Stefano arriva a darti una pacchina, si presenta a Lea e poi ti prende per una spalla e ti porta un po' pi in l facendole l'occhiolino come a dire Scusa un secondo, cose da uomini: Allora, ti dai da fare, eh? Bravo, bravo, e dimmi, avete gi...? Eh eh... I quattordicenni di oggi sono tutti dei morti di sonno, meno male ci sei tu, Rudy... Oh, vacci piano eh, ti vogliamo lucido l'anno prossimo ai Nazionali...
Una cosa che fa Lea, e che di certo a te o Cristiana non sarebbe permessa,  scrivere sulla parete della sua camera con gli UniPosca. Ha segnato la data in cui, secondo lei, vi sareste messi insieme e le parole Adesso che sono finalmente tra le tue braccia, mi sento una privilegiata.
Una privilegiata? Pensa un po'. Lei ti stringe. Tu la stringi ma intanto guardi quella scritta.
Che c'?
Ma niente.
Dai, dimmi che c'.
Ti ho detto niente, dici, ma senti quella specie di scollatura: senti che in un modo che non sai esprimere la stai ingannando, e ti pesa.
Quando torni a casa lo fai. Nel dubbio in cui ti trovi, e nella per te sgradevolissima prospettiva di coltivare un dubbio, segui l'istinto e lo dici. Anni dopo avresti scoperto che quella cosa ha un nome, coming out. Quello s che sbalestra la mamma. Senti che qualcosa si  sollevato. E poi hai da pensare agli allenamenti.
Ai Nazionali ci arriveresti anche lucido, ma il fatto  che, nonostante l'impegno addirittura crescente al dojo, gi alle gare di avvicinamento hai cominciato a perdere. Lo sviluppo ha smesso di essere esponenziale. La competizione cambia, arrivano avversari pi forti. Da tutta l'Italia e non pi dalla provincia o dalla regione, e tutti con una cosa sola in testa, i Giochi Nazionali Cadetti. Marinelli di Padova, duro come una sbarra di ferro. Tassini di Imperia, che ti guarda con l'indifferenza contratta di una mantide e combatte tecnico e preciso, e ce la fai a mandarla in pareggio, ma a fatica, e ne esci con una mezza storta a un piede, e mentre torna alla panchina lui ti mostra pure il medio di nascosto. I pugni veloci e il piazzamento e gli occhi acquosi di Fumarola di Martina Franca. Russo di Salerno, un mostro che pare diventare pi forte a ogni colpo che blocca. Fare i chilometri per farsi mettere i piedi nel muso? Per farsi spezzare?
Ragazzi, venite qui, dobbiamo dirvi una cosa importante. Cos la mamma, in quel '94 che da l citer spesso come anno fatale, liberatorio ma fatale. Si appoggia al bordo del tavolo dello studio, il babbo  l accanto, un mezzo passo pi indietro, le braccia incrociate.
Risparmiateci 'sta messinscena, dice Cristiana.
Non c' nessuna messinscena, signorinella, dice la mamma subito inviperita e lancia un'occhiata al babbo che alza spalle e sopracciglia.
Sentiamo allora: volete dirci che siete ancora la nostra mamma e il nostro babbo? Che continueremo a vedere entrambi? Che ci volete ancora bene?, dice Cristiana, e osa pure avanzare, puntare il dito alla mamma, Volete dirci che non  colpa nostra? Be', grazie mille.
Ti scappa un sorriso. Non ridere, scemo, ti dice Cristiana.
Cristiana, dice il babbo sciogliendo le braccia e mettendosi accanto alla mamma, capisco, capiamo che sei turbata, ma...
Se ti  sembrato duro il modo in cui Cristiana  stata capace di guardare la mamma, rispetto a quello che riserva al babbo, inquadrandolo di colpo durante quel ma, hai un brivido. Perch lo guarda con un disgusto distaccato, come si guarda un residuo di merda lasciato da qualcuno in un cesso:
Esatto: finalmente staremo un po' tranquilli, gli dice, poi si volta verso di te, ti prende per il braccio, Vieni Rudra, andiamo, dice, ma la mamma interviene: Non ti permettere!, e la afferra. Il babbo allora afferra la mamma:
Stai calma, non  il caso...
Tu intanto lasciami! Aveva proprio ragione Aurelia, su di te!, e comincia il solito strepitio.
. . . . . . . . .
Cri.
Che vuoi, non lo vedi che sto preparando una lastra.
 colpa nostra?
Eh?
L'altro giorno quando ci hanno fatto quel discorso...
Eh.
Tu hai detto: Volete dirci che non  colpa nostra? Quindi  colpa nostra?
Certo che no.
Magari...
Magari cosa?
Magari se ci comportavamo in modo diverso avrebbero pensato che valesse la pena rimanere con noi.
Non hanno lasciato noi, ebete. Si sono lasciati tra loro. Vai, vai a fare i tuoi esercizi, su.
Cristiana!
Che c'?
Ma  vero che il babbo va in India?
Cos ha detto.
Ma cosa va a fare?
Va a trovare Alejandro.
Ma perch?
Perch, perch. Vorr staccare.
Da noi?
Ricominci? Dalla situazione. Sar pesante anche per lui, no?
Quel sabato gare non ce ne sono, cos prendi la bici, che non toccavi da un sacco e che si  fatta troppo piccola per te, vai dritto alla stazione e con lo stesso piglio con cui ti lanciavi verso via Aretina compri un biglietto dell'Intercity per Milano. Dove abiti quella donna non lo sai, cos ti affidi all'unica informazione che hai, che ti  rimasta in testa dai tempi in cui sei stato malato: medico all'Ospedale San Raffaele. Esci da Centrale, Milano si presenta alta, a palazzi, quasi a grattacieli, celeste pi che grigia, piena di gente in movimento, un posto troppo grosso anche solo per pensarlo. Chiedi a un metronotte dove sia la metro (quello te la indica col mento: l davanti) e al gabbiotto sotto domandi quale sia la fermata dell'Ospedale.
Quale ospedale?
Il San Raffaele.
Eccoti al banco accettazione dell'Istituto scientifico universitario San Raffaele:
Buongiorno, cerco la dottoressa Aurelia Michelangelo.
Michelangelo? Qua non lavora nessuno con quel nome.
Rimani l, fermo. La segretaria ti guarda:
Be'?
Tu non dici niente, ma rimani l. Lei ci pensa un poco, poi fa:
Aurelia Michelangelo, hai detto?
Gastroenterologa.
Gastroenterologa? Forse, dice un po' perplessa, forse intendi la dottoressa Aurelia Trovato? A Gastroenterologia c' lei...
S.
E tu chi saresti?
Sono suo fratello.
Ascolta, ragazzino, sei qui per farmi perdere tempo? La dottoressa Trovato avr cinquant'anni.
Ne ha quaranta. Pu chiamarmela, per favore?  importante.
La segretaria sbuffa, poi digita un numero sull'interfono, guardandoti con irritata sufficienza:
S... scusa Carla, c' qua un... parente, dice, della dottoressa Trovato... Grazie... Pronto, dottoressa? S, mi perdoni, ho qua alla reception una persona che chiede di lei, dice di essere suo fratello. Come? Oh. Ah, d'accordo...
Poi ti guarda, ancora un po' perplessa, e dice:
Gastroenterologia ed Endoscopia Digestiva. Terzo piano, corridoio a destra.
Sei solo, nell'ascensore, che  grande e pi veloce di quanto ti aspetti. Il corridoio  largo; a met c' un varco che lo collega a un altro corridoio identico, e in mezzo un banchetto con un computer ma anche una lavagnetta colma di calamite dei Puffi e un carrello pieno di guanti di lattice, lacci emostatici, siringhe nei blister, flaconi di tintura di iodio simili a dispenser di senape. Dall'altro lato spunta una donna grassa, tosta, col camice verde e un fermaglio di legno, a forma di farfalla, sul lato del capo:
Sei in visita? Tra dieci minuti finiscono.
No.
Quindi?
Cercavo la dottoressa Aurelia... Trovato. Mi hanno detto di salire.
Ah, saresti tu?
L'infermiera passa oltre il banchetto; apre la porta della prima camerata:
Dottoressa, c' quella persona per lei.
Da dentro viene un lamento strano, misto a sospiri - ohiohiohi, haaanf; ohiohiohi, haaanf - e una donna alta, senza trucco, coi capelli neri striati di grigio e fermati a mezza coda da una semplice clip, ancora concentrata sulla fiala da cui sta aspirando con la siringa, fa per uscire e intanto dice: Louis, che  successo, avete avuto qualche problema l in Croazia? Quindi alza lo sguardo dove si aspettava di trovare un volto e, non trovando niente, lo abbassa all'altezza del tuo:
E tu chi... Poi stringe gli occhi: Rudra?
Sono io.
Aurelia passa all'infermiera siringa e fiala, le dice: Faldini, al 4, 12 cc, poi trasforma quell'espressione severa in un'altra espressione ancora pi severa, piega la testa di lato come una civetta e dice:
I tuoi lo sanno che sei qui?
No.
Sei sempre stato un fulmine a schivare, a karate. Ma l, che le sberle possono arrivare, si sa. Ti prende secca, sulla guancia. Poi dice:
I tuoi sono a Milano?
No, dici tenendoti la faccia.
Come sei arrivato?
Con il treno.
Adesso aspetti qui. Devo prendere la giornata e riportarti dai tuoi genitori.
Aspetta!
Ma Aurelia  gi entrata nell'inframezzo a lasciare il camice.
Non vuoi sapere perch sono venuto?
Sentiamo, dice lei mentre scrive una nota sulla piccola scrivania.
Il babbo e la mamma si lasciano.
Aurelia si volta. Sorriderebbe, ma quella faccia di marmo non arriva neanche ai sorrisi pi amari. Forse dentro di s censura una battuta e dice, un poco sostenuta:
Quindi?
Poi, forse rendendosi conto di quanto sei piccolo, sembra pentirsi di quella risposta, si avvicina per abbracciarti ma tu, pensando a un'altra sberla, d'istinto ti ritrai.
Dottoressa, Russo del 6 dice che...
Ci pensi lei.  la caposala, no? Rudra, dice poi a te, addolcendosi per quel poco che si pu addolcire quel volto, non so cosa mi prende, non lo so davvero, ma visto che sei comparso qua ti voglio dire una cosa. Forse  stupido che io, con gli anni che ho, ti parli cos, ma devi sapere che ha lasciato anche la mia, di mamma.
Volevo... volevo chiederti cose come questa.
Spiegati. Sei strano tu, sai? E scendiamo, intanto, c' anche da vedere che treni ci sono per Firenze. E devo chiamare mio marito, che oggi non  in ospedale.
La mamma...
Beatrice?
S.
La mamma..., dici estraendo le parole dal fondo della gola con uno sforzo che ancora non conoscevi, dice sempre cose tipo Tanto lo sapevo che non eri cambiato, Tanto lo sappiamo cosa hai fatto ai tuoi altri figli, Finir come quella disgraziata di tua moglie....
A quest'ultima frase Aurelia alza il sopracciglio, che nella sua mimica cos rarefatta potrebbe essere l'equivalente di sgranare gli occhi e bestemmiare, poi gira un poco la testa e dice:
Devi sapere, Rudra, che quando due persone non vanno pi d'accordo si possono dire cose di ogni genere.
S, ma mia mamma dice anche Aurelia  l'unica che ci ha visto giusto, con te. Hai voglia di raccontarmi? Tanto dobbiamo fare quattro ore di treno assieme.
Eccovi sul treno. Non vi assomigliate se non per l'aria laconica, eppure sarebbe difficile non pensarvi come madre e figlio. Certo c' poco, ci pu essere poco, della sorella, in questa donna che ti ha visto tre volte in tutto: appare piuttosto come una madre severa, attenta, che spiega le cose in modo perentorio pur parlando quasi sottovoce, e senza mai gesticolare, sebbene non sia materno il suo improvviso aprirsi, come se da tempo tenesse dentro quelle parole e aspettasse solo qualcuno a cui consegnarle; tu, invece, sembri un figlio che pare seppellire l'istinto irrequieto della prima adolescenza per ascoltare, qualcosa di cos raro, a quell'et...
La prima immagine che ho di nostro padre... Che c', ti fa impressione, detta cos? Siamo fratelli, piccolo, fattene una ragione. La prima immagine che ho di lui  in divisa. Era il giorno del suo congedo, si dice che non si possano avere ricordi di quando non si hanno ancora due anni, ma io lo ricordo bene, con la divisa da ufficiale di aeronautica, lui che odiava i soldati, i carabinieri, che era capace di litigare anche con una guardia giurata per il suo solo esercitare un'autorit passiva nei suoi confronti, era un ufficiale. Solo in seguito avrei saputo che era per via di suo fratello, morto prima che nascessi.
Abramo!
Proprio lui.
Quello della macchina fotografica!
Della macchina, dici? Non so,  vero che il babbo aveva una vecchia macchina fotografica.
Gliel'aveva regalata lui. Cristiana l'ha persa.
Ma senti. Era molto affezionato a suo fratello, s. Era morto tre anni prima che io nascessi. Da come ne parlava lui, era una specie di semidio. Quando ero piccola, ricordo che aveva dei librini tutti consumati, anche quelli glieli aveva regalati lui. C'era la Bibbia, poi un libro indiano, e delle poesie... Ma insomma, quel che conta  che lo zio Abramo, per il fatto di esser soldato semplice, era finito nella Campagna di Russia, era uno di quelli che erano dovuti tornare in Italia a piedi. Nostro padre invece aveva passato l'esame ed era diventato ufficiale. In aeronautica! Anche se su un aereo non ci sarebbe mai salito. E io lo ricordo cos, giovane e bello, ancora non scavato, diciamo, che mi tiene in braccio e il tessuto ruvido della manica mi pizzica e fa caldo... La mamma non lavorava, anche se dava una mano con dei lavoretti da ricamatrice da casa, ma un ufficiale guadagnava abbastanza, e con l'aiuto dei miei nonni materni che due lire le avevano messe da parte proprio per quella evenienza, comprammo pure casa. Finito il militare, il babbo fu chiamato alla IBM, aveva da poco aperto una sede a Firenze e se li prendevano tutti, i militari laureati in ingegneria, e pure quelli non laureati, pare gli servisse gente con una certa forma mentis. Che il babbo non aveva. Ma a quei tempi non lo sapeva neanche lui. Pensava solo al lavoro, partiva presto la mattina e tornava la sera, si stava facendo quella che si diceva una posizione, e la notte leggeva. Dormiva cos poco! Abitavamo in via Cino da Pistoia, vicino alla Faentina. Io ero una bambina solitaria. Quando smisero di andare d'accordo non lo so. Forse era sempre stato cos, e divenne via via pi evidente al cambiare del contesto.
Servizio bar, signori?
No grazie.
Il vostro unico compagno di scompartimento, un uomo pallido con una borsa da commesso viaggiatore poggiata sul sedile di fianco, compra delle patatine. Tu pensi che sarebbe bello bere una Coca-Cola ma visto che Aurelia non prende niente, eviti. Appena il carrello se ne va, richiude con cura la porta e riprende:
Ti racconto una cosa: quando ero in seconda elementare, arriv una lettera. Era indirizzata alla Sig.ra Michelangelo, e me lo ricordo bene perch la presi io, come facevo sempre, dalla cassetta della posta, e la portai alla mamma, tutta orgogliosa di star facendo il mio dovere. Che strana grafia, disse mia madre, ed effettivamente quel Sig.ra Michelangelo era scritto in uno stampatello grande, incerto e tremolante, come se venisse dalla mano di un bambino o di un handicappato. O come se fosse stato scritto con la sinistra da qualcuno che mancino non era. Poi apr la lettera, sbianc, si alz, prese anche la busta sul tavolo, quasi accartocciandola nel gesto, e mi disse che sarebbe andata a letto. Quando il babbo torn a casa quella sera, dissimul, ma l una variazione ulteriore dell'atteggiamento di entrambi ci fu. Si sent nell'aria. Io ci misi un po' a trovare il luogo in cui era nascosta la chiave del cassetto di mia madre - lo so, Rudra, non dovrei spiegarti come rovistare nelle cose degli adulti, anzi a dire il vero non dovrei proprio raccontarti niente, niente di tutto questo... Oh guarda, siamo gi a Piacenza!, dice ancora Aurelia, e si mette a guardare dal finestrino con quel profilo da busto romano. Aspetti un po', poi dici:
Quindi?
Quindi cosa?
Che c'era scritto nella lettera? Guarda che sono grande, puoi dirmelo. Che c'era scritto? Che rubava? Che aveva un'amante?
Aurelia ti guarda. Poi controlla l'altro passeggero, ma sta leggendo il giornale e non si pu capire se stia ascoltando o meno:
Hai indovinato. Ma promettimi che non lo racconterai a nessuno. Promesso?
Promesso. Quindi c'era scritto che aveva un'amante?
Te l'ho detto!
Era mia mamma?
No, piccino, era il '62, tua madre all'epoca sar stata una bambina.
Non sono piccino.
C'era scritto il nome e il cognome di quella donna. C'era scritto, lo ricordo ancora con precisione, per come erano inquietanti quelle lettere tutte storte: Le interesser sapere che suo marito se la fa con la signorina Clelia Gradoli di anni 24, dattilografa in IBM.
Fu proprio in quel periodo che...
... Nostro padre...
Aurelia ti lancia un'occhiata, poi si volta di nuovo al finestrino, ma stavolta continua a raccontare:
... Fu in quel periodo che nostro padre si mise a scrivere. In casa il clima era cambiato; lui si mise a scrivere. Cambi anche modo di vestire, ma quelli forse erano solo i tempi. Si mise a scrivere un libro e l'anno successivo lo pubblic. Lo conoscerai, Serpi di Terrabassa.
La nostra prof l'ha messo nella lista di letture per l'estate ma io ne ho scelto un altro.
Bravo, dice Aurelia, ma senza sorridere, cos non  chiaro se sia una battuta, un rimprovero o cosa. Chiss, continua, forse era stata proprio quella dattilografa a spingerlo a scrivere, a tirar fuori il suo talento, cosa che mia mamma, poveretta, a quanto sembra non aveva saputo fare. Certo era bravo, nonostante tutto lo ammiravo. Come si poteva non ammirarlo? Dava l'idea di una persona che sapeva tutto, e a cui riusciva tutto. Il libro usc per un grosso editore, vinse un premio, arriv in finale a un altro. Piacque a gente importante, scrittori, intellettuali, gente di Roma. La mamma si prest per un po' al ruolo di moglie dell'autore, come se lo ritenesse un suo dovere, o come se quella breve stagione mondana la risarcisse in parte di ci che aveva dovuto subire. Lui cominci a frequentare Roma anche al di l degli incontri ufficiali. Se ne andava per due o tre giorni, quasi ogni fine settimana. Aveva fatto amicizia con scrittori di l, e pure registi, dato che dovevano fare il film dal suo libro. La cosa alla fine non si concretizz, ma con quelli si era trovato, andava alle loro cene, gli faceva compagnia alle riprese, e per via del libro o del fatto che fosse anche un ingegnere lo tenevano in gran considerazione, pensa che c'era chi gli chiedeva di dargli un occhio ai trattamenti, chi gli faceva girare una scena, e allora si mise a farselo da solo, un film, che per col libro non c'entrava nulla. Un paio di anni dopo se ne and dall'IBM, la mamma mi guard con un allarme che nemmeno la lettera anonima era riuscita a tirarle fuori. Lui disse: Ma cosa hai capito, Rosa. La lascio, s, ma non per l'arte. Per l'Olivetti. Disse che ci si riconosceva di pi, che l c'erano pi opportunit per lui. La mamma rispose: Immagino tu sappia da solo cosa  meglio, e fu l'ultima volta che li sentii parlare di qualcosa - ai tempi in cui si mise a fare il film erano gi separati in casa e non si parlavano. Solo se arrivava qualcuno in visita lei si prestava alla parte, ma accadeva sempre pi di rado. Neanche litigavano. Lui faceva carriera. Lei taceva. Solo una volta lui, vedendola cos triste, e forse sembravo triste anch'io, anche se mi andava benissimo starmene l nell'angolo a fare i compiti, grid: Se vi faccio soffrire cos tanto ditemelo, che mi ammazzo! Del resto, nella vita, ho gi fatto pi di tanta di quella gente! La mamma neanche rispose. Intendiamoci, non si poteva prendere troppo sul serio una dichiarazione del genere da parte di un uomo cos pieno di energie... Per il resto, silenzio. Io ero la prima della classe, pensavo solo a studiare e tutto quel silenzio mi stava bene. Mi stava bene anche quella rarefazione. Era l che crescevo, e a parte l'imbarazzo che mostravano nei miei confronti, come se si sentissero in colpa, mi trattavano bene, mi riempivano di elogi e quando c'era da far finta di essere genitori uniti, ai colloqui coi professori o a una festicciola con le mie compagne, si prestavano entrambi. Nel '69 usc il film. La mamma non and alla prima:  il tuo momento con quella ragazzina, no? Goditelo, allora. La ragazzina, capii poi, era Francesca Lavier, l'attrice della Sultana. Quanto era bella! Era quasi imbarazzante, da quanto era bella. Ma La Sultana era un film strano. Per l'Italia di allora, poi, era scollacciatissimo. Ci attir tante maldicenze. Era come se l'uscita di quel film firmato da Antonio Michelangelo, in cui si vedevano donne nude e amplessi, avesse spalancato una finestra anche su ci che Rosa Zuliani, la Sig.ra Michelangelo, era riuscita fin l, almeno nella sua percezione, a nascondere: quel matrimonio fallito, quello stato di separati in casa che andava avanti da un decennio, le amanti di quell'uomo... Ma c'ero io di mezzo, e neanche quando nel '70 fu approvata la legge divorziarono. Aspettarono che fossi maggiorenne, anzi forse la verit  che lui, che pure per qualche anno si fece vedere con quella (ricordo la vergogna della mamma quando circol un rotocalco, non era che un montaggio di foto di invitati a una festa data da Zeffirelli, e loro stavano in un riquadro proprio piccolo, con scritto solo Il regista Antonio Michelangelo e l'attrice protagonista della Sultana, Francesca Lavier, pensa che fece il giro delle edicole della nostra zona e compr tutte le copie...) Ma ti dicevo... Ecco, forse la verit  che aspettava di conoscere qualcun'altra, forse aveva gi in programma di scaricare quell'attricetta. Non guardarmi cos.  possibile che stia esagerando in malizia,  vero che era un periodo in cui nostro padre era ancora pi strano, si era messo a rileggere proprio quei librini di suo fratello, la Bibbia, in particolare l'Ecclesiaste, che la sera recitava pure ad alta voce; poi l'altro, come si chiamava... La Bhagavad-Gita, ecco! Quello, e altri pamphlet induisti che aveva rimediato chiss dove.  a quel punto che compare tua madre, la volevi? Eccoti Beatrice Santi, la seconda moglie. Pensa che quando si sposarono ebbe la faccia tosta di mandarmi le partecipazioni. In chiesa poi! Lui che aveva fatto sempre un po' soffrire mia madre per il loro matrimonio civile! Io per allora - era il '76 - mi stavo laureando e Pippo mi aveva gi chiesta a sua volta in matrimonio. Gli feci affrettare i tempi delle nozze, senza invitati n niente, e me ne venni a stare da subito qua a Milano, dove avrei fatto la specializzazione. Addio! Mi spiaceva per mia madre, ma era giusto cos.
E il bambino?
Che bambino.
Louis.
Louis non  affar tuo. Una cosa, per,  bene che tu la sappia: non gli abbiamo mai fatto mancare niente, ma molte cose che a te sembrano normali, lui non le ha mai avute. Si deve sempre, in un modo o nell'altro, qualcosa a qualcuno.
Pronuncia queste parole con durezza affilata, tant' che il resto del viaggio lo fate in silenzio. Lei ogni tanto si sventola con il biglietto, come se tutto quel parlare l'avesse affaticata.
. . . . . . . . .
Bene, eccoci a Firenze, dice Aurelia scendendo dal treno, adesso dobbiamo cambiare per Campo di Marte e...
Posso andare da solo.
Scherzi? Sono quasi le nove. No, no, ti riporto a casa.
Dormi da noi?
Aurelia ti squadra. No, non mi sembra il caso. Dopo che ti ho riconsegnato prender una camera in un albergo.
Guarda l.
Dove?
Sul tabellone. C' un treno per Milano che parte tra mezz'ora.
Se  per quello c' anche l'Intercity Notte delle ventidue e cinquanta, ma non farei comunque in tempo a prenderlo.
Se mi lasci adesso, puoi prenderli tutti e due.
Non...
Sono arrivato a Milano, posso arrivare in via Benedetto Varchi. Non lo dir a nessuno. Promesso!
Aurelia resta immobile, poi con una mano fa un piccolo gesto, che interpreti come un via libera, e te ne corri verso il binario da cui parte il primo treno che ferma a Campo di Marte.
Quando rientri a casa, Cristiana ha gi cenato ed  in camera a giocare al computer, mentre la mamma e il babbo sono cos impegnati a litigare sui dettagli della separazione che a parte un Mangiati la cena,  in cucina, non ti viene detto altro, anzi il tuo ritardo viene subito utilizzato, Vedi, vedi come hai ridotto questa casa? Ognuno fa quello che gli pare!
A giugno arrivano i Giochi Nazionali Cadetti. Stefano e il Bonciani hanno stabilito che le tue cattive performance alle gare di avvicinamento dipendevano dal fatto che la fidanzata ti distraeva, e tu non commenti n dici che con Lea non ci stai pi da tempo. In ogni caso sei il primo a farsi trovare al parcheggio dietro Campo di Marte e a salire sul pulmino per Sestri Levante.
Il primo giorno superi agile la fase preliminare, dove ti tocca un secco e prima di lui un tipo scoordinato che c' da chiedersi chi sia l'irresponsabile che l'ha mandato l. Ma il tabellone finale, che viene presentato gi quella sera,  spietato. Hai subito Filippone, uno di Gioia Tauro terribile, che le Fiamme Gialle si sono gi interessate con la famiglia, e nella rivista che c' in palestra, ai tavolini dove si mettono i genitori che vengono a prendere i piccoli, a fianco di un articolo sui Mondiali a venire c'era una sua foto, invece delle solite foto di gruppo delle varie squadre. L'unico che avevi visto l sopra con una foto sua era il maestro, quando era morto, con una foto da giovane in cui faceva un calcio volante assurdo in una spiaggia al tramonto. In quel numero invece c'era Filippone coi pugni in basso e l'espressione tranquilla, e accanto un tabellino con le sue statistiche. Sotto c'era scritto: Filippone, tra i favoriti ai Giochi Nazionali Cadetti,  una delle speranze dell'Italia per Osaka '96. Filippone, che nelle gare di avvicinamento aveva incontrato Fumarola, da cui le avevi prese ben bene a un ultimo confronto amichevole organizzato dai vari maestri per prepararvi ai Giochi, e, stando a quanto avevano riferito al Bonciani, ne aveva fatto macinato. L'unica soddisfazione, se di soddisfazione si poteva parlare, era il fatto che al turno dopo c'era quell'insopportabile Tassini: dopo aver perso, avresti almeno potuto metterti a bordo tatami e vedere anche lui buscarne da quell'essere olimpico, invincibile.
La sera, per, il nuovo vicemaestro Stefano, che nel frattempo aveva messo incinta una e non si dava pace, ma che vi accompagna perch il Bonciani si  incrinato una vertebra facendo vedere una mossa ai piccoli, ti fa un discorso, Lo so Rudy che domani c'hai Filippone. Non sarei sicuro di batterlo io, ci credi? Per devi dare tutto, ok? Senza rimpianti, ok?
Un discorso poco convincente. Stefano non era il maestro e lo sapevate entrambi, e non aveva neanche la foga ruspante di un Bonciani. Che poi neanche il maestro era bravo a parlare, per era forte, era stato maledettamente forte, aveva vinto tre europei della vostra federazione e aveva studiato in Giappone alla Kyokushin, e una cosa la sapeva trasmettere benissimo: che lui non avrebbe avuto paura, e quindi non si doveva avere paura. Dopo il discorso di Alberto, invece, non  che tu avessi paura, alla fine da quello che avevi visto nei preliminari Filippone non era un macellaio con quelli pi deboli di lui (cio tutti): vinceva sempre abbastanza tecnico. No, dopo il discorso di Alberto quello che ti era entrato addosso era un senso di futilit: a che pro sbattersi, faticare, se poi dovevi venire fin qua a Sestri Levante a sentire frasi banali da questo scarsone, e poi perdere al primo turno? Ti era passata la voglia, e se la mattina dopo eri al palazzetto, era solo per la squadra, tra i piccoli c'erano alcuni che potevano far bene, e non poteva mancare l'incoraggiamento del Dio del Fulmine, un soprannome che era stato sempre esagerato, ma che, ora che andavi a farti spezzare, appariva proprio ridicolo... No, dovevi star l, gasare i ragazzini, e potevi farlo visto che gli incontri erano in ordine di anzianit e quindi avrebbero combattuto tutti prima di vederti soccombere, di vedere Filippone usarti come straccio per il tatami.
La squadra infatti va benino, porta a casa pure un argento. Tu li incoraggi dalla panchina, ti alzi, molli pacche a chi vince, ma  come se fossi altrove. Appari un poco, solo un poco, come se vedessi te stesso da fuori e in mezza trasparenza, solo quando arriva il momento di voi cadetti, e lo vedi. Vedi Filippone, grosso e peloso come nessun quattordicenne che tu conosca, che guarda il tabellone a braccia incrociate e pensa gi alla semifinale, dopo di te, di Tassini e di chi gli capiter dopo Tassini, la semifinale dove se tutto va come  logico che vada incontrer Schmitz, uno di Merano forte, non quanto lui ma forte, uno che se non ci fosse stato Fabio Filippone da Gioia Tauro forse oggi sarebbe additato come la miglior promessa della federazione, e che appare concentrato, tosto, sciolto, con una bella squadra di piccoli che hanno fatto bene (quello che ha vinto in finale sul vostro  proprio dei loro) e che ora sono tutti l intorno a gasarlo.
Quando comincia, il sole, fin l coperto, o troppo basso, incoccia pieni i lucernari del palazzetto di Sestri Levante. In quella luce sfolgorante, che inonda la sala e rende manifesto ogni granello di polvere, ogni capello sul tatami, il suo maestro d una pacca a Filippone, gli fa cenno di non forzare, vedi dal labiale che dice Il torneo  lungo. Quello scrocchia il collo a destra e poi a sinistra, si mette in posizione, morbido, carico e cattivo. Neanche ti sottovaluta: un campione come lui lo sa, che non si deve mai sottovalutare nessun avversario. Per il torneo  lungo, dopo c' Tassini e poi Schmitz in semifinale, non  tanto questione di sottovalutare quanto di valutare correttamente un Rudra Michelangelo, oro toscano due anni prima, un tabellino buono ma non impressionante, risultati modestissimi alle gare di avvicinamento... Certo, per essere un ragazzino, devono avergliene messe di cose in testa, la vittoria ai Giochi, i Mondiali tra due anni... Mentre tu in testa hai il vuoto, senti la grana del tatami sotto i piedi come mai prima d'ora, senti l'aria che, scaldata da quei raggi, passa dal fresco al tiepido, senti aleggiare quel lieve puzzo di piedi misto a gesso, senti anche l'odore del dopobarba di Stefano e le voci dei piccoli sulla vostra panchina, distinte, e allo stesso tempo non senti niente, perch questa notte, nel lettuccio dell'ostello di Sestri Levante, hai deciso che non combatterai pi. Adesso per stai per combattere, anzi stai combattendo, sei gi in posizione e l'incontro  cominciato, capisci quando l'arbitro abbassa il braccio. Non  rassegnazione, la tua, ma accettazione, Filippone avanza cercando subito un calcio alto, ma nel vuoto in cui sei adesso il tempo  sospeso, diviso in frame, definito dalla luce, praticamente fermo, infinito come quando eri piccolo... Senza neanche pensare sposti appena la spalla sinistra mentre vai sotto, rischiando il pedatone in faccia, il sanbon da tre punti che chiuderebbe subito l'incontro, e forse lui non se la aspetta tanta imprudenza, oppure  solo che hai ritrovato quella classe pulita che avevi quando hai cominciato a ingranare, quattro anni fa, quando il karate sgorgava naturale, quando non avevi pensieri in testa e si trattava solo di allinearsi a un ritmo preesistente, al passo del mondo scandito dai kata, e gli rilasci un colpo d'incontro alla guancia. Neppure troppo forte. Toc. Preciso, puntuale, il tuo pugno passa liscio dalla sua guardia sfiorando la manica del gi: uno di quei colpi che danno l'impressione che le cose non potevano che andare a quel modo. Sventolano le bandierine blu. Ippon.
Rudra Michelang (cos il cartellone), 1; Fabio Filippone, 0.
Ma che ti sei, rincugghunitu?, urla il maestro di Gioia Tauro. Fallo a pezzi, non lo vedi che  nu' rannchiulu?!
Guardi la panchina, i ragazzini stanno saltando. Stefano c'ha la faccia di uno che manco ci crede.
E fa bene, forse, perch dopo che vi rimettono in posizione lo vedi, quanto  tosto Filippone, quanto  veloce e quanto sa leggere i movimenti, o forse (ti viene il sospetto) il pensiero: ti fa andare a vuoto e poi ti prende basso. Waza-ari. Mezzo punto.
Va bene, va bene Rudy! Dai!, grida Stefano e batte le mani.
Rudra Michelang, 1; Fabio Filippone, 0,5.
La fase successiva  molto veloce. Neanche fai in tempo a pensare come attaccare che ti  arrivato un calcio alle costole. Saltelli di lato, arranchi, riesci a non cadere, ma non a evitare di piegarti sul ginocchio. Un calcione pieno, di quelli che ti svuotano il fiato da dentro e fanno male. Di quelli che ti lasciano un dolore tonante e diffuso, ma anche di quelli, mai sentiti prima, che ti lasciano un secondo dolore, pungente, per giorni, perch Filippone di Gioia Tauro, con quella legnata, ti ha incrinato due costole.
Rudra Michelang, 1; Fabio Filippone, 2,5.
Stefano ti guarda preoccupato vedendo che ti tieni il fianco. Poi a bordo tatami arrivano curiosi anche quelli degli altri turni, ecco pure Tassini, con quel naso schiacciato e un po' storto, forse se l' rotto da piccolo come il babbo.
Il maestro di Gioia Tauro batte le mani enormi, rosse, Su Fabi, 'bbrissciti! Killer!, gli grida. Filippone ti guarda negli occhi mentre riprendete posizione, ed  uno sguardo che dice: Hai gi perso. Chiss, forse su quel che stava per succedere quel mattino a Sestri Levante avrebbe costruito la propria grandezza futura. Quante volte il maestro vi aveva detto di non tentarle neanche, certe cazzate, quando provavate a rifare le mosse di Street Fighter II o di Final Fight, quante volte aveva ripetuto che il karate vero non era balzi e urletti, e tantomeno proiezioni, ma disciplina e allenamento. Il karate vero, ma tu non sei ormai un ex karateka? E poi non era il vostro maestro, quello della foto in spiaggia a un metro e mezzo da terra? Filippone viene avanti tranquillo, da pro, senza scoprirsi visto che gli basta mezzo punto, visto che gli basta un tocco al torace, ma tu ti pieghi per saltare, lui lo capisce, e in quella frazione fai in tempo a ripensarci, porti su la gamba, finti al ventre, e l s che mette gi le mani, potresti colpire al fianco, ma non lo calci neanche l; abbassi di colpo la gamba, e di certo al vicemaestro cadono gli occhi dalle orbite a un simile spreco, ma la abbassi, carichi, e, s, tobi ushiro mawashi geri, calcio volante a uncino in rotazione. Come nei cartoni animati, o nei sogni: voli, vortichi, e un tallone esplode sullo zigomo di Filippone, che si becca pure un mezzo punto per il tuo eccesso di forza. Se lo becca, certo, ma quello  un sanbon pieno. Sono tre punti.
Rudra Michelang, 4; Fabio Filippone, 3, bandiere blu! E mentre quello si rialza sul ginocchio, tutto frastornato, tu vai in terra, sommerso dall'abbraccio dei ragazzini e pure da Stefano: se non  questo un Dio del Fulmine... Di certo non  un Dio del Fulmine quello che, mezz'ora pi tardi, cercando di ignorare il dolore sempre pi pungente alle costole, perde 3-0 da Tassini di Imperia, tre ippon tranquilli, senza neanche riuscire a impostare un discorso, un attacco, e se ne torna a Firenze una volta e per sempre.
Il Bonciani la prende malissimo, dice che un samurai non lascia, un samurai combatte fino all'ultimo, e hai voglia a spiegargli che hai combattuto fino all'ultimo, lui insiste, Ma come, ma come, mi lasci il dojo, proprio dopo una vittoria del genere...  Stefano a tagliare, mostrando di avere una sensibilit che manca al suo superiore: Vien via, Nedo, c'ha la fidanzata, lo sai come vanno le cose a quell'et, poi torna, tanto ora c' l'estate...
Non torni. Al pomeriggio ti annoi (e studiare ti viene del tutto impossibile), cos un giorno vai al bar Italia a vedere se c' ancora Street Fighter II, ma non solo l'hanno tolto: hanno portato via tutti i giochi e c' soltanto una specie di slot machine a tema piratesco. Ti fai un giro per Firenze, sentendoti un puntino in quel vuoto. Quando rientri in casa, la mamma sta sbattendo una copia di una rivista in faccia al babbo.
Tu sei pazzo, pazzo!
Lo capisci che non hai pi il diritto di tormentarmi su queste cose?
Ma come ti  venuto in mente di dare un'intervista del genere? Cosa volevi fare, il giustiziere? Capirai, sar a causa del grande Antonio Michelangelo che le multinazionali del petrolio cambieranno le proprie politiche nel terzo mondo!
Mi  venuto in mente perch tanto sapevo che avrei lasciato. Infatti oggi ho consegnato la lettera di dimissioni.
Cosa?!
Sic est. Cosa pensavi, che in India ci sarei andato alle prossime ferie?
Che poi non dovevi neanche finirci all'Eni... Dovevo dirtelo subito, di non andarci, di restare dov'eri...
Be' dall'IBM all'Olivetti ci passai, e fu una buona idea.
Ma  diverso, lo capisci...
Cosa vuoi che ti dica, che passare dall'Olivetti all'Eni  stato un errore? Te lo dico, allora: passare all'Eni  stato un errore. Contenta? Non ci vuole molto a capirlo, ho resistito dieci mesi... Ma se ti piace sentirtelo dire...
E perch l'hai fatto?
Ma cosa te ne fregher, poi.
Me ne frega, perch  cos che  cominciata la distruzione di questa famiglia. Tutte quelle trasferte a Roma...
Dico, ma scherzi? Sono fatti non correlati, lo vuoi capire? Non correlati! Cos come non  correlato il fatto che abbia lasciato l'Eni.
Inconsciamente lo hai fatto per farci del male.
Ma secondo te?! Vuoi sapere qual  stato il motivo per cui sono andato l? Va bene, te lo dico. La componente ultima, il lievito, quella particola piccola ma decisiva per smuovere la decisione,  stata la vanit: pensare che in un'azienda come quella, una partecipata in cui non si muove una foglia senza volont politica, appena diventata S.p.A., volessero proprio me, che con la politica non mi ero mai impelagato, mi dava una certa soddisfazione.
Bel risultato.
Va bene, ho sbagliato. Tanto pi che in realt, lo vuoi sapere?,  accaduto perch pensavano fossi socialista, io che quella tessera la rinnovavo solo in ricordo di Abramo. E perch quella che avrei preso era una posizione da svuotare, in cui ci stava bene uno di una certa et, senza ambizioni ulteriori, meglio ancora se scollegato da certe lotte intestine che c'erano in quel momento. Ma arrivato a quel punto avrei lasciato qualunque azienda come ho lasciato l'Olivetti. Non ero pi adattabile, e se avevo accettato non era tanto per la posizione, ma perch avevo intuito che di l a poco ci sarebbe stato un fuggi-fuggi generale... Oh, Rudra.
Ciao, dici. Loro ti guardano cos, quasi buffi nel loro restare bloccati a met azione, simili ai personaggi di uno di quei tableaux vivants che Cristiana ha realizzato come progetto di fine liceo.
Ma  tutta la realt a essere ferma e sgranata, quell'anno. Di studiare non hai voglia, n trovi altro che ti interessi. Hai l'impressione di essere tornato all'infanzia, ma senza un'idea di te, un posizionameno, e certo senza quel limpido senso delle cose che avevi allora. Giri a vuoto per Firenze con quella piccola bicicletta; una volta ti ritrovi a Compiobbi, come tanti anni prima, se poi cinque anni sono tanti, ma a te sembrano tantissimi, un'eternit. Un giorno, in viale Corsica, altro posto in cui finisci per caso, noti una palestra di boxe. Leghi la bici ed entri.
Che hai fatto?, dice Cristiana un giorno che ti vede rientrare con un occhio blu.
Mi sono iscritto a boxe.
Non sar che sotto sotto ti piace, l'idea di far male a qualcuno?
Il coach  uno simpatico, tutto battute e tatuaggi, che non prende troppo sul serio se stesso, voi o la sua missione di insegnante, ma solo la boxe, e va anche bene cos.
Stai sulle punte!
Stai sulle punte.
Dagli alla bazza!
Dai alla bazza. Pem. Ora lo scontro  solo per lo sport, nessuno ti dice che devi combattere per vincere, che devi andare a questo o quel torneo, e non sei sicuro che la cosa ti piaccia, che abbia senso.
Per fare fiato, dice il coach, bisogna correre, correre, correre. Otto chilometri al giorno possono andare. E questo, scopri, ti piace: scopri che quando rompi il fiato e spunti su una strada deserta, infili un parco, o un boschetto, e il mondo si fa qualcosa di astratto e raggiante che ti riverbera intorno, pur non ritrovando quel senso d'assoluto ne metti a bada la nostalgia, come attingendo col respiro e col sangue a un analgesico nascosto da qualche parte nel corpo.
Estate '95. Il babbo se n' andato davvero.  tornato dall'India, ha preso due valigie di roba, ha spedito il grosso dei suoi libri col corriere e si  trasferito. A Londra!
Lo senti al telefono, da Ansedonia, ti chiede se va tutto bene. Chiede la stessa cosa a Cristiana, poi si rimette a parlare con la mamma. Parlano di te, della tua pagella di seconda.
Ti rendi conto! Tutti sei.
Ha nove a Ginnastica.
Capirai! Se  per quello ha pure distinto a Religione. Parlo delle materie che contano qualcosa. In prima aveva la media del sette, quest'anno  crollato. Se fosse andato al Michelangelo come Cristiana, ce lo bocciavano.
Ma  andato al Castelnuovo.
Bravo, minimizza. Ha lasciato anche il karate.
Non hai detto che va a boxe?
S, in una palestruccia di dilettanti.
O' lascialo stare...
Puoi dirlo, che non te ne importa niente.
Non sono mica uno di quei poveretti che riversano le proprie ambizioni sui figli.
Uh, giusto, aspetta, mi ero dimenticata l'ultima delle grandi ambizioni di Antonio Michelangelo: allevare api! Ai bachi da seta ci hai mai pensato?
Siete ad Ansedonia, come  inevitabile, Saltino-Vallombrosa era il luogo del babbo e quindi  definitivamente decaduto, la mamma ormai lo disprezza apertamente, Cristiana ha appena detto al babbo cosa ne pensa - Ma un salto su non lo fate? Babbo, piuttosto che passare un giorno l mi butto in mare - e anche tu hai finito per preferire Ansedonia, il mondo di piante e insetti in cui vivevi ha fatto presto a diventare un semplice ricordo d'infanzia, adesso ti va di prendere il sole, di correre in pineta, addirittura di nuotare, non sei mai stato un granch nel nuoto ma cominci a trovare una tua confidenza col mare, ti va di cazzeggiare e giocare a ping pong e beach volley, e poi c' stato un po' di ricambio nei gruppi, la sera uscite e anche se non ti piace bere o fumare, e tanto meno ballare, ti diverti quasi. La famiglia, in questo nuovo assetto,  un po' meno stressante, Cristiana ha preso il posto del babbo nelle litigate con la mamma - l'ora a cui tornare, il modo in cui si veste, il piercing che si  fatta di nascosto, questo o quel suo amico visto a fumare - e poi il fatto che quei due continuino a sentirsi al telefono in qualche modo  rassicurante (Cristiana la pensa diversamente, e non lo nasconde: Voi due siete fuori di testa, dice alla mamma quando attacca la cornetta), fa pensare che lo strappo possa non essere irreversibile. La versione per la spiaggia  che Antonio  stato mandato dall'Eni a fare un lavoro tra l'India e Londra, ch la mamma non ha voglia di stare a spiegare n che ha lasciato il lavoro n che si sono separati. E un giornale di sinistra come quell'Avvenimenti a cui ha rilasciato l'intervista anti-Eni si spera che non lo legga nessuno, al bagno. Desidero stare tranquilla, ne avr diritto anch'io, no?, dice, e voi non obiettate. Ve ne state al mare tutto il giorno, uscite la sera, dormite fino a tardi la mattina (tu comunque ti alzi sempre un paio d'ore prima di Cristiana, che si sveglia quando il pranzo  in tavola), e proprio non obiettate.
Una sera ti ritrovi in spiaggia con Manfredi, uno di Roma Nord, uno di quelli nuovi, che siete rimasti solo voi due. Nuovo fino a un certo punto: c' gi da due anni, ma tu gli anni scorsi avevi le gare, e anche quello passato eri andato giusto una settimana ad agosto per non far dispiacere alla mamma e lo avevi conosciuto poco.
Tie'.
Non fumo.
Non fumo, non fumo. Quanti anni hai?
Lo sai, quanti anni ho.
Ecco, a quindici anni non  che fumi o non fumi, al massimo  che non hai mai fumato.
Taglia il fiato.
Non hai detto che hai smesso col karate?
Faccio boxe adesso.
Agonismo?
No.
E allora. E poi so' le sigarette a taglia' il fiato.
Non era una sigaretta quella che hai aperto e impastato assieme al fumo?
Sei pesante sai, Rudy. Tie'.
Solo per provare.
Quando tu e Manfredi vi alzate a sedere, parte una discussione sul niente, sulla storia del mangiare un Buond in trenta passi, su quanto si pu stare sott'acqua senza respirare, su certi giubbottini progressivi che non si  ben capito cosa siano, e scoppiate a ridere. Vi spanciate, proprio: isterici, le lacrime agli occhi. Ti guarda, come a dire Allora, non era proprio malaccio, eh? A te, a parte le risate, gira la testa.
Era un po' che nun me capitava, dice Manfredi assestandosi a sedere senza smettere di ridacchiare, forse spostandosi un po' pi vicino a te, sai le prime volte che fumi ti sganasci dal ridere, ma ci deve essere qualcosa, non so, a un certo punto ti abitui e l'effetto cambia. A meno di fumare la ganja seria, sai tipo la skunk, ti dice, domani pomeriggio ho fissato con uno che ce l'ha, e ti si avvicina ancora di pi, praticamente appiccicato. Tu hai il massimo di farfalle che puoi avere nello stomaco, cio un paio, e pensi  quindi questo il momento? E cosa aspetta, allora? E siccome aspetta e si sta per mettere - davvero! - a raccontare di quando un suo amico di Milano gli ha fatto fumare questo e quello, ti avvicini e lo baci tu. Allora lui riprende coraggio, ti bacia profondamente, ti tocca, vuole recuperare l'iniziativa. Fino a che punto? Fino a qualunque punto va bene, perch ti sei gi stancato da un po' di aspettare, e quella benedetta seconda verginit vuoi togliertela di dosso. Al resto penserai dopo.
Dopo, per, non ti va di restare appiccicato. Vi eravate spostati sul lettino di un ombrellone della prima fila, la scusa buona  che hai sabbia ovunque, e poi  vero. Cos vai in mare, senza rimetterti i boxer, trovi l'acqua tiepida, avanzi a passi controllati, lustrale. Ti immergi, nuoti un po' sott'acqua.
Aoh!
Lo senti ovattato, schermato, nelle orecchie hai il mare che risuona. Apri gli occhi, una realt torna a comparire intorno, per quanto scura e ammantata d'argento:
Come?
Do' stai?  pesto!
Ti metti in verticale, poi fai il morto per un po'. Quando ti rimetti in piedi, senti che sfiori appena la sabbia del fondo con gli alluci, la corrente ti ha portato dove si tocca appena. In quattro, cinque, sei bracciate, sei gi dove l'acqua arriva alla vita, ecco Manfredi che viene verso di te. Non  manco mezzanotte, dice, andiamo a vedere chi c' ar chioschetto?
La sera successiva, senza dirvi niente, fate in modo di far accadere tutto alla stessa maniera, e tutto alla stessa maniera accade, a parte il fatto che il vostro accoppiarvi  meno confuso e goffo; alla stessa maniera, pure, entri in mare, e giunto un bel po' avanti, fatta la solita verticale, di nuovo ti metti a fare il morto, e nella notte senza nubi la volta stellata ti sembra chiara pi di ogni altra occasione in cui l'hai vista. Da dietro un crinale della terraferma, di cui non puoi distinguere che l'ombra della sommit, steso come sei sul mare d'olio, sbuca un ramo della Via Lattea. Il cielo  sgombro e l'Argentario dietro silenzioso e oscuro, e hai l'impressione, e ridi fra te e te di un simile pensiero, che non ti pare neanche tuo, come se fosse apparso Ponsacco, anzi Rattayan, a suggerirlo, che non sia tanto il mare, la nostra vera origine, ma lo spazio, e che sia nella sfera del cosmo, nelle sue fucine, nella sua pulsazione e vibrazione, che siamo nati: nel mare al massimo siamo nati una seconda volta. Ma certe cose capitano sempre a fine estate - mai, poniamo, a inizio luglio - e cos di uscite notturne ne avete ancora solo tre, pi un pomeriggio in cui ti porta a casa sua, sua mamma che vi apre il cancello, vi dice che c' del gelato in frigo e si rimette sul lettino a farsi le sopracciglia.
Segue un'annata bigia, a scuola, in cui l'unico interesse  per la boxe. Lasci che il tempo ti passi addosso, lasci le litigate a Cristiana e alla mamma, ti alleni, giri la citt con la bici, pi alta, di tua sorella, che tanto lei non usa pi, ed  la citt, adesso, a sembrarti piccola. E vuota, sempre pi vuota.
L'estate successiva per prima cosa vai a cercare Manfredi, ma nel giardino di casa sua non trovi sua madre: c' un ometto in bermuda e torso nudo, con un anello d'oro al mignolo, che sta annaffiando delle ortensie che prima non c'erano, e che non  il padre di Manfredi; un ometto che appena ti vede sostare un po' pi del normale ti dice Cerca qualcuno, giovanotto?
S, scusi, cercavo... Cercavo la famiglia che affittava qua l'anno scorso.
E che ne so io?, ride quello. Quest'anno affittiamo io e mi' fija.
Lo cerchi anche in spiaggia, ma niente: possibile debba andare sempre cos? Ma due sere dopo lo becchi al chiosco. Ha i capelli pi lunghi, appena ti vede si sposta pi vicino a una ragazzetta, una che non hai mai visto. Tu saluti tutti quelli che conosci, poi vai da lui.
Be' che c'?, ti fa guardandoti attraverso un ciuffo che gli scende sugli occhi, mentre con la cannuccia risucchia il fondo del mojito.
Non dici niente, e ti fai tirare in mezzo da altri a fare un match a biliardino. Scagli bombe dalla difesa mentre lo guardi pomiciare con quella. A fine serata lo prendi da parte, ma quello si svincola subito:
E nun me scassa', Michelangelo. Che te credevi, che ero frocio?
Spogliatoi di boxe. Eiaculi, anzi ti spremi dentro Fabrizio Chiassai, il Chiassa. Era da prima dell'estate che aveva cominciato a girarti intorno, che prendeva ogni occasione per darti una cilacca sul culo, per sfiorarti apposta... Ti spremi colpo su colpo, lui ti asseconda, non vi bastano le mani per agguantarvi, i piedi per avvinghiarvi, le masse corporee da imprimere l'una sull'altra. Non lo vedi mai fuori di l. Dopo gli allenamenti del marted e del gioved, che finiscono alle ventidue, vi trattenete quanto basta perch tutti se ne vadano, Se volete stare ad allenarvi pi tempo  solo bene, ma mi raccomando l'ultimo si chiuda dietro la porta...
Va avanti un paio di mesi, poi un venerd mentre siete assieme nella doccia, in piedi, qualcuno apre, anzi strappa proprio - senti uno, due cerchietti che si staccano - la tenda.
Lo sapevo!
 il coach. Vestitevi perdio, dice. Veloci! E poi levatevi dal cazzo dalla mia palestra. Se luned vi vedo anche solo qui fuori giuro che vi spacco le mani. Inteso? Si volta e va verso l'uscita.
Ma se mi diceva sempre finocchio!, grida il Chiassa. E anche a lui!
Mica pensavo che lo eravate veramente!, dice il coach, poi sentite la porta che si chiude.
A tre anni dai Giochi, e a due settimane da quando ti hanno cacciato da boxe, il maestro Bonciani ti telefona a casa:
Stefano ha la bimba da badare, sono da solo... Perch non vieni a darmi una mano, fai qualche lezione, cos guadagni pure un po' di soldi? Eh Rudra?
Lo fai per un paio di mesi, sopportando le tirate di quello che, prima di ogni lezione, adesso pretende di fare dieci minuti di teoria, dietro la convinzione, di per s sensata e per non sostenuta da competenza storica, concettuale e tantomeno oratoria, circa la natura filosofica del karate. In particolare, al Bonciani, che ha cominciato a portare al collo un ciondolo con la Croce di Ferro accanto alla solita medaglietta della Madonna, sta a cuore il collegamento del karate con l'etica dei samurai: qualche volta porta con s un'edizione rilegata del Libro dei cinque anelli e legge agli allievi qualche passaggio, a occhio scelto a caso; quando gli porti l'Hagakure di tuo padre, recuperato tra i libri di lavoro, che non ha spedito, si esalta e dice Visto ragazzi? Questo  un samurai. Tu lo guardi un po' perplesso e fai pure gli scongiuri, vista la fine che ha fatto l'ultimo a cui l'ha detto. Il Bonciani inserisce anche passaggi dal tuo Hagakure, ma pi spesso racconta storie di grandi maestri o grandi guerrieri, o altri personaggi che vede come prova della derivazione ideale della novecentesca arte del karate dall'antica etica giapponese, pi che dal kenpo cinese. Racconta a quei ragazzini sbadiglianti, quasi sempre aiutandosi con un quaderno in cui ha appiccicato delle fotocopie, la storia di Hiroyuki Hamada, fondatore dello stile Nihon Koden Shindo Ryu, che dopo la sconfitta del Giappone nella Seconda guerra mondiale ponder per dieci giorni il seppuku, il suicidio rituale, salvo poi decidere di vivere per dedicarsi alla diffusione del karate, e lo racconta tradendo s ammirazione, ma velata dalla delusione per il fatto che, comunque, alla fine Hamada avesse deciso di non sbudellarsi. Lo si capisce dall'esaltazione con cui racconta invece la storia dello scrittore Yukio Mishima, che al seppuku ci arriv, eccome: l la delusione  per il fatto che Mishima avesse raggiunto il 5 Dan non nel karate ma nel kendo - sebbene, ricorda sempre il Bonciani, nel karate avesse comunque raggiunto il 1, e proprio nel nostro caro stile Shotokan.
Per quel che hai da fare, ti va bene di dargli una mano e alzare due spiccioli, ma il momento di smetterla di lavorare l arriva dopo le vacanze di Natale, quando entri al dojo e vedi gli Esordienti, quelli di tredici anni, fare i kata con in pugno dei fucili.
Il Bonciani viene da te tutto entusiasta, Visto Rudra?
Tu neanche rispondi, resti l muto davanti a quella scena sconcertante.
Con le armi! Capisci? Come abbiamo fatto a non pensarci prima! I kata, quando sono stati formalizzati, erano pensati per essere fatti con le armi, no? Lo dicono diversi teorici. E per quello che non dicono  che nel 1908, nel 1910, quale arma usava un soldato? Non un bo, non certo una spada (quelli erano gli ufficiali) e tantomeno la lancia corta di Okinawa. E no! I soldati usavano i moschetti, ovvio! Ho preso questi da un mio amico cacciatore, ma voglio farmi fare delle repliche dei san-hachi-shiki hoheiju, gli Arisaka 38, Trentottesimo anno dell'era Meji, un fucile che ha fatto due guerre mondiali!, si esalta il Bonciani, poi entra Stefano con la bimba in braccio, vede tutte quelle carabine, dice Ma che hai perso i' capo?, il Bonciani gli dice Stai zitto, tu non puoi capire, digli qualcosa, Rudra, ma tu non dici niente, alzi le spalle e li guardi litigare per un po', poi esci di soppiatto dal dojo.
E non  solo il Bonciani coi fucili. L'impressione  che stiano andando tutti fuori di testa. Anche a casa: La mamma e il babbo stanno riprovando a stare insieme e hanno dato vita a un clima artificiale in cui qualunque azione, anche uno sguardo, viene intesa come un attentato alla ricostruzione familiare, Cristiana  tornata da Bologna senza aver combinato niente, ha cambiato facolt ma a occhio qua a Firenze le dice pure peggio, sicch fa per lo pi da parafulmine, e del resto anche a te Firenze non offre granch.
Un giorno il babbo si presenta a casa con delle cose arrotolate sottobraccio, tu lo vedi subito che sono tappetini da palestra, ma la mamma no:
Cos', vuoi rimetterti a fare l'artista?
Non sono mai stato un artista.
La tua falsa modestia...
Se preferisci, non lo sono pi.
Gi, dimenticavo che hai mollato.
Non ho mollato, semplicemente era assurdo continuare.
Assurdo! Ma sentilo... Assurdo! Cos', assurdo? Io sono assurda? Questa casa  assurda? Cristiana e Rudra sono assurdi? Forse l'unica cosa assurda  questo tentativo in cui ci siamo impelagati...
Calmati.
Non dirmi di calmarmi.
Va bene...
Che  'sta roba?
Lo vedi, sono tappetini.
Per...?
Per la meditazione.
Questa  bella!  andata,  impazzito del tutto.
 tipico del piccolo borghese, dice lui con voce impostata, fissare il limite del comportamento ragionevole a poca distanza dalla propria mediocrit, e chiamare follia, o genio, tutto ci che lo oltrepassa.
Ascolta, Antonio Michelangelo, roba del genere potevi vendermela vent'anni fa. Vediamo cosa far il genio con questi bei tappetini!
Ne cavi le gambe trovando da insegnare in un'altra palestra che ti segnala Stefano, e aggiungendoci un lavoretto al pub: dalla combinazione delle due cose esce l'affitto di un seminterrato a Ponte a Mensola e qualche soldo d'avanzo, cosa che in altri tempi avrebbe scatenato chiss che burrasca ma adesso, in quell'atmosfera fasulla, nessuno prende pi una posizione, neanche la mamma, cos a vivere da solo ci vai, e ci rimarrai anche quando l'anno successivo ti iscriverai all'universit.
Nei fine settimana vai in centro al pomeriggio assieme a Gessica, un'amica che ti sei trovato al pub dove lavorate entrambi. Passate le giornate in Santo Spirito, in Santissima Annunziata, a volte pure alle Cascine. Vi accompagnate, anzi la accompagni mentre si accompagna, a dei soggettucci loschi, certi elementi che sfangano le giornate in Santissima, amici pure del Malva, quello che da vent'anni sta l all'angolo a spacciare malva per erba ai turisti, e i poliziotti lo lasciano fare in cambio di qualche spifferata su gente messa anche peggio di lui. La Gessi cerca il fumo, magari una botta di ketch da scroccare; tu cerchi qualcuno con cui andartene, ma da 'ste parti non c' mai nessuno, alla libreria Edison c' il battuage ma sono tutti vecchi... Che fastidio, il desiderio, la sua distanza, a volte, dal resto; che assurde, le vite che vivono le persone... Solo una sera finisci a casa di un tipo conosciuto in Brunelleschi, uno neanche vecchio ma gi canuto che dice di essere disegnatore, e in effetti lo , la casa  piena di disegni, solo che sono orribili, e orribili sono le bottiglie di gin e vodka appoggiate a bordo letto, il bong, le stecche di Diana blu, i pacchi di fazzolettini e goldoni, due assurde pantofole imbottite a forma di zucche di Halloween. Lo fate, infatti, in bagno. Poi scappi, che sei gi in ritardo per il tuo turno al pub.
Cos poca sostanza ha quell'anno, che nemmeno ti accorgi quando arriva la maturit. Al tema sfanghi un 6 e mezzo, al compito di matematica ti ritrovi accanto gente messa peggio di te e chiudi con un 4+. Raccatti un 63, e tutti ad Ansedonia. Vallombrosa no, troppo di Antonio e quindi rischiosa, ancora, per la coppia ripristinata e gi di nuovo in bilico. E poi n tu n Cristiana ci vorreste neanche metter piede, ormai. Beatrice e Antonio fanno la loro ricomparsa assieme allo stabilimento e stanno tutto il tempo a leggere e se la cavano anche, perch della gente che lo frequentava quando eravate piccoli non c' pi nessuno, se non qualche altra coppia fattasi anziana, che di interagire ha ancora meno voglia di loro. Cristiana preferisce starsene a casa, dice che c'ha gli esami; tu ci vai le domeniche di giugno, poi a luglio decidi che, s, ti farai il mese l: perch no? Puoi correre in pineta e nuotare e prendere il sole e non hai voglia di far altro, certo non di arrovellarti su come sar la tua vita all'universit, che vedi come un evento lontano e secondario, e poi avendo dichiarato Biologia al momento stesso della Maturit, c' stato il tempo perch la mamma lo digerisse, e cos non ti stressa troppo. Al babbo, di meno non potrebbe importargliene, e poi sono tutti concentrati, se non a far funzionare la baracca, a non farla saltare proprio subito.
 luglio ma sembra tardo maggio: il sole  bianco e scalda poco, tanto che la sabbia, anche se  pomeriggio fatto, conserva una brunitura per via della pioggia che  passata nella notte; tira vento e c' quel bell'odore di resina di pino e sale, e c' anche poca gente, tre quarti degli ombrelloni sono chiusi. Corri un po' verso nord, provi qualche scatto, ora sulla sabbia dura, ora su quella un po' pi scozzata della mezza spiaggia, ora con le caviglie in acqua. Il mare alterna quiete e cavalloni, passa dal verde scuro al bianco, al giallo e poi di nuovo al verde scuro, spande sale e ossigeno e un'idea lievissima di pesce. Avanzi e ti butti sotto la prima onda, dai dieci, quindici bracciate, il fresco dell'acqua  corroborante,  una vivida corrente di energia; passi al dorso e sguazzi lento, senti il vento che ti carezza la pancia e le punte dei piedi, arriva qualche spruzzo sul viso; ti godi un rilassamento vero, cercato, addirittura entusiasmante. Passano i minuti e le nuvole sopra di te si fondono e riaprono e fondono ancora, fino poi a spalancarsi del tutto, a sparire ai lati del cielo.
Quando per alzi la testa per provare a fare un po' di rana, la spiaggia non  dove pensavi.  molto, molto pi lontana. Lontanissima, proprio. Il vento si fa pi forte. Dai una bracciata a rana, due. Ti ritrovi sul posto, anzi forse un po' pi indietro. Ne dai dieci a stile libero. A essere ottimisti, fai tre metri. Il cielo si fa scuro - o lo era anche prima? Ti viene in mente un cartello scritto a pennello, affisso all'interno della porta del suo laboratorio da Angi, quel bagnino incarognito che c'era una volta al bagno. Diceva: Ogni volta che ho sfidato il mare, mi ha preso a calci in culo. Sorridi al pensiero, ma intanto valuti che a stile libero ti stanchi troppo. Il tempo di constatare che sulla spiaggia, che sembra ancora pi lontana ora che ti rimetti a rana per controllare, non si vedono bagnini, bagnanti, niente, e ti riporti a dorso, il cielo sopra di te che  proprio nero, il vento che soffia teso. Nuoti a dorso, ma l'acqua ti tira nell'altra direzione. Non c' proprio modo di opporsi. Affogare! Tu! Possibile? Continui a nuotare, invero senza troppa determinazione. Il fatto  che non hai paura, anzi non senti proprio niente. Succedono queste cose, no? Forse non ci credi ancora del tutto. Non pu andare a finire cos. Oppure s, pu eccome. Forse  meglio fare il morto, limitarsi a galleggiare, e magari ti ritrovi a Porto Ercole, o a Giannutri. S, come no... Inizi a sentire freddo. Morirai? E se morirai, dov' Castafior? E Tartagliana? A te, in ogni caso, non importa. Non provi paura, e neanche tristezza. Ti spiace per la mamma, per il babbo e per Cristiana. Ti vergogni un po', come in quei sogni in cui uno si scopre nudo nei contesti pi inappropriati, al pensiero del tuo corpo, del cadavere ripescato e steso l sulla sabbia. Quanto sar lontana Giannutri? Certe mattine si vede cos bene... Ora ti fa freddo davvero, alla schiena e alle gambe, e l'acqua, pure, inizia a insidiare il naso, la bocca. Dev'essere una cosa notevole, pensi, non aver paura della morte, non veder passare niente, della propria vita. La vita, la morte: uguali...
Aggrappati al becco, testa di merda!
Al... becco? Chi...?
Oh, che ti aggrappi o no?, dice un'altra voce.
Maremma cane, stai a vede' ora gli tiro col remo!
Giri la testa, uno sbuffetto d'acqua creato dallo scafo ti prende pieno e te lo bevi tutto, poi ti accorgi che c' un patino. Non di salvataggio, non rosso, no. Bianco. Un patino di quelli per i bagnanti. Quelli sopra per sono due bagnini. Due bagnini con le loro canotte rosse tutte scolorite, che a forza di moccoli, un remo a testa, sono venuti a riprenderti. Ti aggrappi al becco del patino, e pi che gratitudine provi un vago dispiacere per l'essere ci che rende questi due manfani gli eroi del giorno. Quelli remano e ogni tanto ti lanciano un'occhiataccia. Li ringrazi a voce bassa, un po' prima della riva (Fammi sta' zitto,  la risposta del primo, mentre l'altro sbuffa e basta), c' pure l'applauso, ma tu sei gi scomparso tra gli ombrelloni barcollando di crampicelli e di freddo, stai gi riscaldando i muscoli a saltelli, stai correndo, anzi, e poco dopo sei al tuo bagno come se niente fosse accaduto.
Il babbo se ne va definitivamente. Il fatto non scatena chiss che reazioni, viene preso come una delle tante e tutte plausibili conclusioni di qualcosa che era gi bello che compromesso. Cristiana per una volta ha un ragazzo, e va sempre in campagna da lui. La mamma ha ridotto le visite ed  entrata in uno stato di crisi che sembra voler durare. Tu segui a Biologia, l te la cavi un po' meglio che al liceo e vivi sempre a Ponte a Mensola, ma hai preso l'abitudine di pranzare in una trattoria davanti al dipartimento, in via del Proconsolo.  una delle poche, forse l'unica da quelle parti, a non essere diventata un locale per turisti, e non  questione di prezzi o pubblico: al suo interno vigono consuetudini dall'aria antica, per quanto informali. Forse  solo che non sei abituato - se c'era una cosa che non si faceva in casa Santi-Michelangelo, era andare a cena fuori: entrambi sapevano cucinare e lo facevano senza risparmiarsi -, ma scorgi qualcosa di naturale nel movimento dei due titolari, dei due camerieri, dei cuochi dietro le paratie, che ti fa sentire pi a casa l che in via Varchi (Ponte a Mensola non  casa, non lo  stata mai,  solo il luogo in cui dormi). A volte, l e soltanto l, capita anche che ordini la carne.
Due anni pi tardi, un ragazzo te lo sei trovato pure tu, a Roma. Neanche ti piace troppo,  ricercatore a Storia e un filo pedante, ma non  male andarsene ogni tanto da Firenze. Anzi, non  il piacere o il non piacere, l'essere o meno pedante,  un problema di completezza, di completamento, e chiss se esiste qualcuno che pu risolvere problemi del genere, pensi il giorno dopo il vostro quarto incontro, quello in cui  chiaro che si  formata una consuetudine vera, e quindi una relazione. Quella sensazione ti sembrava di averla trovata, piuttosto, con Mats, uno svedese, anzi finlandese di Svezia, che faceva l'Erasmus a Firenze e che, come ti capitava sempre, avevi conosciuto solo all'ultimo momento... Andare a trovarlo, gesto azzardato?, pensi mentre corri fuori da Ponte a Mensola, verso i cantieri. A Firenze, davvero, non ti  rimasta che la corsa: a volte vai su per i boschi; pi spesso gi verso via Aretina e oltre, dove stanno predisponendo le strade e le fondamenta di nuovi quartieri. Corri tra i cantieri aperti, riconosci passando ogni erba pioniera: ecco le nappole, i vilucchi, le avene selvatiche, ecco gli equiseti, simili a scolopendre, a far bordo ai mucchi di tubi di cemento su cui il sole basso proietta una luce turchina che investe poi le ruspe ferme e le basi delle gru, e fa brillare i colori di un distributore chiuso su cui sventolano le bandierine delle nazioni europee, mentre la tua ombra, fattasi lunga, sfiora e carezza tutte quelle cose, e intanto intuisci che anche quella piccola pace ti sta sfuggendo, che anche la capacit che ha la corsa di placare quel senso di mancanza sta venendo meno.
... E poi je faccio: 'A froci!
Come hai detto?
E dai Rudra, lascia stare. Mica diceva a noi.
Hai sentito il tuo amico? Accanna, che  meglio.
Sono due. Quasi dei rapper. Almeno, hanno cappellini e blazer da rapper. Le sopracciglia per sono depilate, tipo fotomodello, anzi concorrente di talent show. Abbronzatura. Muscoletti. Tatuaggi da coatto. Scudetto dell'Italia cucito sul pantalone grigio della tuta uno, bermuda di jeans stracciati l'altro; Nike rosa shocking con piccole camere d'aria rotonde uno, Stan Smith l'altro.
Non lascio stare proprio niente.
Quello pi temibile si mette davanti, com' naturale. Il secondo fa gli occhiacci ma  innocuo,  pi grosso ma anche bolso. Questo invece  teso e magro, uno di quelli che esprimono una forza naturale, e a giudicare dalla mezza guardia che sembra assumere mentre ti fissa con quegli occhietti neri neri, potrebbe avere un'infarinatura di muay thai. Non c' neanche troppa gente intorno, per essere un angolo di Trastevere al gioved.
Ce n'hai de coraggio a fatte so-
Avanzi di un passo e mezzo, sulle punte, accenni una finta spostando lo sguardo di lato e lo colpisci con un sinistro nell'occhio e un destro alla mandibola.
Prima che il coach ti buttasse fuori, ce l'aveva col punto M, Le fiche hanno il punto G, e tu, Michelangelo, lo sai dov' il punto G?
Dentro una fica?
Bravo, sei un finocchio ma le sai le cose. Le fiche hanno il punto G, gli uomini hanno il punto M. No, non dentro al culo, brutto maiale.
Non l'ho pensato, coach.
Nel mento! Qua sotto (clac).
Rudra che finisce a terra.
Prendi un tipo qua?  finita. Volendo, hai tutto il tempo di calpestargli la faccia come ti aggrada. Inteso?
E il sinistro alla mascella lo prende pieno, il punto M di 'sto coatto, senti proprio quell'impressione tattile come di qualcosa di umido che si sgancia, e ora c' tempo, eh se c' tempo: tutto il tempo del mondo...
Dai basta Rudra!
Colpisci il rapper-coatto-squadrista, che sta gi cadendo a terra, che forse  gi svenuto, con una combinazione low kick al ginocchio sinistro e gomitata sulla bocca (e se sai riconoscere il clac del punto M, ti viene naturale percepire le labbra che esplodono, gli incisivi che si allentano), lo afferri al volo per i capelli (il cappellino  volato via, e anche il compare ha gi fatto un passo indietro, due), e fai partire una ginocchiata alla radice del naso, gli conficchi un messaggio di metallo in fondo al cranio.  svenuto?
Basta, Rudra! PERDIO BASTA!!!
Lo prendi per la giubba, gli piazzi il piede sotto allo sterno e con la proiezione shotokan, proprio quella di Ryu che ti divertivi a rifare a karate, lo scaraventi all'indietro, contro una saracinesca,  passato solo qualche secondo ma le urla hanno attirato gente, qualcuno viene per separarvi, dopo questo clangore accorrono proprio in massa, ma c' poco da separare...
Rudra andiamo via ti prego!
Il compare  scappato, quello  l privo di sensi sotto il bandone incurvato per la botta e gli esce una pozzetta di sangue da un orecchio, arrivano i carabinieri (erano cos vicini? quanto tempo  passato?), c' chi ti indica.
Qualcuno dice: Lo ha ammazzato! Vacca boia lo ha ammazzato!
Vale la pena scappare?
Non sei neanche spettinato; un po' di fiatone, come dopo aver fatto le scale. Tiri fuori i documenti. Un carabiniere te li strappa di mano, poi ti spinge il braccio all'indietro mentre l'altro ti ammanetta.
. . . . . . . . .
Ti fanno telefonare a casa.
Mamma...
Rudra? Dove sei?
 successa una cosa...
Dove sei?
A Roma. In caserma.
C' un silenzio. Un silenzio che ha molti diversi significati ma, su tutti, che qualunque cosa tu abbia fatto, un'evenienza del genere, prima, alla dott.ssa Benedetta Santi non sarebbe accaduta: non avrebbe osato accadere. Un silenzio che dopo un'estenuante agonia sancisce la fine, ufficiale e irreversibile, del potere che aveva sulla realt.
Eccola il giorno dopo che piange. Aveva mai pianto, quella donna?
 tutto allo sbando, tutto! E tuo padre se ne sta a Londra, ti rendi conto? Ma cosa ho fatto, cosa ho fatto di male?!
Mamma...
Bisogner fare il processo! Prendere un avvocato. Che faccio, lo dico a Mauro direttamente? Che vergogna...
Patteggi un anno e otto mesi per lesioni personali.
Il giudice considera l'insulto iniziale e presume che il colpevole si asterr dal commettere altri reati, e concede la sospensione condizionale della pena.
Se non  tempo di andarsene ora, quando? Appena puoi fare l'Erasmus te ne schizzi in Svezia, e pure veloce. Reincontrerai quel Mats? Meglio lasciare tutto al caso? Boh, un messaggio, almeno, scriviamoglielo.
Hai visto questo?
Cosa?
Questo regista. Si chiama come te. Sultanan...
Ah, La Sultana. Chi l'avrebbe detto, che era arrivato fin qua.
Lo conosci?
Mats... Antonio Michelangelo  mio padre.
Questo regista?
Questo.
 famoso, quindi.
Diciamo che ha avuto un momento in cui era considerato importante. Ma in realt ha fatto solo quel film.
Lo prendiamo?
Scherzi?  il nostro secondo appuntamento qui e vuoi farmi vedere un film erotico girato da mio padre?
Qua dice drama.
Guardalo e poi mi dici...
Facile pensare ad altro, che fosse un amore bruciante, irresistibile, o un'altrettanto irresistibile volont di fuga. Qualcuno che non ti conosce potrebbe pensare che, per quanto nel 2001 le cose in Italia girassero ancora discretamente, tu lo abbia fatto per piazzarti in un paese in cui le cose funzionano molto meglio, in cui le spalle sono parate per tutti, anche per chi una famiglia non ce l'ha. Ma penserebbe qualcosa di sbagliato. Fu alla fine dell'Erasmus, quando stavate insieme da, quanto, otto mesi? Fu allora, quando decideste di andare al Midnight Sun Film Festival, su sopra Rovaniemi, sopra il circolo polare artico, e neanche in armonia visto che solo per arrivare a Helsinki fu una strada punteggiata di litigate, peggio che mai per prendere un'auto in affitto, caricarla su quell'assurdo treno... Ma forse, s, farsi di notte, su binario, quei primi mille chilometri una stupidaggine non era, e la tensione si allent un bel po' quando cominciasti a guidare per quella strada bordata da boschi sterminati, lui che era senza patente e riteneva che il fatto che tu ce l'avessi andasse sfruttato, e hai voglia a spiegargli che tutti, tutti in Italia ce l'hanno. Ma era bello con quella berlina Saab - Saab! Come il Saab Viggen di carta che costruivate con Cristiana e il babbo, da piccoli, al Saltino... -, era bello correre per quella strada in cui non si incrociava mai nessuno, solo fienili, renne a gruppetti, e il rosso, un sottobosco rosso che contrastava col colore della foresta, un verde spesso che a volte si faceva argento, azzurro addirittura... Era bello e non era ancora niente, perch bello sarebbe stato andare in quel posto bizzarro, in quei tendoni in mezzo alle betulle a guardare vecchi film con l'orchestra che faceva la colonna sonora dal vivo, e dopo arrostire salsicce nel bosco e bere salmiakkikossu assieme agli ospiti e farsi saune nel cuore della notte, sarebbe stato tutto bello, ma il fatto decisivo si presenta ancora prima di arrivare al festival, quando, la sera precedente, poco prima di mezzanotte, vi fermate dai nonni di Mats.  troppo tardi per due persone cos anziane, ovvio, il nonno  un veterano della Winter war, uno che aveva pasteggiato a neve e sangue sovietico, ma insomma andava per i novanta, la nonna ne aveva giusto qualcuno in meno, erano di certo a letto da almeno tre o quattro ore, ma l, in quell'edificio di legno in proda al loro lago, perch avevano un lago eppure capivi dalle parole di Mats che non era nulla di straordinario, che di laghi ce n'erano migliaia, lass, e su ognuno si affacciavano cinque, sei propriet, era pronta ad aspettarli, la combustione della legna calcolata sul loro arrivo, una sauna, oltre a un piatto di insalata di pesce. Sar stato anche normale, come normale sarebbe stato il pranzo del giorno dopo, il modo in cui quei due anziani ricevevano il nipote e il suo amico, dire fidanzato o ragazzo era oltre le loro possibilit semantiche, dicevano ystv, amico, eppure era chiaro che sapevano, e che salvo qualche perplessit riconducibile a un generale come cambiano i tempi, obiezioni non ne avevano, certo non tali da cambiare le carte in tavola: Mats arrivava col suo amico nel grande nord e, per gli di, ci sarebbe stata una sauna pronta ad aspettarli, e un lauto pranzo il giorno successivo. Ma non era quell'accettazione, che pure aveva il suo valore, o tantomeno una fascinazione ulteriore per un luogo dove i pregiudizi a volte parevano davvero appartenere solo al passato: era il senso di alleanza che esprimeva quella sauna. Suggestione? Senz'altro. Pure, vi scorgesti qualcosa che andava preso sul serio e tu, che proprio allora intuivi di aver costruito, una volta sfuggita quella verit che forse avevi solo immaginato, che forse era solo una fantasia di bambino, la tua differenza, il tuo senso, proprio sul fare le cose seriamente, su un intero sistema di patti, per lo pi solitari, lo considerasti siglato l e per sempre. Ti saresti unito a Mats, e a quella gente, e sarebbe stato giusto.
E va proprio cos, ti sposi che non hai ancora finito l'universit, e al matrimonio, o meglio all'unione civile (ma voi la chiamate matrimonio, e cos gli altri), che  celebrata in una specie di fattoria svedese verde chiaro, una tenuta, ecco, una lantgrt, la prima ad arrivare  Cristiana, che  anche la testimone. Poi arrivano i genitori e i nonni di Mats, e alcuni suoi amici. Poi la mamma che  poco a suo agio ma anche commossa, e ti stringe e ti bacia la fronte, e d la mano a Mats tutta imbarazzata. La faccenda della firma  veloce, tant' che il babbo rischia di arrivare che  gi tutto finito ma ce la fa, arriva trafelato, si mette a sedere nella prima fila a destra, quella del lato di Rudra, dove per ora c' solo la mamma. Si piazza a una poltroncina vuota di distanza. Mats ti d di gomito, ti volti, gli sorridi, fai in tempo a vedere, come in un ralenti, la mamma che pure gira il capo, e alla vista di come  conciato chiude gli occhi gi esasperata, porta una mano alla fronte, poi li riapre per fulminarlo e lui, facendo il finto tonto ma perfettamente consapevole di come la reazione sia causata dalla combinazione camicia-caftano bianca/pantaloni di lino/sandali, e soprattutto dalla barba, quella impensabile barba bianca sui capelli ancora grigi, che le sillaba un ciao. Il confronto avviene gi dopo la firma, quando Cristiana ti abbraccia e gli svedesi vi gettano il riso:
Presente, dice la mamma con un sorriso freddo, quel modo di dire? A un funerale vuole essere il morto e a un matrimonio la sposa? Oggi anche il colore corrisponde! Me ne rallegro.
Beatrice, cara, pensiamo a godere di questo giorno...
Tra l'altro con quella barba sembri vecchissimo.
Mia cara, io sono vecchissimo.
Dianna non c'?
Ha creduto che sarebbe stato pi opportuno che venissi da solo. Avresti preferito che non venissi proprio?
Ma che ti devo dire, ormai.
... Certo che sono contento, che domanda ?, dici, quattro anni pi tardi, a Cristiana che da Parigi  venuta a trovarvi a Stoccolma, nella casa che ora avete preso in affitto a Liding, l'isola pi grossa (e chic, sottolinea Mats scherzosamente) dell'arcipelago... Io non capisco chi corre, si affanna... Come? No, figurati se dicevo a te. Parlo di me. Non  che abbia mai pensato di sfondare nel karate, o tantomeno di diventare un biologo. Mi va bene lavorare coi bambini. Ti fondono, ma questo c'era e questo ho preso. E poi  meglio fare il maestro d'asilo che essere un istruttore di karate, di boxe, a meno che la palestra non sia tua. Anche questa cosa che alla gente preme cos tanto, il posto in cui stai, l'ho sempre capita fino a un certo punto. Mi va bene Stoccolma come mi pu andar bene un altro posto. E di certo  meglio svegliarsi presto in questo sole che arriva gi a met notte, correre intorno all'Osservatorio di Stoccolma, far colazione e andare al lavoro, a un lavoro vero, per sole sei ore, che arrabattarsi a Firenze tra una palestra e l'altra, accompagnare orde di talenti di livello provinciale a tornei o peggio che mai andare a farsi umiliare per un'elemosina in qualche ufficio. L'unica bega  il subaffitto, con queste liste che ci sono qua, ma prima o poi svoltiamo anche quella.
Vai a correre?
Vuoi venire?
No, Rudra. Devo finire un lavoro.
Baci Mats sulla fronte, ti metti la chiave al collo e la infili sotto la maglia, esci gi correndo, scendi le scale lanciato, ti fermi solo per lasciar entrare una ragazza dal portone a vetri, poi lo imbocchi, acceleri nella rampa che da Sdergarn scende su Elfvikvgen, superi il tratto d'asfalto in sei falcate, ti butti a sinistra, segui il dislivello del suolo che si fa boschivo, tra grandi rocce e alberi un poco spogliati dalla vicinanza alle case, dall'essere i primi alberi che si incontrano, che si possono toccare, poi infili il primo sentiero alla sua sinistra e dieci, quindici balzi dopo  gi foresta, gi muschio e cespugli e tunnel fitti di alberi.
Ricordi una mattina dell'autunno di qualche anno prima, quando vi eravate appena trasferiti l, e Mats aveva proposto di andare a cercare i funghi.
Mats, un po' fai tenerezza.
Perch?
Sono le undici. Che funghi vuoi cercare, alle undici? Anzi, mezzogiorno, tra prepararsi e arrivare. E poi, dove vorresti andare, a cercarli?
Qui dietro casa.
Provasti un grande amore per quel ragazzo, per la sua svagatezza. Lo stringesti e lo baciasti, ma Mats mica mollava, anzi rovistava nel ripostiglio e ne tirava fuori un secchio da venti litri.
E basta!
Cosa basta? Non vedi? Ieri ha piovuto.
Ma ci sei mai stato, a cercare i funghi?
Mats sorrise:
E tu?
Mio padre mi portava sempre, a Vallombrosa.
Non vuoi venire?
Cosa ti devo dire: andiamo.
E l, proprio l dove corri adesso, ovunque in ogni direzione fatti due passi a destra o a sinistra oltre il tracciato del sentiero, superate due felci, due sassi: funghi. Funghi gialli, funghi rossi, prugna, trasparenti. Ovunque funghi. Alle undici e mezza avevate gi fatto mezzo secchio di gallinacci; tu stesso avevi trovato due porcini. Due! Che in tutte le volte in cui eri stato col babbo e Cristiana, uno solo ne avevi trovato, e avevi sempre avuto il sospetto che in realt fosse un fungo scovato da tuo padre, che ti aveva poi appositamente lasciato trovare. Qualunque direzione prendeste, fungaie, e a volte coppie anziane e giovani, loro pure con secchi e cestelli...
Corri per i sentieri del bosco di Liding, ci sono paletti con frecce rosse, blu, nere, gialle, viola, ognuna un percorso, pi quella speciale, lucida con sopra la silhouette di un podista, che indica quello della Lidingloppet, corri e ricordi quel giorno, funghi ovunque, come solo nei recessi pi profondi di Vallombrosa, eppure, intorno, cavalcavia e acquedotti, non ville o croci...
Chiudi gli occhi. Li riapri.
Sei gi a Vallombrosa: la partenza di notte per l'aeroporto di Skavsta, il volo per Pisa, il treno per Firenze, il bus per Vallombrosa, la strada che dall'Abbazia va verso il Saltino, la richiesta a Mats, con cui hai litigato per met viaggio, di aspettarti solo un attimo l, e tu, giunto tre curve dopo allo sbuffo di ortiche, che constati con una certa soddisfazione che sulle foglie ristanno, allora come venticinque anni prima, i ragni. Ti avvicini, ne sollevi uno per una zampa, lo guardi agitarsi. Erano, sono, poi, ragni? Con quel corpo tondo, indifferenziato, senza cesura tra torace e addome... No, sono altro, aracnidi di un ordine minore, sprovvisti forse anche di un nome comune, piccoli esseri perduti nella notte del mondo, incarnazioni di anime dolenti, su quelle lunghissime e precarie zampe, costretti a predare il prossimo da una foglia d'ortica, o a essere predati: ti sovviene ognuna delle volte in cui Cristiana aveva costretto uno di quegli esserini in labirinti improvvisati col compensato e il plexiglas, tutta la disperazione di quei bottoni costretti a cercare salvezza muovendosi, come incubi o vittime di un incubo, su trampoli malfermi e disgustosi. Cerchi di ricollocare sulla sua foglia quello che hai tirato su: di farlo cagionandogli il minor disagio possibile. Ma quando lo appoggi, una zampetta ti rimane sulle dita come il ciglio di un amante. Ti riporta in effetti alla mente uno spagnolo conosciuto sul sagrato di Santo Spirito qualche giorno prima di incontrare Mats. Quel ciglio che ti rimane sul polpastrello, e quando quello dice Pide un deseo, tu che pensi Conoscere qualcun altro alla svelta. Lo soffi via senza esprimere desideri e osservi la fatica che fa l'aracnide per ritrovare la propria posizione, come se il fatto di averlo toccato, prima ancora che mutilato, ne avesse compromesso equilibrio e funzioni. Come certe formiche, che dopo essere state toccate da un uomo non vengono pi riconosciute dalle compagne... Alzi gli occhi, ti colpisce quanto quello sbalzo alla base del quale cresce l'ortica, ai tuoi occhi infantili un precipizio, non sia che un misero greppo. Quante volte, da sopra, tu e Cristiana avevate vagheggiato con un misto di brivido ed eccitazione come sarebbe stato cadere di l, ritrovarvi non solo con le ossa rotte ma anche in mezzo alle ortiche e ai ragni... Sali sulla strada che fa cresta al greppo, per la strada che porta alla vostra prima casa, quella in affitto, la casa del Postino, e la vedi, sotto: la riconosci. Ma non sono quelle mura o quel cortile a chiamarti. Non i ceppi sparsi a mo' di sgabelli, fattisi grigi per la mancanza di qualcuno che con la pervicacia di vostro padre gli desse l'olio di lino, n i tavolini di pietra conquistati dai licheni o le persiane che hanno quasi del tutto perduto il loro verde originario, ma qualcosa che sta oltre e attorno, un campo di cui la casa non  che uno dei tanti punti. Dopo, c' la casa della principessa. E dopo la casa della principessa, pensi camminando, la croce doppia. La croce di Lorena, simbolo della Francia Libera!, esclamava vostro padre ogni volta che ci passavate davanti. Esagerazione del ricordo? Forse era capitato solo in un paio d'occasioni, ma ora ti sembra di vederlo, di averlo l accanto, coi suoi passi lunghi e il bastone che ogni estate faceva per s e per voi da un ramo d'acero, e di sentirlo dire quella frase mentre arrivate alla doppia croce lobata, parte di tutto un sistema di croci piazzate in ogni dove: quella di pietra sopra Villa Fortuna; quella, pure di pietra, del Masso del Diavolo, che segnava il punto da cui l'arcangelo Gabriele avrebbe tirato di sotto il diavolo, e tu che guardavi gi e pensavi che doveva essere un diavoletto secondario, per farsi buttar gi cos da un arcangelo, senza neanche chiamare in causa Dio; quella di legno, ben pi grande, a Massa Nera, continuando per la strada sopra il residence; quella di metallo, ancora pi enorme, del Pratomagno... Ma la tua preferita era questa: non assommitava alcun picco, ma se ne stava l, doppia e tranquilla, a bordo strada, e ogni volta, allo stesso modo in cui il babbo pronunciava quelle parole, ti mettevi a scalarla, anche perch era l'ultima base amica prima della seconda parte del sentiero, quella pi buia, e difficile. Quella dove - e adesso ti si presenta nel palco della mente come uno dei pi vividi ricordi di te e Cristiana col babbo e la mamma, di tutti e quattro assieme nella stessa scena - ti venne mostrato il gatto selvatico, L, sull'albero! Sul ramo, il secondo dall'alto! Di quell'albero pi interno!, insistevano la mamma e il babbo, e poi, S, s, guarda!, anche Cristiana, e tu quel gatto non lo vedevi, e alla fine tanto era il desiderio di vederlo che dicesti di vederlo, anzi a ogni effetto lo vedesti, dato che ora lo ricordi, bruno e ferino, una lince giunta dalle profondit della mente, e come lo vedevi allora lo vedi adesso, e quando poi ti volti, vedi, rivedi, anche qualcos'altro. Qualcun altro. Tutta avvolta nelle bende, in fondo al sentiero. Quella tutta fasciata. Passava da l ogni giorno, cos come ogni giorno il nano passava davanti all'Abbazia, parte di un'orologeria di figure su tutti i gradi tra il bizzarro e lo spaventoso. Grande ustionata, probabilmente. Possibile non fosse ancora guarita? Che ancora si aggirasse per quella strada? Distolto che hai lo sguardo, rifugiato che ti sei ancora una volta tra i rilievi della croce, tra le scritte latine smussate da mille tocchi, lo volgi di nuovo al sentiero. Quella tutta fasciata  ancora l. Procede verso di te, come sempre a braccetto di una vecchia. Stai per abbassare lo sguardo ma ti ribelli al pensiero: alzi la testa e la guardi passare, hai un fremito al suo virare lo sguardo verso di te ma la segui finch non sfila via, dopo la prima curva, come l'esaurirsi di un sogno.
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CAPITOLO 9.
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Il primo a svegliarsi  Louis: lo scuote un incubo dopo neanche tre ore da quando  rientrato nella sua cella. Un incubo con Carlo, con Rmi, e pure con Antonio. Una volta sveglio, il pensiero della giornata, della possibile eredit, l'intollerabilit dell'idea di essere venuto fin l a vuoto, uniti al dolore alla nuca, non gli permettono di riaddormentarsi. Fuma alla finestrella, legge il suo Vivekachudama?i alla prima luce e attende l'ora.
Il secondo  Rudra. Come sempre, apre gli occhi da solo prima della sveglia, si stira, spegne la sveglia che intanto ha cominciato a suonare, si sciacqua la faccia con l'acqua fredda, controlla le nocche, dove si  formato un velo di crosta, si mette maglia e calzoncini da corsa e scende. All'hotel  troppo presto per la colazione ma c' la macchinetta del caff. Fa uscire un latte al cacao e parte verso Vallombrosa per i suoi otto chilometri giornalieri.
Enrico, ancora in pigiama, lo vede passare dalla finestra. Lo vede che corre sbuffando vapore nel mattino ancora freschissimo. Lo guarda scomparire dietro la prima curva e pensa che con uno cos, uno che si premura di allenarsi anche nel mattino di un giorno come quello, anche dopo una nottata come quella appena trascorsa, davvero non ha niente in comune: davvero non gli  possibile alcuna immedesimazione. Chiss se gli altri stanno dormendo, pensa mentre si sposta in bagno.
Cristiana ha spento la prima sveglia mentre ancora dormiva, ha spento la seconda dicendosi Ancora un minuto, ha acceso l'abat-jour alla terza, si  riaddormentata e l'ha infine svegliata il telefono della camera, Buongiorno, la chiamo dalla reception, c' una persona per lei.  Rudra: gi tornato dalla corsa, fatte doccia e colazione, rivestito,  venuto a prenderla. E a chiederle il da farsi.
Mah, dice Cristiana pucciando un cornetto nel latte con gli occhi ancora tutti impastati, bisogna vedere cos'ha in mente il babbo, cosa si aspettano gli altri...
Non vuoi prendere in mano la situazione?
Prendere in mano...? No, Rudra, no. Io oggi filmo. Filmo e basta. Una cosa per puoi farla. Mettiti sulla strada, vai al bar, insomma vedi se becchi gli altri. Cos almeno andiamo tutti insieme.
Quando Rudra esce dal giardino del Grand Hotel li vede alla distanza, che escono dalla veranda del bar. Louis che si accende una sigaretta e dice qualcosa; Enrico accanto che risponde e qualunque cosa dica strappa un sorriso a quell'omaccione. Rudra saluta con la mano; Louis lo vede e alza due dita, d di gomito a Enrico, che saluta a sua volta. Quando arrivano l, cala un silenzio un poco imbarazzato, che  Louis a rompere con uno Speriamo sia una cosa veloce. Poi arriva Cristiana dall'hotel, con la macchina inforcata, li inquadra bene: Rudra alza le spalle; Enrico sorride in camera facendo uno shaka ironico con pollice e mignolo; Louis fa una smorfia ma alla fine d a intendere che ormai si  rassegnato. Cos si avviano verso Villa Fortuna, l'inquietudine che incontra un argine dei pi fragili in quei sorrisi di circostanza, in quell'imbarazzo, e comincia a prenderli tutti, a renderli consapevoli che tante premesse, e una notte come quella passata, difficilmente possono non preludere a qualcosa di inusuale, forse clamoroso, magari terribile. Il sorriso e l'aria artatamente tranquilla di Nicoletta, che trovano ad attenderli sulla strada, al bivio che reca all'accesso secondario della villa, e li invita a seguirla riservando a Enrico solo un piccolissimo sorriso, non rilassano la tensione ma aggiungono, anzi, un livello ulteriore all'enigma.
Cos eccoli nello studio, che corrisponde poi all'altra torretta che d sull'esterno, quella nordovest. Non c' che una scrivania con sopra un mucchietto di libri, e il sole che entra dal finestrone. Nicoletta li ha portati fin l, lungo il corridoio e le scale e fin nella stanza, la complicit con Enrico ridotta al minimo e senza un'increspatura alla vista della telecamera di Cristiana; ha detto loro di aspettare l, che Antonio sarebbe arrivato. Quando riapre la porta si girano tutti di scatto, pensando che sia lui.  di nuovo lei, invece: reca un vassoio con una moka ancora fumigante, un bricco di spremuta e qualche bicchiere. Lo poggia sulla scrivania, poi si mette pi indietro, vicino alla porta.
Ecco, pensa Cristiana fotografando uno per uno gli altri, mentre titubanti bevono il caff, ecco dispiegata davanti a me la mia famiglia. La terza. La prima  quella incompleta in cui vivo, in cui ho vissuto. Io, Rudra, la mamma. Una famiglia che si riduce, oggi, alla mamma. Lei  il perno: puoi togliere il babbo, puoi togliere Rudra, me, ma la famiglia rimane. Poi c' la seconda. Quella degli anni Ottanta. La mamma, il babbo, io, Rudra. Piazza Savonarola, via Varchi. E questa terza famiglia, composta da me, Rudra, il babbo e questi due. Enrico, Louis. Anch'essa incompleta. Manca Aurelia. La nostra sorella di cinquant'anni. La mia famiglia, qui e ora, sono questi quattro individui. Quest'omone col pizzo e l'aria di chi sta per scoppiare. Questo ragazzo che non smette di muovere gli occhi su ciascuno di noi. E Rudra, che se ne sta l calmo, e se gli punto la camera addosso alza le spalle. Questi tre ragazzi, o uomini, pi l'uomo che deve ancora arrivare.
Che fate l? Vi sto aspettando!
Una voce da fuori. Cristiana si affaccia al finestrone, e gi in giardino c' suo padre che si sta allacciando degli scarponcelli da trekking. Subito lo fotografa. Lui resta fermo per un attimo, come fissato dallo scatto. Dietro di lei, alla finestra, ora ci sono anche gli altri, a parte Rudra che  rimasto dov'era.
Scendete, la gita non  brevissima, dice Antonio Michelangelo dal giardino.
Enrico guarda quel signore che li aspetta l sotto, il bastone in mano, vestito con pantaloni di velluto marrone scuro, giacca spigata, pullover color muschio da cui spunta il nodo di una cravatta bord, con un tocco fuori luogo costituito dai vecchi scarponcelli da trekking, dettaglio capace, da solo, di sottolineare con forza di riflettore l'assurdit di quella situazione, di stranirlo al punto che il dato decisivo, il fatto che quell'uomo lungo e adusto  suo padre e gli ha parlato per la prima volta, pare quasi rimbalzargli addosso, rimanere sospeso in mezzo alla stanza...
Louis d di gomito a Enrico, che risponde con una faccia esitante.
Che si fa?, dice ancora Louis. Scendiamo?
Rudra alza le spalle. Enrico si volge a Nicoletta, che per sta guardando a terra, come in attesa. Cristiana filma. Louis si avvia. Scendono.
Quando sono tutti davanti a lui, che li aspetta dritto, il bastone in mano, in mezzo alle statue del giardino, Antonio li guarda uno per uno; si sofferma, forse, un po' di pi su Enrico, poi dice:
Pensate che meraviglia, se tutto questo fosse accaduto per caso. Ma sarebbe stato impossibile: al massimo,  matematico, uno di voi potrebbe aver incontrato una volta un altro, o me; gi se tre di noi si fossero incontrati nel medesimo luogo sarebbe stato un caso straordinario, figurarsi cinque. Cos l'ho fatto accadere. E dato che, giunti a questo punto, avreste buone ragioni per non perdonarmi assurdi convenevoli... Andiamo!, dice, e si indirizza verso il cancello.
Louis, che non ha mai smesso di puntarlo come si punta un nemico, col disprezzo che si deve a nemici che non compaiono in un confronto improvviso ma sono costruiti da un lungo ponderare, rimuginare, rimasticare, guarda quell'uomo cos magro e pensa che non ci vorrebbe molto a prenderlo per il collo e spezzarlo come un ramo secco. Pensa questo, eppure un movimento della spalla e del collo di Antonio gli suggerisce che c' ancora una forza latente in quel corpo di cuoio: gli affiora alla memoria un quadro, anzi un affresco, visto forse in gita scolastica a Roma: uno di Raffaello, lo ricorda perch a ogni quadro o affresco sotto cui passavano i compagni lo indicavano urlando Michelangelo!, oppure gli chiedevano se l'aveva fatto lui, e la professoressa ogni volta specificava: No, Correggio; No, Perugino; No, Raffaello. E in quello di Raffaello c'era Enea che si portava via il padre sulle spalle, un padre magro e dall'incarnato differente, esattamente come quello di Antonio Michelangelo rispetto al suo, e d'improvviso si vergogna del proprio pensiero, e mentre sono gi sulle rampe blocca l'interferenza facendosi avanti, superando i fratelli fino ad arrivare quasi all'altezza di suo padre:
Sentite, dice spalancando le braccia come a includere tutti, se siamo qui per discutere un'eredit, facciamolo subito e in modo civile, senza troppe sceneggiate, va bene?
Antonio Michelangelo si tocca tra il sopracciglio e la fronte; sorride appena, poi si avvicina a Louis e punta quegli occhi scuri e rotondi, luccicanti come giaietti, in quelli pi grandi, ma identici per forma e colore, del figlio, ve li calca dentro come pugnali nel molle di qualche bestia:
Eredit! Questa  bella! Che eredit vuoi che ci sia, se ho pagato tutta la vita gli alimenti ad Aurelia, e a Rosa, e poi a te, e poi a Beatrice, e poi a loro, dice aprendo le mani verso Rudra e Cristiana. A meno che non ti interessi un appartamento invendibile in un residence, qua, o un rudere a San Donato... Un'eredit! Louis, sei proprio ingenuo.
Difficile dire se quel sei proprio ingenuo fosse, semplicemente, un suo modo di dire, o un richiamo, pi o meno conscio, al sei proprio ingenua detto trent'anni prima a Francesca e rimasto per sempre impresso nella memoria del figlio. Improbabile che Antonio se ne ricordasse come se lo ricordava lui, e tuttavia Louis avvampa: non oser quest'uomo tirare in ballo la mamma, prendermi in giro sul suo cadavere?
Dal babbo, pensa Cristiana, ci si poteva aspettare un motteggio, dell'ironia, magari del sarcasmo, ma non una cattiveria cos esplicita. Cosa gli prende? Sembra quasi che voglia stuzzicare Louis, provocarlo. C' anche la parola: (to be) Brabant - vedere quanto si pu tirare la corda con qualcuno, anche se alla fine l'avevo omessa dal vecchio progetto, essendo stata inventata di recente.
Louis, pure, pensa che Antonio lo stia in qualche modo mettendo alla prova (e poi ha comunque citato quelle case...); cos, pur fumigando rabbia, tace. Vediamo, ormai, vediamo fin dove vuole arrivare...
Cristiana abbassa la telecamera e scruta il padre, cercando di capire, e incrociandone lo sguardo Antonio torna gaio, dice:
Andiamo, su, andiamo! Magari qualcosa per voi ci sar!, e riprende a camminare.
Principia cos la pi singolare delle passeggiate: gi da Villa Fortuna alla Statale e poi per una, due, cinque curve, Antonio Michelangelo che procede allegramente, il bastone in mano, come un villeggiante di quelli che tengono a bada la vecchiaia camminando, e ogni tanto guarda i figli che avanzano dietro di lui, tutti sfalsati nel procedere e a dir poco perplessi, a parte Cristiana ben concentrata a riprendere, Cristiana che a volte, per inquadrarli tutti mentre scarpinano, supera anche Antonio, il quale, peraltro, pare ben contento di questa novit. Rudra  rimasto un po' troppo indietro, quasi non si vede nell'inquadratura.
Cristiana chiude la scena, poi lo raggiunge:
Che ti prende?
Senti. Io magari vado.
Cosa?
Ho una brutta sensazione. Poi al residence ci sono stato ieri, lo sai, e non ti dico le scenette.
Adesso rimani, bisbiglia Cristiana.
Che vuoi da me?
Me lo devi.
Non devo niente a nessuno. Rudra si ferma, ma solo un attimo, perch Antonio procede di bella lena e gli altri gli stanno dietro: sono sul punto di superare la curva successiva. Rudra guarda Cristiana. Alza le spalle. Ricomincia a camminare.
Quando arrivano al bivio per il residence, lo imboccano e gi scorgono le strutture di Cascina Nuova, Antonio li aspetta tutti, fa loro cenno di venire l vicino a lui, poi dice:
Pensate, in un modo o nell'altro vengo in questo posto da pi di sessant'anni: mi ci portava, da ragazzino, mio fratello con la moto, e poi ci abbiamo fatto villeggiatura per tutti gli anni Ottanta, e per un po' dei Novanta. Cercavo tracce di lui, e le avevo sempre avute sotto il naso, sapete? Del resto, saranno state tutte le energie che mettevo nel lavoro, la verit  che non mi accorgevo proprio di niente: neanche di come l'architettura di ogni edificio stridesse con quella che , comunque, montagna toscana. Almeno stavolta ho scoperto che appare cos perch il Telfener...
Quello della cremagliera!, dice Enrico.
Bravo, Enrico, dice Antonio, senza voltarsi. Proprio lui. Giuseppe Telfener, che aveva fatto i soldi in Texas con le ferrovie, venne qui a costruire quella Sant'Ellero-Saltino, e fu da quel trenino che sbocci la localit, anzi la stazione climatica - ma non solo: smont un intero villaggio svizzero, e lo ricostru qui. Villette, alberghi, tutto  cos perch ci  stato portato, come per girare un film.
Ci ha fatti venire fin qui per raccontarci questa storiella?
Louis, ti prego, non darmi del lei, dice Antonio girandosi.
Non ti sto dando del lei, sto parlando a loro. Ai miei fratelli.
Sai, gi farsi ascoltare  molto, per un vecchio.  un miracolo, in effetti, un miserabile miracolo, come avrebbe detto Michaux, che un vecchio riesca a farsi ascoltare dai propri figli, a farsi seguire lungo una strada, quale che sia; ma  pur vero, ghigna, che con una messinscena cos stramba, ormai che siete qui, vi verrebbe difficile non farlo: anche solo per vedere dove voglio arrivare!
C' un incrocio di sguardi tra i fratelli; Louis si accende una sigaretta.
Vedete, dice Antonio Michelangelo aprendo le braccia, mi sarebbe piaciuto, mi piacerebbe, che poteste alzare gli occhi verso i miei, oggi, alla fine di questo percorso, e non vedere pi il mio volto, ma una serie di volti, quello di quando ero piccolo e giocavo al prato di San Donato mentre l'Europa veniva messa in catene; quello di quando, sedicenne e forse gi un po' simile a ora nei tratti, riabbracciavo mio fratello, il fratello che mai nessuno pensava sarebbe tornato dalla Russia. Vostro zio Abramo, che davvero comparve come un messia, dato che mio padre, vostro nonno Giuseppe, era morto di tifo meno di tre anni prima; il mio volto nuovamente infantile, come se il suo ritorno mi avesse riportato indietro, nel momento in cui arrivo al seminario, Io sono troppo vecchio per studiare e tu sei sprecato in una bottega, queste le parole di Abramo mentre mi mandava l; quei molti me, il seminarista che lancia lampi al sacerdote, ma che ne riceve pure, dal Libro: cosa accadde a quel ragazzino? Con la sua immaginazione comprese subito il mistero delle Scritture o fu solo rapito dalle attrattive romanzesche che abbondano nelle novelle orientali?
Enrico lo ascolta, e pensa: Cos' che sta citando adesso? Balzac? Ovviamente lo becco solo io. Quand' successo, che la letteratura ha smesso di essere un codice condiviso? Oggi, se vuoi farti capire, devi usare come esempio la scena di un film... Proprio io, quello che lo conosce meno, sono l'unico con cui potrebbe dialogare in questi termini, pensa Enrico mentre Antonio continua:
... Lo studente di Ingegneria a Pisa, che studia la notte mentre di giorno lavora alla stamperia Lucetti; l'ufficiale d'aeronautica sotto sotto fiero delle sue stupide mostrine - corso Pegaso, Cum pennis cor; lo scemo che nel '57 entra in azienda pieno di fiducia nella socialdemocrazia, nella crescita; il giovane quadro, contento, pi che per la promozione, per la sciocca ragione dell'aver scoperto di piacere alle donne; l'artista improvvisamente celebrato, l'autore premiato, il regista invitato a Parigi... Quanta vanit... L'artista che si fa intellettuale, sempre pieno di understatement:  del resto troppo vecchio per il Movimento, la tessera socialista che gli ha fatto prendere suo fratello vent'anni prima  ancora nel portafoglio, sempre rinnovata per inerzia, e lascia l'IBM per l'Olivetti, dove andr alle risorse umane... Quell'epoca in cui si poteva far carriera, in cui anzi la carriera si poteva costruire su di te, era un'epoca in cui si poteva anche pensare di redimersi, ricominciare: non solo di farsi una famiglia, ma anche di rifarsela, questa volta senza improvvisare, come se la vita non fosse sempre improvvisazione, e come se non esistesse ci che si  seminato prima... E s che quel periodo, quando voi due - e si rivolge a Rudra e Cristiana, e sembra addirittura compiaciuto di guardare in camera - nascevate, quando Beatrice era tutto ci che mi sembrava plausibile cercare e l'avevo trovata, quando mi ero liberato anche da quella che lei chiamava la fittonata mistica (del resto, hai voglia a intuire che nel non-dualismo ci pu esser qualcosa per te, se tutto il tempo va nel lavoro...), quel periodo, quegli anni sono esistiti, sebbene mi appaiano ora come un vago sogno; poi il volto del me disincantato, del me cinquantenne e sessantenne; quello quasi identico dell'Antonio Michelangelo degli ultimi dieci anni, fatta salva la barba; e quello recente, riscoperto!, che arrivano delle galleriste a invitare, dei giornalisti a intervistare, dei ragazzi a prendere a maestro, dei ladri a derubare - s, Colette mi ha accennato di stanotte: che buffo -... Tutti questi volti, e altri dentro di essi, il volto di Giuseppe e quello di Abramo, i volti vostri e quello di Aurelia, il volto di Rosa e Francesca e Beatrice e Margherita, e poi Livia, poverina, e Clelia e Dianna e Colette... Tutti quei volti e molti altri, tutte le persone che hanno lasciato un segno in me e in voi, e quelle che abbiamo solo incrociato, un flusso continuo di volti che arrivano e scompaiono e si ibridano l'uno dentro l'altro, in tutte le forme e le relazioni possibili, un continuo morire e rinascere di forme che si affacciano all'esistente per poi tornare a un rimescolio transeunte come l'interferenza di una bolla di sapone e per perentorio, e decisivo, e santo, tutti dietro a un volto che avrebbe saputo mantenere un sorriso calmo e impenetrabile, delicatissimo, saggio e molteplice nei suoi possibili significati, e voi lo avreste percepito con stupore e rapimento e la grazia avrebbe empito tiepida la stanza... Invece nulla. Rien. Nothing. Invece di quel sorriso, vi beccate questo ghignaccio qua. Questo attimo  un attimo come gli altri, e oggi, figli miei,  solo il giorno del pentimento - e si sa che senza grazia il pentimento  sempre insufficiente.
Ma dove vuole andare a parare?, dice Louis in un orecchio a Enrico, che fa una smorfia e non risponde. Cristiana filma. Rudra avanza, sempre qualche passo pi indietro rispetto agli altri.
Capirete, dice Antonio, che non avrei potuto ricevervi qui, in questo ridicolo residence: se si fa una messinscena, la scena  tutto. E poi avrebbe significato porre Cristiana e Rudra su un piano diverso. Non c' forse chi definisce se stesso attraverso la propria casa? Essere felici a casa  il massimo risultato dell'ambizione, diceva Samuel Johnson, e basterebbe questa frase a misurare la portata dei miei fallimenti...
... Ma il privilegio di trovarsi dappertutto a casa propria appartiene solo ai re!
Come, Enrico?
Balzac. Anche prima lo ha... citato, no?
Ah! Vero. Complimenti, Enrico, complimenti, e perdio - adesso tu dicevi a me, o sono rincoglionito del tutto? - dammi del tu!, dice, e lo guarda, sentendo per un campo di energie conflittuali, l'imbarazzo del figlio per aver azzardato un approccio, la sua contentezza per il riconoscimento, ma anche altro, una tensione, anzi un'opposizione gi matura, che il riconoscimento rende solo pi legittima.
Ma da quel che ricordo, caro Enrico, scintilla Antonio prima di voltarsi e riprendere a camminare, tale privilegio Balzac non lo accordava solo ai re, ma anche ai ladri e alle... Ah, Enrico, Enrico! Come sta tua madre, la cara, candida Margherita? Spero bene, so che  rimasta sola...
Enrico rallenta il passo; si adombra un poco. Poi dice:
Bene, credo.
Appena imboccano il secondo bivio, costeggiando cos il residence dall'alto, e dalla strada si mostrano i tetti grigi delle casette dalle tinte autunnali alternate, verde scuro, ocra, grigio, ecco comparire una, due, cinque figure. Cinque persone che camminano nella direzione opposta alla loro. Antonio intanto procede, con Louis che ha quasi superato Enrico, Cristiana con la camera e infine Rudra, e quella loro processione parrebbe esistere su un altro piano di realt, superiore e trascendente rispetto a quello in cui baluginano quelle animelle, se non fosse che la prima dice alla seconda Oh bada, ci ri Rudy della Santi, e per quanto Rudra alzi gli occhi al cielo e si metta a parlare con Cristiana, non basta, perch riconosciuto lui,  la prima di quelle a compiere un'addizione resa pi semplice dal ritorno di Antonio agli abiti di un tempo, e a rivolgersi quindi proprio a lui, tendendo pure la mano:
Ma che piaceeere!
Antonio si volta appena, come cercando di localizzare un insettucolo dal ronzio.
Lei  l'ingegner Michelangelo! Non sbaglio, no! Camilla! Te lo ricordi l'ingegnere? Eh, infatti, mi torna, ieri s'era incontrato anche Rudy, l...
Ada, dice Antonio Michelangelo.
Proprio io! L'Ada Cianfolini! Che memoria! Come va? Fate una passeggiata? Anche noi s'era indecise se andare in su almeno fino a Cascina Vecchia, oppure pigliare pe' i' Saltino...
Levatevi dai coglioni.
A quelle parole Enrico non pu non sorridere; non pu non volgersi verso Louis, trovando, pure lui, divertito, mentre Cristiana gi avanza con la telecamera puntata, ma Ada, Camilla e le altre vecchie non possono non pensare, semplicemente, di aver sentito male:
Come?, dice Ada con un sorriso a bocca semiaperta.
Ho detto... dice Antonio Michelangelo e va verso di loro con gli occhi infuocati, e quando fanno uno, due passi indietro di fronte a quella grinta spiritata, fa vorticare il bastone, che dovete sparire!, e le rincorre per uno, due, tre passi, fino a che non si rifugiano gi per le prime scalette che portano al residence, e da sopra gli fa un soffio come quello di un gatto inferocito, Ada che si copre gli occhi per l'orrore, Camilla che si aggrappa al suo braccio borbottando Uh mammina, e le altre tre che lo fissano come fosse Belzeb.
Su ragazzi, non vi fermate, andiamo, dice poi Antonio, allegramente, e la comitiva riparte: pi che incredula, ormai trapassata nella piena accettazione del fatto di trovarsi in un qualche imprevedibile altrove. Superata l'ultima casa, la strada si impenna ancor di pi mentre il sole sale in cielo: passano il pozzo, i primi greppi di galestro; si ritrovano quasi all'ombra grazie ai germogli delle acacie e degli aceri, che nessuno deve aver tagliato a primavera e che adesso spiovono sul sentiero, che si fa poi ancor pi buio quando comincia la discesa verso la conca di Cascina Vecchia e prendono il sopravvento gli abeti. Su un lato superano una piccola croce di metallo, un tempo assente, con qualche fiore legato al fusto. Antonio la osserva senza fermarsi del tutto, poi dice:
Sapete, quando mor nostro padre, il nonno Beppe che nessuno di voi, neanche Aurelia, ha mai conosciuto - era la fine del '43, c'era la guerra e la mamma gridava Come faremo, come faremo! -, fra le sue cose trovai una specie di pergamena fasulla, stava in una busta assieme a una ricevuta, e la ricevuta, di 6 lire, era a nome di Orsola Michelangelo, la vostra povera nonna: era una pergamena con uno stemma farlocco, una mnagerie di elementi araldici buttati a caso, con tanto di elmo da torneo sulla sommit, e c'era scritto qualcosa come La famiglia Michelangelo  molto antica e nobile, i nomi dei suoi componenti si trovano soprattutto ricordati in contratti di acquisto di terre e case. Annovera questa illustre casata personaggi di elevate virt.... Il modello standard degli studi araldici per quelle famiglie di cui non si sapeva un bel nulla: e ci diceva bene, perch agli innumerevoli Guidi o Sforza o Malaspina senza un millilitro di sangue azzurrino veniva comunque venduta la storia di quelli celebri... Niente nobili, da questo lato, e se vogliamo  qualcosa di positivo, ma il fatto  che non c' neanche un borracciolo di storia. Che bello sarebbe, potervene raccontare una di marca biblica, una vertigine di genealogie, Abramo gener Isacco, Isacco gener Giacobbe, Giacobbe gener Giuda e i suoi fratelli, Giuda gener Fares e Zara da Tamar, Fares gener Esrm, Esrm gener Aram, Aram gener Aminadb, Aminadb gener Naassn... Ma non ne ho la facolt, sia perch l'unico Abramo della nostra famiglia non ha generato proprio nessuno, sia perch se si risale all'indietro ci si ferma presto: il mio povero babbo Giuseppe, e sua sorella Ige, che si spos con un pellettaio di Pontassieve ma non ebbe figli; loro padre il nonno Pietro detto Pantalone, nato nel 1880, e prima di lui solo Amerigo; Amerigo Michelangelo, che un giorno di fine febbraio arriv a San Donato in Fronzano con quattro cani da caccia, uno schioppo e l'attestato di propriet di un terreno vicino alla chiesa, passatogli da un prete di Arezzo, e l si fece la casa. Cosa si sa di lui? Che visse a lungo, e che era un artigiano: un falegname, ma sapeva lavorare anche il ferro, tant' che faceva i cardini delle porte. Un artigiano con le mani buone: Mi chiamo Michelangelo mica per sbaglio, pare gli piacesse dire. Di immagini, ne esiste giusto una di mio padre Giuseppe, finita in un calendario di foto d'epoca del Comune di Reggello, di lui in bottega con Abramo, piccino cos, che gli fa da garzone. A occhio  del '28, del '29... Mio padre era socialista ma faceva poco lo sgargiante, che a quei tempi volavano le legnate. Stava zitto e si faceva vedere poco. Un vile, se volete. Una volta, quando ero piccolo, mi mostr un cappello, un aggeggio di pelliccia con due fasce di pelle incrociate che assomigliava proprio a quello dei briganti che si vedevano a volte nei libri, e mi disse che lui si chiamava Giuseppe perch il nonno Pantalone gli aveva detto che anche suo padre, ovvero la persona a cui era appartenuto il cappello e che al censimento del 1861 si era registrata col nome con cui lo conoscevano tutti - Amerigo Michelangelo - in realt si chiamava Beppe, quindi Giuseppe. Gliel'aveva confidato lui stesso. E c'era un'altra storiella: una volta che erano scesi fino in Valdarno per la Fiera a Terranuova, un uomo lo ferm per la strada e gli disse Oh Scala, quanto tempo!, ma lui rispose Mi dovete aver preso per qualchedunaltro, prese il figliolo per il polso e se ne and, e qui finisce la storia, anche perch Scala, se mai Amerigo Michelangelo era Beppe Scala,  un cognome da orfani, come Innocenti o Esposito. Leggende, nessuna, se non la forza spropositata del nonno Pantalone, che prima che io e Abramo nascessimo si dice avesse accettato la scommessa di un circo di passaggio e lottato, vincendo, contro un orso. Ricordi, Rudra? Ti piaceva, quella storia, dice Antonio a Rudra che finalmente si avvicina un poco. Certo, sarebbe stato da vedere com'era messo l'orso: di certo il nonno spaccava le noci con due dita, e altrettanto di certo mor, quel coglione, proprio facendo una prova di forza a non so che Palio della palla tonchiata, dove c'era di mezzo un macigno da spingere e che lui volle per forza caricarsi in groppa. Vostro nonno Giuseppe invece mor nel '43 - pensate che sfortuna, morire nel '43, tanta cautela per schivare le legnate dei fascisti, abbastanza anziano per evitare la guerra, e poi ti prendi il tifo e tanti saluti. Come faremo!, strepitava la mamma. Ma io avrei fatto benissimo: erano tante le cose di cui serbavo memoria, su tutte quella botta che mi aveva dato anni prima, un manrovescio che mi aveva preso di taglio, spaccandomi il naso, e a veder quell'uomo schiattare bestemmiando, volete saperlo? Non provavo granch dispiacere, pensavo anzi che la mamma si sarebbe risparmiata le legnate e la zia il resto, ch avevo visto bene cosa faceva con quella, per tacer del fatto che aveva gi messo gli occhi su Nina, la ragazzina che veniva a servizio. E quando mor, con la mamma che pregava che tornasse almeno Abramo, pensai che la giustizia del Cristo doveva esser quella cosa l, che quando sgarravi poi morivi, e hai voglia a insultarlo, lui ti ammazzava uguale, e chi ero io per metter bocca? Oh, guardate, il salice!, dice Antonio, e lo indica. Siamo proprio vicini a Cascina Vecchia! Ma stavo dicendo... Quelli che seguirono, ah, quelli che seguirono furono anni belli! Pare una presa in giro, visto che c'era la guerra, la linea del fronte e i bombardamenti, ma a me cosa ne importava? Avevo la nonna e la mamma e la zia e la Nina tutte per me, e la fame, quella vera, non la patimmo mai, a parte il febbraio dell'anno dopo, quando ce la cavammo solo grazie alle castagne... Senza pi quell'uomo, si era sollevata una cappa che al confronto quella della guerra era una cosa da nulla - certo, dicevano che i tedeschi avevano ammazzato tutti qua o l, e pure l dietro, a Reggello, ne avevano scannati quindici, compresa una bimba, ma a San Donato si videro poco, e anche quando ci sfollarono, si stava di niente! Io e la Nina, poi... Era rimasta da noi solo perch non aveva dove andare, ch la mamma e la zia mica la pagavano... Finita la guerra and a servizio da una famiglia di Montevarchi, e non la vidi pi. Ma c'avevo gi Livia a quei tempi, e per averla avevo anche pestato Panciotto, uno che le faceva il filo... Quante gliene detti, a quello! Il problema, a quel punto, era pi capire come campare: durante la guerra c'era chi ci aiutava, ma ora? La mamma e la zia non erano pi buone a nulla, un marito non lo potevano trovare di certo, e ormai avevano pure smesso di pregare che tornasse mio fratello. Provai a far ripartire la bottega da falegname, ma sapevo fare troppe poche cose, il fabbro si era preso anche quei lavori, e chi ne aveva uno pi grosso da far fare, andava a Reggello... Finii a fare il manovale, coi secchi di malta che mi tagliavano le mani... Con la Livia si pensava pure di sposarsi: tanto, che si doveva fare? Era il giugno del '46, quando riapparve Abramo.
Enrico, rimasto ultimo della fila, mentre Cristiana davanti filma il bosco e Rudra e Louis procedono ora quasi affiancati, li guarda camminare. Si  fatto inquieto. Come se la parte divertente avesse subto, nel discendere nel bosco, una sublimazione, e ora restasse solo il grottesco. Che senso avevano quella scarpinata e quello sproloquio? Non sarebbe stato forse il caso che lui, o meglio ancora uno di quelli che conoscevano bene Antonio, si fermasse e dicesse E basta, su, il bosco lo abbiamo visto, torniamo in paese, organizziamoci per il pranzo, toh...  l per che, guardando indietro, nota un movimento dopo l'ultima curva dietro di loro. Nella luce tra due tronchi gli sembra di scorgere qualcosa: un guizzo a righe bianche e azzurre. Si ferma. Gli altri procedono. Nicoletta fa capolino dall'ultimo albero, gli sorride incassando appena la testa nelle spalle e gli fa cenno di andare, di andare tranquillo, e a quel cenno insistito lui risponde con un sorriso che sente grande, e riprende a camminare, anzi corricchia per cinque, sei passi, per rimettersi in pari con gli altri, prima di procedere sentendo nel cuore una (in fin dei conti irrazionale, pensa) palingenesi della propria fiducia nel futuro: anche sul breve termine, s.
... L'arrivo di Abramo, racconta Antonio trovando un piglio affabulatorio ancor pi intenso come vede accorrere Enrico, mentre si mostrano intanto le prime staccionate e poi gli edifici in pietra di Cascina Vecchia, il suo arrivo a buona distanza dalla morte, dalla sepoltura e dalla scomparsa dall'orizzonte di Beppe Michelangelo, fu come l'arrivo di un padre nuovo, superiore al precedente in ogni cosa: fu lui a dire alla mamma e alla zia che avrei studiato; fu lui a insegnarmi a disegnare e a regalarmi quella macchina fotografica che non mancava di stupire i contadini che avevo intorno, e che per prima mi mostr le possibilit della creazione; fu lui a indirizzarmi, di nuovo, alla lettura, come quando ero piccolo e mi leggeva il Crusoe e io trasalivo al momento della scoperta dell'orma sulla battigia, anche se ancora non mi permetteva di leggere i libri che aveva portato con s, e che spesso rileggeva e appuntava, dicendo che prima dovevo farmi le basi.
Guardate qua: e dallo zaino Antonio tira fuori tre libri tutti consumati, Bhagavad-Gita: canto del beato, traduzione in esametri dal sanscrito e introduzione di Ida Vassalini, Bari, Laterza, 1943; una Bibbia - questa  Salani, del '26 -; un'edizione inglese del Paradiso perduto... Curioso no? Passi la Bibbia, sebbene Abramo fosse socialista come nostro padre, ma il resto non son cose che avrebbero potuto interessare un falegname, peggio che mai un falegname arruolato nell'ARMIR quando aveva vent'anni e poi tornato a piedi dalla Russia. Vero  che questo libro Milton l'aveva scritto proprio qui, ma la Gita... Per non parlare degli ex libris: roba fina, per uno con la licenza elementare! Vennero fuori nel '52, quando mor e mi tocc mettere in ordine le sue cose. Che fosse strano, lo aveva dimostrato ancora una volta: sempre l trovammo un foglietto, scritto ai tempi della guerra, in cui diceva che se moriva doveva essere cremato: fui io a deporre quell'urna di alluminio nella tomba... Studiandomi questa Gita alla ricerca di qualche verit in pi su di lui, mi accorsi che nel verso del frontespizio si poteva scorgere in trasparenza una piccola dedica, invisibile sul recto perch coperta proprio dall'ex libris. Qua, vedete? E mostra loro la pagina. Misi uno specchietto e lessi: To my dear Abramo (Abraham!), I.. Chi sar stato, o stata, quella I.? La calligrafia pareva femminile... Quell'Abraham era un riferimento a Lincoln? Una donna americana, quindi...? Nei decenni ne avevo immaginate di tutte, sul suo anno qua - s, qua: adesso ci arrivo -: che avesse compiuto qualche impresa, o magari qualcosa di truce, anche se forse se ne era rimasto semplicemente a far l'amore per un anno - se era stato solo un anno! - mentre l'Italia cominciava a mettere il naso fuor dalle macerie. Certo  che piaceva a tutte le ragazze del paese ma lui non se le filava, proprio come chi coltivasse un altro e pi alto ricordo nel cuore; neanche andava alla casa d'appuntamenti, gi a Reggello: anzi, l'unica cosa che mi proib, fu proprio di approfittarmi di quelle sventurate. Sotto alla dedica, c'era anche una sigla: VFV46. Cosa volesse dire, l'ho capito solo quest'anno, quando mi sono trovato ancora una volta in mano questi libri. Aveva l'aria di uno che custodisce un segreto, Abramo, e del resto molte cose che lo riguardavano non erano proprio regolari: se dovessi scegliere un solo ricordo, sarebbe quello delle gite in moto: che nella miseria che affliggeva la San Donato del dopoguerra qualcuno potesse permettersi una Moto Guzzi nuova di pacca, mi sembrava normale, se quel qualcuno era Abramo Michelangelo, il mio fratello a cui tutto veniva facile, anzi a cui niente risultava impossibile. Del resto non era forse tornato dalla Russia vestito come un signore laddove gli altri tornavano senza le mani? Ricordo come la mamma, dopo averlo abbracciato lungamente, si deterse le lacrime con l'indice, lo guard, gli tir il risvolto della giacca e gli disse: Non l'avrai mica rubata, questa roba? Mamma, ti pare! Sono il dono di una persona caritatevole che ho incontrato lungo il ritorno. E dovevano essere un regalo anche gli ori con cui compr la moto... Come vi dicevo, se la morte di vostro nonno mi aveva reso adulto d'un colpo, ora il ritorno di Abramo mi permetteva di tornare, e pi compiutamente, bambino: che incanto salire con lui sulla Guzzi e sfrecciare su, verso Vallombrosa, tenendomi al sellino giacch non volevo dargli l'impressione, aggrappandomi a lui, di aver paura, e del resto paura non ne avevo: tornato dalla Russia a piedi, tornato gagliardo e sorridente mentre altri ottantamila erano rimasti l, andato in tasca sia a Stalin che a Mussolini, come disse solo una volta e soltanto perch aveva bevuto tre bicchieri, Abramo era la prova che nel mondo non c'era nulla di cui aver paura, e quindi nulla di cui vergognarsi. Pure, fu per la vergogna di essere rimasto l con la mamma e la zia mentre lui rischiava la pelle che mi inventai di essere andato coi partigiani, che feci mia la storia di Faustino, il partigiano quattordicenne di Reggello: se l'aveva fatta lui potevo averla fatta io, potevo averlo conosciuto, potevo essere io lui... Io dico, oggi, che Abramo lo cap subito che era una frottola, ma non me lo fece pesare: mi disse, anzi, Bravo, sono orgoglioso di te. Poi, per, non ci torn mai sopra. Del resto nessuno, al paese, mi dava quella considerazione che aver fatto parte delle brigate per un po' port con s.
Antonio si ferma. Si volta. Guarda i figli. Sembra lo stiano ascoltando, un po' svagati, certo, eppure nessuno dice niente sulle sue ultime parole. Mah, dice. Poi riprende a camminare, e a raccontare:
Quando andavamo su a Saltino e Vallombrosa, invece, ecco che tutti gli abitanti di l lo salutavano, lo abbracciavano, gli davano altro che considerazione, e io pensavo che fosse normale, mi figuravo un mondo in cui girava sempre a quel modo, ad Abramo Michelangelo, foss'anche andato a Firenze o a Parigi, e mi immaginavo che pure in Russia lo avessero accolto da amico nonostante fosse arrivato col fucile in braccio: come si poteva non voler bene a un uomo cos? Ma lui non parlava mai di quel periodo: l'unica storia che veniva fuori, se proprio qualcuno gli chiedeva di raccontar qualcosa, era quella di certi suoi camerati che, credendo di scaldarsi col cognac, ne bevvero troppo e la mattina li ritrovarono l, stecchiti a sedere, con le borraccette ancora in mano. Una volta che, passando davanti al cippo dei caduti, glielo chiesi io, di raccontare, mi disse che non dovevamo pensare ai morti, ma guardare avanti. Negli anni capii che c'era qualcosa che non voleva dire, e che c'entrava la Russia - come aveva fatto a cavarsela cos bene? -, ma soprattutto quell'anno in cui, stando agli itinerari dei reduci, doveva essere bello che tornato a casa. Comunque fosse andata l, e qualunque cosa avesse fatto fino a met '46, certo era che a Vallombrosa era sempre il benvenuto, e senza dubbio lo era in Abbazia, dove mi portava ad ascoltare certe conferenze di un professorino a cui non andava nessuno, salvo noi, l'abate di allora (che per ogni volta se ne spariva dopo l'inizio), due nobildonne rimaste signorine e, ogni tanto, un inglese che viveva a Reggello e faceva la villeggiatura l. Erano conferenze d'arte e letteratura documentate ma rese insopportabili dalla tosse che affliggeva il relatore, la quale si annunciava con qualche piccolo busso, poi continuava a strappi verso met conferenza per esplodere tra i due terzi e i tre quarti con una scarica lunga e penosa, dopo la quale continuava con voce dimezzata. Ma mio fratello - io almeno non ho imposto niente del genere a nessuno di voi, me lo concederete! - riteneva che, non essendoci altra vita culturale nei paraggi, fosse un dovere partecipare a questi eventi, e mi port ogni mese, almeno fin quando non mi convoc assieme alla mamma e disse che per la bottega bastava lui, e che siccome ero bravo e motivato avrei dovuto studiare, e per questo sarei andato in seminario, dove grazie agli offici proprio dell'abate gi mi si attendeva. La mamma apr la bocca, ma prima ancora che ne uscisse un suono, Abramo disse Lo so bene che il babbo non aveva simpatia per i preti, e neanch'io - E neanch'io, accennai prima che mio fratello mi fermasse con un gesto della mano -, ma nelle nostre condizioni  l'unico modo perch Antonio possa studiare. Tu, mi disse con quel suo sorriso cos smagliante, con tutti i denti, non gli dare troppo retta a quelli, va bene? Oh, Rudra! Non restare indietro!
Rudra chiude gli occhi, li riapre. Guarda in alto, nel cielo che, fin l quasi del tutto nascosto dalle fronde, dopo Cascina Vecchia, e dopo la prima salita importante, comincia a riaprirsi via via che scope e ginestre vanno a formare un sottobosco pi ampio, con gli abeti che diventano nuovamente castagni, intervallati adesso, al posto delle acacie, dagli aceri e da qualche pino isolato, liberando il cielo; guarda in alto, e vede, lontano, come una piccola croce bianca, un aliante. Un aliante sulla tratta Secchieta-Croce del Pratomagno. Un aliante, forse, con un uomo e due bambini piccoli sopra...
Il cambio di conformazione del percorso, e la luce che adesso lo invade dal cielo, sembrano dare ancora pi lena ad Antonio: cos aumenta il passo, e non smette di raccontare:
Al seminario and a finire che mi innamorai della Bibbia. Ma non erano le ragioni che prima ho giocato a citare, e tanto meno l'emergere di una vocazione: era solo la noia, unita alla necessit di difendermi da un ambiente infame, che si voleva austero ma era anzitutto sordido. Una volta il prete insegnante mi becc a tirargli un'occhiata carica di disprezzo, e minacci la ferula; risposi, temo, con lo stesso sguardo, e la ferula non giunse, ma gli otto giorni di isolamento (di cui tre a pane e acqua), s. Cos leggevo, e non solo la Bibbia, ma tutto ci che potevo trovare l o prendere in biblioteca le rare volte in cui ci era concesso uscire. Imparai pure il francese, per via di Pascal. Vocazione, niente, anzi li odiavo tutti, preti e pretonzoli, eppure quel Cristo appeso alla croce, quello, quando riuscivo a trovarmi da solo nella cappella e mi piazzavo l a pregare, e invece riflettevo, quel Cristo qualcosa mi diceva: cosa aveva fatto quell'uomo? Quell'uomo cos astuto da far dire sempre e solo agli altri che dio era lui, o forse rassegnato al fatto che gli altri volessero dirlo; quell'uomo capace, dopo la morte, di avocare a s tutti i miti precedenti... Quel suo sacrificio, cos'era? Una grande messa in scena? Un atto di supremo protagonismo? Si fa presto a pensare cose del genere, quando non sei tu a venire inchiodato nel legno. Riflettevo anche sul dopo, intuivo concetti che avrei scoperto solo decenni pi tardi: forse era l'uomo a esser stato inchiodato, e il dio a essersi reincarnato; forse non si era accorto della propria morte, avendo perfezionato fino a uno stadio supremo l'individuo interiore, ed era quello ad essere apparso, tangibile, ai discepoli... Anche tali fantasiose ipotesi, che un tempo sarebbero state bollate come eresie, e che mi sovvenivano leggendo vecchi commentar a cui non di rado mi costringeva quella noia invincibile, erano capaci di affascinarmi. Et verbum caro factum est... Non si poteva credere alle leggende del Libro, e certo non all'astrusa cosmogonia che i preti intendevano propinarci, a quelle miriadi di santi, ognuno coi suoi attributi, a far da intermediari, eppure occorreva ammettere che un mistero c'era, che il materialismo di mio padre era una bestialit, ed era un fatto che in quella rarefazione, unita a un certo impianto rituale, tale mistero si faceva pressante, come un'immagine che emerga in negativo dall'incrocio di altre e non si pu pi fare a meno di vedere. E cosa intendeva Paolo quando scriveva per omnem orationem et obsecrationem orantes omni tempore in Spiritu? Come si poteva concepire un'orazione che fosse davvero perpetua? Me ne appassionai al punto che quando uscii di l, e s che non c'era giorno che attendessi di pi, presi in considerazione la facolt di Teologia. Se scelsi Ingegneria fu solo perch intendevo dotarmi di un futuro lontano da San Donato e dallo spettro di mio padre, dalla segatura e dal terriccio da cui esalava, allo stesso modo in cui feci il concorso allievi ufficiali perch prometteva una paga, e perch mio fratello, da soldato semplice, era dovuto tornare a piedi da chiss dove. Mio fratello che quando ero al secondo anno di universit ebbe un incidente e mor, e sembr davvero un segno, la recisione finale di ogni legame con la mia giovinezza. Cosa ne venne? L'IBM, una societ che a quei tempi aveva bisogno di piazzare gente in buone posizioni, la carriera, la vita a Firenze, i giardini delle villette in realt pitocchiosi, ma tuttavia segno di lusso, i silenzi delle privacies ben suggellate in case che si rispettano, con marmi e vetrate (anch'esse tutto sommato pitocchiose), le liste di campanelli luccicanti nell'ottone, l'assenza insomma di margini e spazi per qualcos'altro... Non capivo dove stava la fregatura, ma mi dicevo (e intanto era il '59, il '60, avevo una moglie, una figlia): Tutto qui? Davvero, tutto qui? N sarebbe bastato il piacere, o se volete il peccato: a differenza di tanti, l'avere un'amante non fece altro che moltiplicare i miei pensieri. Subentr infatti un'altra convinzione: che il solo modo per non essere infelici fosse chiudersi nell'arte, credere esclusivamente nell'Idea. Non cambi molto, che fossi un quadro IBM, uno scrittore, un regista, un quadro e poi un dirigente Olivetti (o uno Eni: figurarsi), intuivo di non essere libero: facevo quello che mi pareva, anche nel privato, eppure l'eco che mi giungeva dal mondo era sempre un bravo! - un'eco, quindi, sospetta.
Fu allora che ripresi in mano i libretti di Abramo, e cosa fosse tutto, me lo venne a dire l'Ecclesiaste, parte che mai mi aveva parlato ai tempi del seminario, ma che mio fratello, l'ateo, aveva ben sottolineato, nella sua Bibbia: Vanit, tutto  Vanit. E il da farsi era di l, nella Bhagavad-Gita: cosa bisogna fare? Semplice: ci che va fatto, secondo le inclinazioni, le contingenze e la posizione di ciascuno: ogni atto  qualcosa che si  indotti a compiere, in modo necessario, dalle qualit che hanno origine nella natura stessa... Cos mollai tutto a parte il lavoro e la nuova famiglia, un bravo cocchiere che va incontro al clangore della battaglia che gli  toccata in sorte, senza altri pensieri. Oh, guardate che meraviglia!
Su una curva pi aperta, dietro un albero caduto, ecco una distesa di crochi selvatici, un dilagare lilla che sommerge l'erba fino a infilarsi nei recessi della foresta, e il cui profumo di zafferano arriva fino alla strada.
In genere non fioriscono prima di fine agosto!
Ci sono anche le api, dice Cristiana mentre fa una panoramica.
Bombi, dice Rudra.
Bravo Rudra, dice Antonio. Bombi, non api. Qui non le tiene pi nessuno... E gi, ebbi anche quel mio momento con l'apicoltura. Chiss, forse volevo ritrovare un legame con la terra, ma quando rifiuti qualcosa con tanta decisione, non la ritroverai, hai voglia a preoccuparti del clima e di quali piante fioriscono in ogni zona. Era una virt, magari non teologale o cardinale, ma comunque una virt, e l'avevo perduta. Sfuggito alla fittonata, avevo aderito ai nuovi valori, che per sotto sotto non erano che i valori del consumo, valori vuoti, per esistenze vuote... Ma i valori vecchi? A parte qualche breve, brevissima parentesi, a cui avevo aderito per finta o che avevo ignorato, cosa c'era prima? Senza neanche tirare in mezzo lo schifo e la corruzione del Fascio, cosa c'era, se non l'ottusit del patriarcato, di cui io stesso costituivo un'ulteriore propaggine? Pi credevo di fare ci che volevo, pi comprendevo di aver sempre fatto ci che quel fantomatico sistema - parola di cui non avevo mai mancato di ridere, in ufficio e altrove - si aspettava da me. Era un enigma. Altri enigmi, vivaddio meno desolanti, li avevo in casa: Rudra, ad esempio. S, proprio tu! Cristiana, ricordi, era una bimba di quelle che sanno tutto, ma nel modo che intendevo io, che intendeva Beatrice. Tu invece... A volte ti guardavo giocare, qua in giardino o nel cortile di Firenze, e mi sembravi diversissimo dagli altri marmocchi, ma quello  facile fosse il semplice orgoglio di padre... Lo yiddish ha anche una parola per questa cosa, me la disse una volta Alejandro, lo ricordate? Era un mio collega, spiega volgendosi a Louis ed Enrico.
Nakhes, dice Cristiana. Orgoglio esagerato per i risultati dei figli.
Sa ancora tutto, eh, questa bambina? Be', non era proprio nakhes, allora, visto che Rudra non faceva altro che starsene l a giocare. Pure, sar stato il modo in cui si muoveva, in cui mi guardava, ma avevo l'impressione che quel bambinetto avesse accesso a verit che a me sfuggivano. Forse, dice Antonio volgendosi nuovamente a Rudra che alza le spalle, un poco in imbarazzo, era il fatto che gi sentivo di non capirti, di non avere niente in comune con te, e anche quella era una cosa che sapeva tormentarmi, e che mi nascondevo... Cos, a met degli anni Ottanta, andai di nuovo in crisi. Da un lato, gli enigmi; dall'altro, la possibilit, forse ancora pi terribile, che di enigmi non ve ne fossero affatto: il chiedermi, di nuovo, se davvero era tutto l. Avevo forse interiorizzato la realt intorno a me fino a quel punto micidiale in cui ci si dice che  cos, e basta? Ne parlai, una volta, proprio ad Alejandro, l'unico che capisse qualcosa in quell'ufficio: Davvero, Ale,  tutto qui? Questo lo decidi tu, mi disse ridendo. Mi appigliai a una cerca, come i cavalieri che, nella sopraggiunta terra desolata, non possono far altro che credere nella ricerca del Graal, e pace se non esiste. Trovare tracce di mio fratello, capire che cosa aveva fatto in quell'anno e mezzo: che cosa aveva fatto qui. A ripensarci, era solo un modo per passare il tempo: non ero cos ingenuo da sperare di poterci riempire una cavit fattasi ormai cos vasta; pure, da ci vennero le prime vacanze qui, in affitto; da ci l'idea di comprare la casa, e quindi tutte quelle estati - dunque, per certi versi, anche questa. Beatrice me lo permise, credo, perch mi sentiva inquieto. Facevo gi i conti, in effetti: se molte erano le colpe - e ancora non capivo appieno quella rappresentata da tutti i miei abbandoni, da Livia fino a Dianna, e a voi - i pochi meriti, che meriti erano? Una volta, dalla Societ Italiana Apicoltori mi chiamarono per un premio. Me! Che proprio quell'anno avevo perso un alveare per la varroa e altri due per il freddo. Ma loro,  ovvio, volevano Antonio Michelangelo perch era un pochino famoso: allora non c'era, n si poteva immaginare, questo revival del sottoscritto, ma per la Societ Apicoltori andava pi che bene aver scritto un libro fuori catalogo, aver diretto un film che nessuno vedeva da vent'anni... E anche oggi, anche negli ultimi tempi, intrapreso cos faticosamente un percorso nuovo, ecco altri a dargli prematuro valore, addirittura a prendermi a modello, a chiamarmi maestro: arriva un ragazzo con la sua sacca, ne arriva un altro... Facile cadere nella trappola, pensare fosse per merito, e non per via di ci che avevo fatto prima. Niente libro, film, incisioni, niente carriera, e sarei stato solo un vecchio sbalestrato che si crede un eremita. E sapete qual  il paradosso? Questo a sua volta alimenta il resto, mi si rivaluta come incisore per il fatto di essere, oggi, guru... Anche quando ho praticato il male, e tu Louis qualcosina ne sai, la societ, nei fatti, mi approvava (era dalla mia parte pure la legge!): che dovevo fare? Le occasioni in cui sono stato pi libero, forse, sono quelle in cui ho fatto il matto davvero, o in cui sono fuggito, e anche l ci sarebbe da dire: quando diedi quell'intervista sulle politiche Eni nel terzo mondo, fu s per costringere me stesso a lasciare, ma solo perch avevo capito che quelli non vedevano comunque l'ora che me ne andassi; in quel periodo tra l'India e quel goffo tentativo di rimettere in piedi una famiglia, il periodo in cui scoprii la meditazione (che nei mantra - finalmente una tecnica! - si nascondesse il segreto dell'orazione perpetua?)... Dopo tre lezioni avevo gi messo su un corso mio, e la gente mi veniva pure dietro! Ero partito per trovare una via e mi ritrovavo a insegnare. Comunque sia, in tutte quelle ferie spese qua, non trovai mai niente che si potesse ricondurre ad Abramo. Del resto nessuno lo ricordava... VFV46: il numero era l'anno in cui si erano dati congedo, quello era ovvio, ma cosa volesse dire il resto l'ho capito solo riguardando i libri, quando mi tornarono per posta, assieme a tutti gli altri, a San Donato. Venti scatoloni, dall'Inghilterra! Fu l che mi resi conto che ai forestieri Saltino non dice niente, quello  il nome del paese per chi vive in zona: per chi arriva da fuori, o peggio che mai dall'estero, esiste solo Vallombrosa: qualcuno ha sentito Milton, Browning, Sand o Shelley celebrare il Saltino? Neppure D'Annunzio se l' mai filato: ... Ma la Vallombrosa remota /  tutta di violette / divina, apparita in un valco / che tra due colli s'insena / ah s dolce alla vista / che tepido pare e segreto / come l'inguine della Donna... Ergo, era solo Vallombrosa: Villa Fortuna, Vallombrosa, 1946. Ma a venirci oggi, sessantun anni pi tardi, cosa potevo trovarci, io che gi nulla vi avevo trovato in tutte quelle estati? Certo, adesso ero nell'abitazione corretta, in teoria la mia cerca era a una svolta. Non avevo mai smesso di coltivare il sospetto che Abramo, qui, avesse combinato qualcosa, e se era vissuto nella villa la cosa pareva anche pi plausibile: chiss, mi dicevo facendo volare la fantasia, forse in questa villa non si nascondeva solo lui, ma ci avevano nascosto anche qualcun altro, qualcuno che era in pericolo: ebrei, magari, prima della Liberazione, o partigiani... Vero che i nobilastri di qua non potevano aver simpatia per costoro, ma per quelli anglosassoni sarebbe dovuto valere il contrario... Fole, certo. Pure, speravo di trovare non dico un documento, ma una lettera autografa, un appunto, qualcosa. Vero che c' stato di mezzo anche un periodo in cui la villa  stata usata come colonia per l'infanzia, capace che l'abbiano svuotata allora... Ma lo immaginate? Non solo per far colpo su mio fratello, l'eroe, almeno ai miei occhi, che era tornato dalle Russie a piedi, mi ero inventato quella storia della Resistenza, e tanto bene l'avevo inventata che quasi ci credevo pure io - di certo abbastanza da scriverci sopra un libro vent'anni pi tardi; ma pensate se Abramo mi avesse fatto pure quella: mentre io inventavo gesta fasulle, lui me ne teneva segrete di vere! Del resto, se ero tornato qui, era anche perch tutto, in qualche modo, andava al suo posto: mentre a San Donato mi si formava intorno quell'involontario ashram, il corriere mi port quei venti scatoloni. Erano i miei libri, che Dianna, la mia fidanzata inglese, chiamiamola cos, mi reinviava: scriveva che avrebbe messo su un bed & breakfast e che le prendevano posto. E ricominciai a leggere, leggere, leggere, proprio come una volta. D da riflettere, almeno sul mio valore effettivo, anche il fatto di essere tornato alle incisioni, la prima arte che avevo praticato seriamente. Tra i libri, insomma, c'erano anche questi tre. Quando decisi di mandar via i discepoli che mi si erano accalcati attorno, da quella dedica di cui restava l'impronta sulla Gita arriv l'altra scelta. Lasciare San Donato e la nuova incisione venire a farla qui. A Villa Fortuna. Mi proposi come casiere. Dissero che non gli serviva, allora mi offrii di farlo gratis, anzi di dargli io qualcosina. L'abate garant, accettarono. Quando infine venni, trovai poco: qualche ammennicolo esoterico che sulle prime mi fece esultare, ma dovetti concludere che veniva da usi successivi della casa: di tracce che davvero potessero essere di Abramo non ce n'erano. Dovevo rassegnarmi al fatto che mio fratello, qui, si era semplicemente imboscato tra le braccia di una donna, una I. d'Albione che, bloccata nella stazione climatica, attendeva la fine delle ostilit... Guardate!
L, sul bordo della strada, da cui la foresta si  ormai ritirata lasciando il posto a rocce e residui di muretti popolati di sassovivi e di altre piante grasse spontanee, ecco un frusco: un serpente traversa la strada, essa pure trasfigurata, fattasi mulattiera in un'ulteriore rampa.
Una vipera, dice Rudra.
S, dice Antonio, e le si avvicina, la stuzzica col bastone. Poi la lascia continuare il suo cammino, anzi la spinge ben addentro il bosco, dal momento che lei pare volersi fermare a bordo strada.
Come quella che mi facesti ammazzare, dice Cristiana.
Cerca di ricordare meglio, dice Antonio. Forse Rudra pu farlo. Ricordare il manto, intendo. Rudra!
Come? Il manto...?
Rudra chiude gli occhi. Li riapre.
 vero, dice. Non aveva i rombi neri sul dorso. Era un biacco. Anzi, un cervone.
Esatto. Un povero serpentello. Ma che bella occasione era, far uccidere la vipera alla bimba? Un evento di grande portata simbolica. Da ricordare! Forse hai ragione, Colette, dice poi Antonio alzando la voce, forse hai ragione! S, puoi uscire da l dietro e unirti a noi, tanto pi che siamo quasi arrivati! Poi, quando Nicoletta, un poco arrossita per esser stata scoperta, spunta dalla curva e si avvicina, fermandosi poco prima di Enrico, Antonio riprende: Forse hai ragione, siamo entrati, come dici sempre tu, in un periodo a forte sincronicit: quale evento poteva farmi riprendere meglio la mia confessione? Guardate questo, dice indicando la piccola ncora sul polso.
Il tatuaggio di Fiascone, dice Enrico. L'ex marinaio che...
Quindi hai letto pure me? Sappi, allora, che me lo sono fatto da solo, con un ago da cucito e l'inchiostro del calamaio, per dare sostanza alla storia raccontata ad Abramo. E, onta ancor maggiore, quando nel '63 usc il libro, e quest'ncora era ormai del tutto sbiadita, andai a Livorno, al porto, e me la feci ripassare. Che vergogna! Ma  anche giusto, se ci pensate, dato che Serpi di Terrabassa  tutto fasullo. Tutto inventato. E vedo, anzi trovo conferma, che la cosa non vi turba.
Serpi di Terrabassa?, fa Louis.
Be', non  un... romanzo?, dice Enrico.
Un romanzo, s, ma in cui si lascia intendere che c' del vero, che se non  un memoir poco ci manca, e certo non l'ho mai smentito quando qualcuno lo sosteneva, quando a Roma c'era gente importante che si infatuava di questo Antonio Michelangelo arrivato dalla Toscana... Capito, ragazzi?, dice Antonio notando che gli altri due non sembrano ascoltarlo.
Rudra guarda Cristiana come a dire Secondo te siamo alla fine? Cristiana alza le spalle e continua a filmare. Filma il volto di suo padre, lo mette in primo piano, filma la sua faccia scavata, scurita, ma per il resto lontanissima da quella di un settantasettenne, il suo riprendere fiato e ritentare, valutato forse che i figli, semplicemente, non abbiano capito - che la loro assenza di reazioni pu essere ascritta unicamente al non aver capito:
Fiascone, Nadir, Viviana, pure Vic ovvero il me trasfigurato: tutto falso, mai compiute quelle azioni, mai conosciuta quella gente. Mai fatta la Resistenza. Niente.
Vabb, poteva andare peggio, dice Enrico.
Come?
Dico, potevi esser stato, non so, pure dall'altra parte.
Mi viene da ridere! Bella considerazione che avete di me.  vero per che ai tempi del miele ero amico di un apicoltore che la Resistenza l'aveva fatta sul serio, eppure, a vederlo, cosa aveva di diverso da me? Come partigiano ero anzi pi credibile io, e quindi magari pure come fascista: la colpa, come la virt, non reca stimmate... Guardate per! Siamo arrivati!
Ecco la croce di Massa Nera, due coppie di travi incrociate che, conficcate su un nudo mucchio di massi, si stagliano sul secco della rupe, sul vuoto sotto, sui paesi del Valdarno velati alla distanza (da un campo a mezza strada, uno sbuffo di fumo: un piccolo incendio, o qualcuno che sta bruciando un mucchio di sterpi...), sotto un cielo di cotone in cui il sole esiste solo in quanto responsabile del giorno, giacch sarebbe difficile, adesso, localizzarlo in quella coltre fattasi uniforme, se non per qualche piccola lacerazione all'estremo orizzonte.
Antonio sale una, due, tre rocce. Guarda sotto:
Salto notevole, eh? Dovete sapere che quando sono arrivato qui da San Donato, prima che Nicoletta mi raggiungesse, mi sono sentito poco bene. Sono sceso a Firenze e mi sono fatto le analisi. Sembravano brutte. Cos mi  venuta l'idea. L'ho pensato davvero: ho pensato di convocarvi qui, e farla finita davanti a voi, dal Masso del Diavolo, l dietro Villa Fortuna, oppure, ancora meglio, da qui. Buttarmi, s. Two birds with a stone, come dicono gli inglesi. Controllo del mio fine vita, espiazione pubblica del male fatto. Tre uccelli, anzi! Poich avrei dato anche un senso, un senso vero, a questa ultima ascesa a Vallombrosa-Saltino, altro che incisioni... Ma non sarebbe stato forse ridicolo, teatrale? E poi, avrei avuto il coraggio di farlo? Le analisi... Mi ha telefonato due giorni dopo il primario, uno che conosco da una vita, e mi ha detto Tranquillo Anto', non  niente, un linfoma di quelli innocui, te lo togliamo e via, roba da day hospital. Sei un vecchio gallinaccio, se non ti ammazzano tu campi cent'anni... La vecchiezza, si dice,  una Roma che non prove pretende dall'attore, ma una completa, autentica rovina: a quando, allora, la mia? Questa fibra micidiale... Altri vent'anni, venticinque, quando voi sarete vecchi? E poi, un sacrificio non ha forse senso se riguarda qualcosa che ha ancora un valore, che non  destinato in ogni caso a finire? La grandezza del Cristo non sta proprio nel poter scatenare la folgore, nel poter scendere dalla croce, e non farlo? Cos, ecco la seduzione del gesto, quella vera. Ma quando il mondo  appassito e stanco, c' ancora spazio per le gesta perentorie? Pure, lo sapevo - me lo aveva detto pi di sessant'anni prima la febbre di Giuseppe Michelangelo - qual  la cosa migliore che pu fare un padre per i suoi figli. Ma non arrivavo forse tardi anche l? E non era vero, anche, che per fare un sacrificio bisogna essere almeno in due? Sapete, dato che la gallerista diceva che sarebbe stato bello avere qualcosa di nuovo, da esporre assieme a quelle Virt, mi sono messo a fare i Peccati capitali e, lo ammetto, per un poco ho pensato che potesse essere un modo per espiare. Espiare con un'opera? Ridicolo, anche per uno specializzato in autoassoluzioni, come diceva sempre Beatrice...
Antonio si porta sul bordo dell'ultima roccia, oltre la croce. I figli fanno un passo in avanti, due.
La mia vita davanti, ora, mi  passata: ma, di nuovo, sono dovuto intervenire personalmente. Ho dovuto raccontarla, e Dio sa con quante omissioni: con quante conseguenti contraffazioni. Pure,  accaduto. Quando pensavo a tutto questo, combattendo col grottesco che possono ispirare simili gesti compiuti in tempi deprivati di ogni dimensione rituale, mi dicevo che sarebbe stato bello declamarvi, nell'atto, una poesia, dice Antonio, e si volta verso lo strapiombo, le braccia aperte: Solo davanti la morte fa paura / Di dietro /  tutto bello innocente all'improvviso...
 l che Louis scatta. Potente, deciso, verso di lui.
Tutti pensano la stessa cosa di fronte a quel movimento cos netto, in quell'immobilit rarefatta. La pensa Cristiana che avanza, s, ma senza smettere di filmare, e la scuote un brivido mentre continua, mentre capisce di aver deciso di continuare a filmare; avrebbero potuto saltare addosso a Louis, fermarlo, tutti assieme, ma gi c' chi cede: Cristiana continua a filmare. Lo pensa Enrico, e certo lo pensa con un improvviso allarme, lo pensa con un No!; urla, in effetti, un No! stendendo la mano aperta, ma il suo corpo non va a frammettersi fra quello enorme di Louis e quello nodoso del padre, no: mentre urla fa un altro movimento, si accosta Nicoletta, con l'altro braccio la stringe a s. Solo Rudra scatta davvero. Nel tempo che riprende ora a scorrere precipitevole, c' lui tra Louis e il padre: assume per memoria del corpo una guardia mista karate-boxe, e nessuna delle due  buona per proteggersi da una testata in faccia, per di pi da una che piombi da quasi trenta centimetri pi in alto, e per il colpo non arriva, Louis gli va semplicemente addosso, lo sta superando con la sola forza della spinta,  troppo vicino anche per una ginocchiata, ma Rudra in quell'attimo lo agguanta per il colletto, gli posiziona il ginocchio sotto il plesso - la proiezione shotokan, davvero? - e lo proietta all'indietro sfruttando il suo stesso slancio.
Louis che va a sbattere, pieno, su Antonio. Louis che va a sbattere su Antonio, e Antonio, a braccia aperte, declamante, che va gi.
Il tempo che si ferma di nuovo, che si sgrana. Cristiana che abbassa la camera, che avanza, che fa un passo di corsa, due; Enrico e Nicoletta che si slacciano, che corrono a loro volta verso le rocce; Rudra che si volta e vede solo Louis, finito sul masso, a gambe larghe, una spalla sul fusto della croce; Louis che vede le facce degli altri e capisce cosa  successo: Volevo... tirarlo... via, balbetta.
Eccoli tutti affacciati sui massi, allo strapiombo. Nulla si scorge. Ginestre e scope sul burrone impediscono forse la vista, o la vegetazione sul fondo  pi alta di quanto sembri da sopra. Il corpo non si vede.
Poi, una voce, dal fondo:
Ohi ohi... Ohi ohi... Ohi ohi...
Eccoli che scendono, uno dietro l'altro, aggrappandosi alle ginestre; eccoli che si prendono per mano quando c' da superare un passaggio pi ardito; eccoli che arrivano gi in fondo al burrone, che lo trovano (Ohi ohi... Ohi ohi...); eccoli che cercano il modo migliore per sollevarlo, per trasportarlo.
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EPILOGHI.
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Come ci si sente a rappresentare l'Italia a un evento come questo? Nel mio caso, come una che finalmente raccoglie un primo frutto di tanto lavoro. S, i materiali sono tutti originali. Sono passati diversi anni da quando li ho raccolti... All'epoca volevo usarli per partecipare al bando per una residenza, ma alla fine non me la sono sentita. Mi capisce, era quasi uno snuff, mio padre che volava gi da una rupe... Sapevo che avevo qualcosa di potente, ma dovevo integrare, elaborare. E poi c'era da badare a lui, in ospedale: dodici ossa rotte, mica una. Alla sua et... Come? S, partecipai lo stesso al bando, con un progetto che inizialmente avevo scartato, e pensi un po', lo vinsi pure...
Cosa ti ho detto?
D 'ene'e du'o.
Esatto, Carlo. Esatto. Devi tenere duro, mancano meno di dieci anni, adesso. Di base: perch appena mi va in porto questo business, sganciamo a questi bastardoni e in cinque anni massimo ti tiriamo fuori. Forse anche subito. La Cina, oggi,  la vera svolta, lo sai.
Louis ripensa a Carletto l che annuisce, che gli dice Foh'za, mentre il tassista dice Shangai downtanna! e lui gli allunga duecento yuan e ha gi chiuso la portiera,  gi sul marciapiede,  gi scomparso in quel brulicho di gente che pare infinito.
Ronja! Det r upp till dig att f barnen till skolan!
Come?
Dico, tocca a te portare i bambini a scuola.
Lo so, lo so. Mi sto facendo la barba, dammi un attimo...
Rudra chiude gli occhi. Li riapre.
Bella mossa, campione, dice Tartagliana appollaiato sul cesso, e gli fa l'occhiolino.
Va la' che ti  andata bene, dice Ponsacco riflesso nello specchio, proprio bene...
Sei sveglio?
Enrico apre gli occhi, si volta e la bacia piano sulle labbra:
S. Pensavo.
Al collegio dei docenti?
No.
Al fatto che dobbiamo prendere i biglietti per andare a trovare tua mamma?
No.
A cosa?, dice Nicoletta, e lo bacia a sua volta.
Pensavo che dovrei scriverlo io, un libro su quel che  successo quel giorno.
Quel giorno? Davvero vorresti?
Se voglio, non so. Ma di certo vorrei evitare che lo scrivesse mio padre.
Credi che intenda fare una cosa del genere?
Non so, magari  solo una mia idea. Ma sai com' fatto...
Pronto?
Salve, Margherita.
Chi... Antonio?! Ma dai! Come stai?
Sai, a una certa et non  facile niente, figurarsi la riabilitazione. C' voluto del tempo, e poi ancora qualche anno per rimettermi in vera forma, ma i ragazzi mi sono stati vicini e adesso sto bene. Molto bene, in effetti: ma vedilo tu stessa.
In che senso?
Sono qui fuori, davanti al tuo cancello. Vuoi aprirmi?
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FINE.
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Nota dell'autore.
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Le citazioni contenute nel romanzo sono in corsivo quando fedeli e in tondo quando rimaneggiate fino a diventare altro. I libri citati (tra i quali Niels Lyhne di Jens Peter Jacobsen e Petrolio di Pier Paolo Pasolini figurano pi volte) sono quelli menzionati da Enrico quando scorre la biblioteca di casa. A essi vanno aggiunti Lanark di Alasdair Gray (per la lettera di Francesca Lavier) e Annientamento di Jeff VanderMeer (per la piscina di Rudra), nonch quattro poesie: Enrico cita il Guido Cavalcanti di Chi  questa che vn; quella proposta da Raia Mangrande all'ingrato pubblico montano  Altri topinambur di Andrea Zanzotto; i versi accennati da Antonio Michelangelo sul finale sono di Milan Rfus, riportati in Danubio di Claudio Magris; infine, la seconda filastrocca di Cristiana bambina viene da Lessico famigliare di Natalia Ginzburg.
I nomi di alcuni luoghi sono stati cambiati per esigenze drammaturgiche.
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FINE.